Appunti per lo studio delle scrittrici italiane ("Passaggi di confine", Napoli, 1990)
Nei testi scolastici delle scuole di ogni ordine e grado, delle donne si parla poco. Anche alle elementari, dove si abbonda di citazioni del materno e ancora in modo perentorio e persuasivo si stracitano le funzioni della mamma (ben diverse da quelle del papà) di donne si parla poco. Una mamma può anche lavorare, per necessità beninteso, ma i bambini, di ritorno da scuola, la troveranno sorridente con la pappa pronta.
Nelle migliori antologie delle scuole medie, inferiori e superiori, sono entrate problematiche di ogni tipo, anche quella riguardo "la questione femminile", ma quasi del tutto assenti risultano le donne come autrici; in quanto alle storie letterarie, le scrittrici citate (prevalentemente in modo occasionale) sono pochissime, e le donne per lo più compaiono come personaggi (aderenti ai modelli convenzionali dell'epoca) nelle opere di autori, o anche, nelle biografie di illustri scrittori, come madri (tenere o possessive), spose (fedeli e pazienti o bizzarre), compagne (appassionate e ispiratrici).
È attraverso queste immagini che la scuola continua a riproporre gli stereotipi della figura femminile, confermando negli studenti la convinzione dell'assenza, o della presenza episodica e marginale, delle donne nella vita letteraria italiana.
E’ certamente vera l'oppressione culturale (e non solo) che ha subito e in gran parte subisce la donna, è vero che non è frequente rinvenire capolavori sepolti scritti da donne, ma, grazie alle attente ricognizioni che si vanno facendo da qualche anno, anche nella letteratura italiana emerge un tessuto, un gran numero di presenze significative, una ricchezza di relazioni, una capacità e una disposizione artistica diffusa nelle scrittrici italiane; il tutto, prima ancora di un giudizio "estetico", merita oggi un sicuro riconoscimento come testimonianza ineguagliabile rispetto alla nostra civiltà, non solo nei confronti della condizione delle donne.
L'assenza delle donne nei testi scolastici la si deve a più fattori: uno interno alla ricerca letteraria (quasi del tutto assente per ciò che riguarda il femminile), uno invece, come risultato, e a sua volta come causa, del ruolo della donna nella società, ruolo che prevede eventuali attività culturali femminili marginali e non sostanziali. Naturalmente in questa sede non posso neanche sfiorare la problematica complessiva, determinata da fattori di carattere sociale, politico, filosofico, oltre che strettamente culturale, tanto più che a mio avviso questo problema investe tutta la società e non è assolutamente circoscritto; dunque mi limito a dire che il ruolo intellettuale non è stato mai assegnato alle donne [1], eppure ci sono epoche che hanno usufruito, alcune più alcune meno, delle loro attività culturali e artistiche, plaudendo anche molto a quelle che le portavano avanti per poi dimenticarle come dato poco utile all'insieme della struttura sociale che si andava costruendo.
Strettamente legato a questo piano, è il piano della critica letteraria che, dopo alterne vicende, cioè dopo periodi di silenzio (da parte degli studiosi ma a volte anche delle stesse autrici -ed è certo interessante studiare le cause di questa intermittenza-), alternati a periodi di grandi lodi alle poetesse, alle scrittrici, alle filosofe, alle "operatrici culturali" (ma tutto questo con un metro di giudizio, e con finalità che, lo vedremo, noi vogliamo capovolgere), si è attestato su un piano di ignoranza riguardo la produzione letteraria femminile. Di autentica ignoranza intendo. Così tranne rari autori di letterature o di antologie scolastiche che, grazie ai propri studi, alle proprie ricerche, riconoscono un piano di grande dignità e di parità ad alcune autrici, tutti continuano ad escludere le "donne che scrivono" dal panorama della storia letteraria italiana.
Per chiarire meglio quanto vado affermando, sempre restando sul piano dell'esercizio letterario e avvertendo una volta per tutte quanto esso sia legato al piano sociale e politico, devo compiere una brevissima digressione.
È ormai riconosciuto che la Storia della Letteratura Italiana del De Santis, che ancora fornisce lo schema alle nostre Storie letterarie, sia la Storia che serviva negli anni successivi all'Unità. Una Storia che desse l'idea del progresso dell'uomo e della cultura attraverso l tempo, e sottolineasse come dalla frammentarietà politica e culturale si fosse arrivati all'Unità, appunto politica e culturale. Tuttavia, lo stesso De Sanctis ebbe a riconoscere che un’organica Storia della letteratura italiana non la si sarebbe potuta fare che dopo un lungo lavoro di ricostruzione documentaria, quando si fossero esaurite (!) le ricerche e gli approfondimenti, le scoperte e le letture di tutta la produzione letteraria. Ma intanto forniva uno schema (certamente importante e che avrebbe influito su tutta la successiva ricerca letteraria): schema di una storia inevitabilmente classista, nordica e maschilista.
Ormai non c'è quasi più nessuno che non convenga con i primi due termini che ho usato perché non li si utilizza più come giudizio di valore o moralistico, ma come denominazione scientificamente provata. A me piacerebbe che allo stesso modo venisse accettato anche il terzo, perché solo così si potrebbe sgombrare il campo da posizioni competitive e fuorvianti, e cercare di andare avanti.
Il problema è che anche nei testi non scolastici di critica letteraria, le scrittrici italiane figurano pochissimo, eppure ormai da più di dieci anni il dibattito attorno alla scrittura femminile italiana è vivissimo. E se è vero che, per quello che riguarda le scrittrici straniere, specialmente inglesi, francesi, americane, esiste in quei paesi, ma ormai anche nel nostro, una tradizione di ricerca e di attenzione ed esiste un gran numero di scrittrici giudicate “classici” della letteratura, è anche vero che oggi anche da noi esistono non solo ricerche, ma nomi, tessuti, tagli critici, che permettono delle prime ricognizioni in questo campo inesplorato che è la scrittura femminile italiana. [2]
Naturalmente, per quel che riguarda soprattutto la circolazione nella scuola, il progresso di questi studi e dei risultati è condizionato, come in ogni tempo, dall'inevitabile spirito di conservazione (e dal progetto politico) della cultura ufficiale e dalla diffidenza per il nuovo anche da parte di chi avverte il problema ma non può accettare, a causa della propria formazione e anche della scarsa e circoscritta circolazione di queste ricerche, di riesaminare criticamente tanti rassicuranti punti fermi. Mi riferisco, per esempio, a tante insegnanti intelligenti e volenterose che però (anche per motivi che esulano dal presente discorso) continuano a sostenere che scrittrici italiane, nel passato, non ce ne siano state.
È ormai tempo che nel panorama scolastico della letteratura italiana entrino di diritto ricerche, testi, analisi, che si vanno facendo sulla scrittura femminile[3]. Ma attenzione: serve certamente, da parte di chi insegna, articolare il discorso sulla letteratura italiana introducendo anche nomi e opere di scrittrici, ma bisogna avere chiaro che in questo modo si apre una serie di grossi problemi: primo fra tutti, e che gli altri comprende, è che in qualche modo salta completamente quello schema al quale prima si accennava (molto di più di quanto saltino analisi circoscritte quando vengano scoperti dei "minori").
La letteratura è infatti un sistema, nell'accezione propria di Lévi-Strauss, dove, se cambia qualcosa, cambia tutto. Ora, introdurre nella letteratura opere che sono testimonianze di cultura altra, di discorsi e di visioni completamente "altre" da quelle tradizionali, è cosa ben diversa dallo scoprire un singolo autore, o anche due o tre o dieci: significa rendersi conto di una "differenza" fatta scrittura. Questo vuol dire anche che le scrittrici vanno lette come "scrittrici" (come del resto, senza neanche dirlo, gli scrittori sono da sempre stati letti come "scrittori"), e che ricostruire il tessuto della produzione femminile non significa aggiungere nuovi nomi, ma essere disposti a rivedere schemi e analisi tradizionali, assolutamente non più praticabili.
Per esempio, sapere oggi[4] che nel Cinquecento operano centinaia di poetesse (quando comunemente non si citano, e spesso male, che i nomi di Vittoria Colonna, Vittoria Gambara, Tullia D'Aragona, Gaspara Stampa e pochissime altre), molte di sicuro valore, le quali, accanto ai temi consueti dell'epoca, presentano capacità ironica, coscienza del proprio valore, critica al "centralismo", come Leonora della Genga, Giustina Levi Perotti, Laura Terracina, Laudamia da San Gallo, Lucrezia di Raimondo, Modesta Pozzo (Moderata Fonte) e tantissime altre, porta inevitabilmente a porsi domande sulla cultura di corte del Cinquecento [5], e sul ruolo culturale della donna (aristocratica naturalmente, in questo caso). E fa riflettere anche il fatto che molti di questi nomi (unitamente ai testi poetici) siano stati conservati grazie all'opera di un'altra scrittrice, del 1700, Luisa Bergalli.[6]
Ancora, trovare una Isabella Cortese, che nel 1500 scrive un fascinoso ricettario[7] ai limiti tra erboristeria, stregoneria, chimica, in un'epoca in cui circa un milione di donne in tutto il mondo furono massacrate come streghe, non significa trovare un libro divertente e un po’ misterioso che ha precedenti e imitatori in libri scritti da uomini, ma significa leggere il testo come una favolosa e coraggiosissima beffa, che in più testimonia una coscienza, una padronanza, una cultura, per molti inimmaginabile per quei tempi. In più, verificare che nel giro di pochi decenni, di quei decenni, dell'opera si fanno per lo meno dodici ristampe, non è aggiungere un in più a ciò che sapevamo, ma mutare ciò che sapevamo.
Come, per diversi motivi, fanno mutare convinzioni radicate, rassicuranti parametri, figure del peso di Lucrezia Marinella, Arcangela Tarabotti, la già citata Moderata Fonte[8], Orsola Benincasa, Isabella Andreini, Laura Battiferri, e, più avanti, Eleonora Barbapiccola, la Bergalli, Maria Gaetana Agnesi, Eleonora Pimentel Fonseca, e altre.
Se una Caterina Franceschi Ferrucci[9] scrive, nell' '800, una Storia della letteratura italiana, di gran lunga superiore a tante altre citate nelle bibliografie di storie letterarie, e inoltre, prima di accettare il matrimonio, mette la condizione di continuare a possedere spazio e tempo per il proprio lavoro di scrittura e di lettura, non registriamo semplicemente che anche le donne scrivono, ma si tratta di qualcosa che rivoluziona quanto sapevamo prima: che cioè una donna seppe intervenire criticamente sui massimi autori e momenti della nostra letteratura, seppe leggere alcuni fatti essenziali che ad altri erano rimasti ignoti, seppe stampare quei libri, venderli, guadagnare, eccetera. Ciò significa che non è possibile continuare a pensare che le donne fossero assenti. Che si facesse di tutto per condizionarle certo, che fosse per loro complesso, difficile, trovare una dimensione fino in fondo autentica, certo, ma che, quasi inspiegabilmente, sentissero questo amore per la scrittura è evidente, e che riuscissero, alcune di loro, a rappresentare, a loro modo, il proprio mondo, pieno di contraddizioni, è provato dalla presenza di numerose opere.
Per esempio, il tardo Ottocento-primo Novecento (epoca negli ultimi decenni fatta oggetto di larghe ricognizioni, non solo riguardo ai padri Manzoni, Verga, ma riguardo a scrittori "minori", fino ai più insignificanti, chiosati con la massima cura) è ricco di scrittrici estremamente interessanti. E non mi riferisco solo a Deledda, Negri, Aleramo, Serao, ma a scrittrici totalmente sconosciute (tranne qualche eccezione) come Caterina Percoto, Rosalia Piatti, Luisa Saredo, Maria Savi Lopez, Cettina Natoli, Matilde Gioii, Elda Giannelli, Grazia Pierantoni Mancini, Neera, la Marchesa Colombi, la Contessa Lara, Giuseppina Guacci, Rosina Muzio, Cristina Trivulzio, Elisabetta Caracciolo, Emma, Bruno Sperani, Anna Franchi, Clarice Tartufari, Leda Rafanelli, Annie Vivanti, Carola Prosperi, Amalia Guglielminetti, e ancora Carolina Cosenza, Cecilia De Luna Folliero, Giustina Renieri… (l'elenco[10] sarebbe lunghissimo), sepolte, mai o mal citate, e solo grazie al lavoro di scavo di questi ultimi anni, riportate alla luce, lette o rilette criticamente.
Il punto è, ripeto, che non mi interessa aggiungere nomi di donne alla produzione letteraria, e neanche misurare le loro opere con i metri già codificati su una scrittura tanto distante come è quella maschile, ma saper leggere che ci danno informazioni che altrimenti non avremmo, che ci svelano la condizione della donna (e anche dell'uomo) da un punto di vista inedito, che ci testimoniano una realtà culturale e sociale inedita.
Per esempio, a mio avviso[11], tante scrittrici rivoluzionano la scrittura del romanzo: affrontano tematiche inedite o in modo inedito, operano una diversità totale riguardo il precedente. Con tutte le mediazioni, le incertezze di alcune, le ingenuità di altre, portano una nuova "visione" (nel senso Jakobsoniano e no) nel romanzo. Nell'ultimo Ottocento, mentre i fratelli si avviliscono per delusioni post-unitarie e inventano il personaggio dell'intellettuale decadente cinico e beffardo (personaggio che troviamo riproposto in tanti romanzi ancora oggi), le scrittrici parlano di libertà, di progetti, di economia che muta, di problemi reali che hanno voglia di affrontare. E lo fanno spesso con ironia, che è filone costante in tanta scrittura femminile, benché, come si sa, le donne abbiano poco da ridere.
La grande differenza è che chi guarda è donna. Chi scrive è una mano di donna che è riuscita a collegarsi a quello sguardo silenzioso e un po’ appartato che ha però osservato. È riuscita ad osservare dal sé il mondo e a rappresentarlo. La donna che scrive sempre si scontra con la mentalità corrente. E accenno ad altre due questioni per me fondamentali: la prima è che da tutto ciò che è stato affermato finora emerge con chiarezza che chi legge deve essere idoneo alla lettura di questa differenza: essere insomma una “buona lettrice”.
È la lettura che fa l'opera, afferma Todorov. E afferma anche che la descrizione di un'opera non può mai essere oggettiva, cioè, inserisco, neutra. Il critico, il lettore o la lettrice, a seconda del proprio punto di vista, a seconda del proprio corpo che le/gli manda differenti messaggi riguardo il mondo, a seconda della cultura, dei punti di riferimento, o delle citazioni che sa rintracciare, "legge", cioè rifà l'opera (alla quale beninteso chiederei di esistere), anche se apparentemente si limita a descriverla.
Dunque, dopo il reperimento dei testi, dopo la loro assunzione in quanto testi scritti da donne, bisogna anche, in special modo quando si tratti di testi ed autrici del passato, che chi di essi offre una lettura sia donna che abbia assunto questa problematica nella sua coscienza. La critica (la donna che esercita il mestiere di critica della letteratura, ma anche l’insegnante) gioca un ruolo molto difficile: deve continuamente accogliere e respingere la tradizione scientifica, la visione della letteratura che in tanti anni si è fatta, gli strumenti critici che ha imparato ad usare. Deve rivedere la propria capacità critica, apparentemente neutra, e ritornare al suo essere donna. Se infatti ho detto che è il lettore che fa l'opera, il lettore dei testi di donna deve essere una lettrice giusta. E ciò non deve apparire né particolaristico né difensivo: è necessario oggi soprattutto, in un momento in cui non è per tutti chiaro il concetto di "genere" nell'opera letteraria, in un momento in cui è molto difficile trovare critici che abbiano fino in fondo coscienza della problematica di cui stiamo discutendo e che abbiano indagato tutto ciò che c'è alle spalle della produzione di una scrittrice, come invece hanno fatto per gli scrittori, e come anche le critiche (le donne critiche letterarie) hanno dovuto fare per gli scrittori.
Allora: il concetto della differenza per quel che riguarda la produzione letteraria va applicato a chi scrive e a chi legge. È diversa la scrittura che prendiamo in esame, siamo diverse noi che leggiamo. La critica deve riuscire ad esercitare nello stesso tempo la passione della differenza e la distanza dell'attenzione critica proprio per poter ritrovare una esatta dimensione, pienamente soggettiva, autonoma e che però non tema di tener presente tutto ciò che sa, che ha imparato. (Va da sé che questa "differenza" della critica può essere usata profittevolmente anche applicandola al testo di uno scrittore).
Se il problema principale di un/una insegnante di letteratura italiana è quello di comunicare agli studenti il piacere della lettura, gli strumenti per com-prendere il testo, gustarlo e capirne i modi di esecuzione, il senso di quel testo nella biografia di un autore e nella cultura del periodo, il valore della scrittura, che è rappresentazione di pensieri e creatrice di pensieri e di civiltà, come può non partire dalla biografia dell'autore, dal suo sesso, che è l'elemento più categorico nella vita di una persona? Gustare un testo, leggerlo, significa innanzi tutto, prima o poi, porlo in un contesto: il primo contesto è se a scriverlo sia stato uno scrittore o una scrittrice. Solo dopo (o forse, "a naso", prima) c'è il problema del giudizio del valore estetico: anche questo non può non partire dalla differenza. Poiché, se è vero che esiste una stratificazione culturale che aiuta a cogliere l'abilità dei poeti, dei grandi narratori, a usare parole in modo inimitabile, a forzare il linguaggio, a rendere e a rappresentare sentimenti e situazioni, il mondo poetico delle scrittrici è tutto ancora da cogliere. Le analisi che si vanno facendo sul linguaggio femminile, sul rapporto parola-corpo, sulle strutture narrative delle grandi scrittrici, sono preziose schegge di un mosaico da costruire. Il nostro sguardo si sta esercitando a cogliere tutto il nuovo del lessico femminile, e delle soluzioni strutturali che sono state adottate di volta in volta.
Questo lavoro sulla scrittura femminile credo vada mostrato ai giovani, e ai ragazzi vada sottolineato che il rispetto a una donna è dovuto non perché lei sia debole ma perché è una persona, e alle ragazze sia dimostrato che esse non devono scegliere tra i ruoli tradizionalmente assegnati alle donne (le famose "puttane o madonne") e il nuovo ruolo che la televisione e i giornali spesso reclamizzano di "rampante mascolinizzata", ma che ciascuna di loro ha la propria dimensione e la propria cultura, e ha una storia alle spalle che le offre sicurezza, oltre che rabbia. Insomma, si insegna la letteratura perché si spera che la letteratura insegni qualcosa. Altrimenti, perché insegnarla? E si badi: la scuola inevitabilmente deve scegliere, sceglie, cosa insegnare: a seconda del progetto educativo e politico che possiede. Lo studio della letteratura "femminile" serve a dare un quadro complessivo e complesso della storia della civiltà e a far comprendere il valore della scrittura, strumento tanto insostituibile che le donne, programmaticamente escluse, hanno voluto e dovuto conquistare e da ciò hanno ricevuto diletto e dignità.
Oggi a scuola pare che si inizi la critica di certi atteggiamenti maschili e il rispetto verso la donna: quale sistema migliore (oltre a quello di sottoporre a critica la produzione degli scrittori, facendo cogliere agli studenti il carico di misoginia e di ostilità feroce che c'è in molti di essi, anche illustri, nei riguardi della donna) che quello di mostrare le donne come soggetti della nostra civiltà? Creatrici di una cultura che in parte si è rivelata, si va rivelando, nella scrittura? Omettere questo e condannare genericamente la "violenza sulle donne" è un po' come continuare a far leggere ai ragazzi romanzi dove “i negri” compaiono sempre come i grossi baccalà "sì badrone" che il cinema americano ci ha fatto conoscere, mentre, in astratto, si parla di razzismo dilagante.
[1] Cfr. Anna Santoro, Per un'analisi dello stato socio-economico delle scrittrici italiane (dalle origini della stampa al 1860): appunti su produzione femminile, stampa, mercato. In "Prospettive Settanta", 1984, n. 1. Ora in parte ripubblicato nella Guida al Catalogo..., Napoli, 1990.
[2] Sulle scrittrici straniere, cfr. perlomeno Ellen Moers, Grandi scrittrici, grandi letterate, Milano, 1979; Nadia Fusini, Nomi, Milano, 1987. Per una ricognizione delle scrittrici italiane non contemporanee, cfr. Antonia Arslan (a cura di), Dame, droga e galline, Milano, 1986; Antonia Arslan e Anna Folli (a cura di), Neera, Monastero e altri racconti, Milano, 1988; Angela Bianchini, Voce donna, Torino, 1979; Ginevra Conti Odorisio, Donna e società nel Seicento, Roma, 1978; Bruna Conti e Alba Morino (a cura di), Sibilla Aleramo e il suo tempo, Milano, 1981; Franco Contorbia, Lea Melandri, Alba Morino (a cura di), Sibilla Aleramo. Coscienza e scrittura, Milano, 1986; Daniela Corona (a cura di), Donne e scrittura, Palermo, 1990; Giuliana Morandini, La voce che è in lei. Antologia della narrativa femminile italiana tra '800 e '900, Milano, 1984; Anna Nozzoli, Tabù e coscienza femminile nella letteratura italiana del Novecento, Firenze, 1978; Anna Santoro (a cura di), Catalogo della scrittura femminile italiana a stampa presente nei fondi librari della Biblioteca Nazionale di Napoli (dalle origini al 1860), Napoli, 1984; id., Catalogo... (dalle origini al 1900), Napoli, 1990; id., (a cura di), Guida al Catalogo..., Napoli, 1990, specie l'Introduzione e il saggio La lettura non è neutra; id., "Gli amori di una letterata" della Sig. D. in Esperienze letterarie, 1980, n. 2; id. Per un'analisi..., op. cit.; id. Caterina Franceschi Ferrucci, Le Lezioni di letteratura italiana, in “Esperienze letterarie”, 1984, n. 3; id. Letteratura femminile e mentalità nella Calabria dell'800, in Atti del Convegno dell'Ottocento calabrese, Cosenza, 1987; id. Narratrici italiane dell'Ottocento, Napoli. 1987; id. Ricerca e lettura delle scritture delle donne in Italia, in “Esperienze Letterarie”, III, Napoli, 1990; Patrizia Zambon, Novelle d'autrice tra Ottocento e Novecento, Padova, 1987.
[3] Il mio Narratrici Italiane dell'Ottocento, op. cit., è edito nella collana "Strumenti didattici.
[4] Cfr. Anna Santoro (a cura di), Catalogo..., op. cit.
[5] Cfr. Anna Santoro, Per un'analisi..., op. cit.
[6] Autrice di melodrammi e tragedie, impresaria e pittrice, Luisa Bergalli è citata qualche volta unicamente come moglie bisbetica di Gaspare Gozzi: in realtà lei lo mantenne per anni, grazie alla sua produzione teatrale, permettendogli di fare il genio sregolato.
[7] Presto a stampa, a cura della sottoscritta.
[8] Cfr. G. Conti Odorisio, op. cit.
[9] Cfr. Anna Santoro, Caterina Franceschi Ferrucci..., op. cit.
[10] Le prime 11 scrittrici sono presentate nel mio Narratrici italiane..., op. cit., le successive 12 in G. Morandini, op. cit. In quanto a Carolina Cosenza, cfr. il mio Gli amori di una letterata..., op. cit.
[11] È il tema di fondo affrontato nella Prefazione al mio Narratrici italiane... op. cit.