Bighellonando tra parole e suoni con licenza di inventiva/creativa libertà di analisi.
Guerra e Pace, Poesia, Lingua (linguaggio?), metafore d’uso e d’invenzione, acidità del tempo presente. Tutto torna.
E se ci dessimo tornassimo a darci una mossa? Magari più incisiva e costruttiva?
Guerra e Pace. Due parole rilevanti, importanti, popolari, contrapposte come fossero l’una il contrario dell’altra. Alla pari, ma opposte. Da anni ci rifletto, e tanto più ora da settimane, giorno dopo giorno, senza riuscire ad afferrare appieno ciò che mi turba nel profondo. E d’un tratto, mentre mi rigiro nella mente e tra il palato e la lingua le due parole, d’improvviso queste due parole, suoni diversi, il primo ostico con quella u e quelle due r vicine e grintose, e l’altra, inerme, piatta, elementare, entrambe creatrici di immagini e rimandi (ma quanto diverse/i!), queste due parole mi spiegano ancora una volta l’uso patronale del “rimando”, falso e costruito a bella posta, tra se stesse e la “cosa” che sono designate a rappresentare per la maggioranza delle donne e degli uomini. Mi spiegano il Potere di costruire significati per le parole, affinché possano gestire meglio la proprietà dell’immagine. Mi spiego.
La parola, il suo suono e la sua immagine grafica, è per lo più intesa come “segno” che definisce una “cosa” e/o “rimanda” a una “cosa”. La spiegazione (le spiegazioni e i percorsi) che viene data, è lunga e controversa e a volte con prudenza ne ho accennato, ma qui basti dire che parole e suoni, oltre a essere la forma di una cosa, di un’idea, di un pensiero, di una sensazione, di un’immagine, possiedono esse/i stesse/i una loro autonomia, una propria ragione di essere così come sono (e anche no), e perfino a volte sono esse stesse la “cosa” da interrogare. Come si è creata quella parola, come quel significato? Basta interrogare e seguire la linguistica, la glottologia, la storia, la filologia, eccetera eccetera?
Piccola parentesi per ribadire che la parola è sessuata, di classe, di uso e d’invenzione, e possiede in sé e su di sé i segni della dominanza culturale che l’ha creata.
Negli ultimi decenni per qualche tempo è sembrato che avessimo appurato che il nostro vocabolario (lessico, grammatica, sintassi) fosse di classe e sessista, ribadendo e mostrando che la lingua, e ancor di più il linguaggio, non è mai “neutra”. Ma negli ultimi tempi le cose si sono confuse di nuovo. Oggi si sbandiera il “canone”, lo si nomina a proposito di tutto, non solo quello letterario, (che barba!) ma quello estetico, quello morale, così via. In trasmissioni dove si dibattono vari tipi di competizioni, non si dice: quella ragazza, quel ragazzo, o quella musica, quella danza, non mi piace, MA: non è conforme al mio canone!!!!
Torniamo a Pace e a Guerra. Sono parole evocative? Richiamano una “cosa” che è fuori, di cui esse sono segno e forma? Cioè, viene prima la “cosa” o la parola per designarla? Vediamo. Pace. Cosa evoca? Prati verdi, venticelli tra le fronde, fiume o un lago sereno e immobile, vesti bianche, colombe, ramoscelli di olivo. Tutto molto debole. Dove esiste o dove è esistita? Se ripetiamo la parola possiamo legarla a una musica (molto quotata: Image di John Lennon), a un quadro di pecorelle, e, per questa via, agli idilliaci Intervalli in tv (ricordate?).
Se invece pronuncio o leggo la parola Guerra, si aprono immediatamente avanti ai miei occhi e nella mente scenari di sangue, distruzioni, bambine e bambini che urlano o tacciono nella spossatezza della morte, uomini in divisa lacerati e, letteralmente, fatti a pezzi, donne dagli occhi profondi come laghi ora svuotati, e urla, fischi di missili, di proiettili, di armi maledette, bisnipoti dei cannoni. La parola o il suono che enuncia la Guerra, evoca anche incontri segreti, accordi, intese, colloqui, telefonate, produzione a piena forza di armi, mezzi di trasporto militari, aerei, missili, droni, divise, kit per ranci, per infermerie, e insomma vagonate di danaro, espansione del Potere, vendette, affermazione di superiorità indiscutibile, e, in prospettiva, dominio, lusso, prepotenza, ferocia.
La parola Guerra è di per sé spaventosa, in ogni caso, e, a seconda di chi la usa, di chi la contempla fosse anche solo nel pensiero, è di per sé materiale, è materia, realtà visuale, cognitiva, tattile, sonora. La Guerra è Guerra! Esiste una produzione ingentissima di letteratura, cinema, teatro, che rappresenta la Guerra, e dunque non si può ignorare cosa sia. A parte gli ebeti western di 70 anni fa, la Guerra è sempre una sconfitta. Chi può dire di non sapere di cosa si parla!? La nostra cultura, a cominciare dalla Storia che si insegna a scuola, è fatta per la Guerra, pro la Guerra, la prepara, la dà come opzione scontata. Nonostante l’altissima indicazione dell’abiura, cioè della cancellazione dal pensiero stesso di Guerra, che è nella nostra Costituzione.
Il punto è che la Guerra (la Cultura della Guerra) c’è anche nel quotidiano, tra persone, tra individui. E non solo quelli che s’ammazzano per strada, quelli che si scagliano odio e pietre negli Stadi, quelli che non sopportano smacchi e esercitano la violenza verso presunti o reali oppositori del proprio volere, e i molestatori, gli stalker, ma anche tra “amiche e amici”: la divergenza politica, la vanità, l’invidia, la gelosia, la scalata a privilegi e posizioni di potere, ai riconoscimenti, la divisione tra ricche/i e povere/i, sempre quella, fanno delle nostre vite sempre più uno scenario di Guerra.
Per noi donne, e per gli uomini revisionisti della cultura omologata e omologante, credo che l’unica sia tenere ben presente il senso più autentico dell’essere chiuse/i dentro o fuori del Collegio dei privilegiati (maschi), intuizione della grandissima Virginia Woolf (Una stanza tutta per sé) che ha esiti oggi di nuovo poco valutati: “essere fuori” non offre potere, successo, danaro, privilegi, ma apre mente e cuore e progetti e vita. E soprattutto dà la libertà vera di esistere, gioire, soffrire, interrogarsi. Adoro essere fuori.
Concludendo, per ora: cerchiamo di ragionare sul fatto che queste due parole, queste due condizioni, la Guerra e la Pace, sono state create e fossilizzate così come vengono intese dal potere dominante, quello per il quale dovrò usare termini che vorrei aggiornare ma non è il momento e l’occasione, ci tornerò: Cultura patriarcale e imperialista. E mi chiedo: Poteva mai una Cultura, un Potere siffatto, avere idea della Cultura della Pace, e, grazie all’abiura della Guerra e alla cancellazione della stessa idea di Guerra, creare e articolare una Cultura del vivere, del navigare, dello sguardo ampio e sereno?
Non solo la Guerra è voluta, prodotta e preparata dai Poteri e non certo dai popoli, mentre la Pace non è mai rappresentata, se non a volte, in modo stucchevole, ma le stesse parole che le designano ci abituano, per una, alla fragilità, alla evanescenza, alla inesistenza, e per l’altra alla presenza incombente, continua, mortifera.