Ho ritrovato questo breve appunto di un anno fa.
Da tutto questo discorso che segue, mi auguro sia chiaro che dei teatrini, della Politica e della Letteratura, non mi interessa neanche un poco. Mi sarebbe piaciuto non esistessero (questi Teatrini) o che non appartenessero loro persone con le quali avrei potuto fare un pezzo del cammino, ma tant’è. E’ la vita, bellezza
Maggio 2023
Tristezza sempre più frequente, legata a immagini di popoli sfracellati, di ferocia nei rapporti, di stupidità, perfidia e ignoranza dei “comunicatori” (politici, giornalisti, tuttologi), di perdita di amiche, di amici, di persone amate, stimate, molte della mia generazione che è ormai tutta sulla linea di arrivo.
E la tristezza (e la rabbia) mi viene dalla consapevolezza della sofferenza e del dolore di chi se ne va, e dal crescente senso di impotenza (ma su questo torno più sotto) e dalla costatazione che sono più sola.
E inevitabilmente tornano o permangono pensieri e domande sulla morte.
La morte non mi ha mai spaventato, non l’ho mai temuta. Temo forse il prima, la sofferenza, fisica e mentale, il dolore sui volti di chi è vicino e che sono costretta a lasciare, basta. Magari resto curiosa di sapere come andranno le cose nel mondo, ma appena appena.
Della morte, mi colpisce e mi suscita domande non la fine di “me” e dunque l'assenza dal mondo (se c’è lei io non ci sono più, se ci sono io, lei non c’è), né, a dirla tutta, l’assenza della persona che è andata via a meno che non fosse presente nel quotidiano e dunque l’assenza è mancanza reale, avvertita dalla testa, dalla pelle, dal cuore, dagli occhi. La difficoltà di elaborare il lutto per la morte dei miei genitori o di qualche mio grande amore o grande amica o amico, era, è, dovuta alla mancanza di quei corpi, quelle teste, quelle mani tra i capelli, quegli occhi che mi seguivano. Ma se la persona che se ne va è già lontana, magari con scambi di telefonate, di messaggini, o neanche questo, viva rimane anche dopo, anzi, l’ho pensato e scritto più volte, anche di più.
Quello da cui mi accorgo di essere colpita, se penso alla morte, è la perdita dei mondi sconfinati, delle percezioni, delle immagini, dei saperi, della intelligenza, che ho in me e fanno me, allo stesso modo di come fanno ciascuna e ciascuno di noi, e dunque quel mondo che rimarrà ignorato e, cosa più importante, non servirà a nessuna/o.
Le opere, gli interventi, le azioni compiute sono lì e basta saperli accogliere, leggere, ma ciò che c’è dietro rimarrà per sempre ignoto. E dunque anche la lettura dell’opera, del momento, cambia.
Da qui questa ripetuta esigenza della necessità della memoria che però, come ho scritto più volte, è termine e concetto ambiguo. Memoria come pacchetto rifinito, lisciato, standardizzato, non mi convince.
Nella mia testa, come in quella di tutte, di tutti, lampi di pensieri, ragionamenti, immagini, ricordi, flash. Che provengono dal riemergere di visioni occasionali che però, credo, il corpo mi rioffre per qualche ragione. Forse per dare dignità a dubbi, alle strade non scelte ma che pure abbiamo contemplato.
Da un paio di anni, e negli ultimi mesi in particolare, mi vengono alla mente squarci di ricordi, e vorrei fermarli e raccontarli per restituire la magnificenza, la vastità del vivere. Non del mio, che sciocchezza: del nostro vivere, di ciascuna e ciascuno di noi.
Questa spinta a fermarli, è anche la mia attuale necessità di poetare, e la sua realizzazione, la forma che ne viene, fa per me oggi la Letteratura.
Così, pensare la morte mi fa riflettere anche su cosa sia per me, oggi, fare poesia e/o letteratura. Non la memoria di sé persona, di ciò che ha fatto, ma il richiamo necessario a fermare ciò che nella testa, negli occhi, nel cuore, nel corpo, è vivo e ricco e affascinante. Nei miei occhi, testa, cuore, nelle gambe, nella pelle, ci sono le realtà, anche di ieri, che incontro, e per fortuna non si sono fatti memoria organizzata. Amo i libri che, mentre leggo, mi spalancano mondi e dubbi e scenari. E sono sempre più pochi. E sono io stessa un libro per me, da leggere oltre le righe. Mi interessano poco le opere “compitini”. Voglio ciò che c’è dietro, ciò che si cela, che non si riesce a fermare in una forma, sia per incapacità dell’autrice/tore, sia per la vastità di tale immaginario.
Amo la poesia che nasce dalla necessità di mettere in scena, a suo modo, la realtà che abbiamo attraversato e che continua ad attraversarci senza che sia codificata, assunta.
Mi viene in mente un mio testo:
“E se il mio corpo è io
se ciò che guardo / annuso e tocco
assaporo e ascolto / è sempre io
questi cadaveri / sacrificati nelle stragi
sono io / e quelle lacrime
quel dolore / ancora io
Per questo tu non guardi
non annusi o tocchi
: perché non ti sopporti
Dunque, scopro che ciò che vedo è il mondo, e che è lui che, grazie a questa percezione, mi contiene, mi conserva, mi rende immortale. Io sono piccola cosa, non ho importanza: l’importante è che, se di lui faccio parte, perché ho “guardato”, se davvero sono in ciò che vedo, è il “fuori di me” che mi contiene. E quello è immortale. In questo senso verifico l’insignificanza della morte: tutte e tutti possiamo essere immortali, senza che ciò ci riguardi ora, qui.
Allo stesso modo e per le stesse ragioni, intendo la poesia (in senso lato, dunque anche la narrativa, la musica, il teatro, la danza, il cinema...) come immortale, non se e perché “scritta bene” e capace di tramandare se stessa e magari il nome di chi l’ha scritta, ma perché conserva in sé gli sguardi che hanno saputo vedere e vedersi parte del grande scenario che è la vita, e dunque sono immortali.