La cultura della Guerra

28 Febbraio 2022

La cultura della Guerra

Rifletto in questi giorni sulla situazione attuale e su tante altre che questa stessa mi fa tornare alla mente. Mi sento confusa, ignorante, impreparata. Addolorata soprattutto. Rifletto sulla Guerra, sulle guerre infinite e continue che si conducono sul nostro pianeta. Rifletto su corpi straziati, in fuga, sul terrore di bambine e bambini, di donne (e anche di uomini) inermi, violate, in fuga o in cerca di riparo con la speranza di salvarsi e con la disperazione di non sapere cosa accadrà dopo, se ritroveranno una casa, cibo, calore, pace. Rifletto su quante volte popolazioni intere si siano schierate contro la guerra, su quante petizioni, manifestazioni, dimostrazioni si siano portate avanti. E concludo che questa locuzione “essere contro la guerra” non traduce il mio sentire. Perché per me, come per tante donne, è semplicemente una parola da cancellare dal vocabolario.

Dire “sono contro la guerra” è attribuirle ancora un significato che non dovrebbe esistere più. La Guerra non è un’opzione su cui essere d’accordo o meno. Non è una possibilità, anzi: è la negazione di ogni nuova possibilità.

Inoltre, di cosa si parla quando si parla di guerra?

Per me è un eccidio, una carneficina (così già la chiamava Caterina Percoto, scrittrice dell’800), un delitto: è morte, disperazione, fuga, fiato in gola, paura, freddo smarrimento, e ferite, squarci, mancanza di cose elementari, è vedere il tuo bambino, la tua bambina, che soffre, piange, muore. Ma è anche avidità, egoismo, esercizio di potere, e circolazione di merci, di danaro. La guerra è cosa molto diversa per coloro che la soffrono, che sono obbligati a viverla e per coloro che la innescano, uomini potenti in competizione per avere più danaro, più influenza, più dominio, più comando.

Dicevo che mi sento confusa e ignorante, ed è così, perché, quando anche mi sforzi di seguire le notizie date (non commento) non riesco a distinguere tra fatti e narrazione degli stessi fatti, tra notizie e stravolgimenti della realtà o addirittura costruzioni da fiction. E vedo ipocrisia, falsità: si teme di fare un discorso pacato, attento, che si interroghi sul come, perché, quando, sia iniziata la guerra. Siano iniziate le guerre.

Certo, non c’è giustificazione che valga per il machissimo imperatore, devo sottolinearlo?, e neanche c’è giustificazione per le brigate naziste di pochi anni fa, per i morti di quegli anni, per le trame di paesi estranei, come non c’è giustificazione per paesi che fino ad ora si sono opposti all’accoglienza di migranti in fuga dai propri paesi in guerra e ora accolgono. (Mi chiedo se è perché abbiano capito la propria malvagità di poco tempo fa o se è ancora e sempre l’interesse particolare, la politica (chiamiamola così).)

Di fronte a tali tragedia, a tale tragedia di oggi, appariamo sempre in emergenza, i governanti di tutte le nazioni, e i commentatori tuttologi, si mostrano stupiti, ignari di come e perché le cose siano esplose nientemeno in questo modo. Certo, chi alla fine dichiara guerra e invade un paese è responsabile dell’inizio della guerra, e va fermato, ma non sopporto l’ipocrisia di chi non ammette che di quei risultati sono loro responsabili. E di chi paventi una guerra mondiale come disgraziatamente, dice, forse, unica opzione.

E invece la Guerra, e le guerre non sono opzioni possibili.

La guerra è stupro di massa. Anche lo stupro è un atto da cancellare.

Il nostro linguaggio deve cambiare:  dovremo manifestare tutti i giorni con tutti i mezzi contro il linguaggio televisivo e dei social, sempre più violento, dove la terminologia bellica viene usata a profusione (cfr. con la pandemia, ma non solo), contro le trasmissioni che dettagliano omicidi, crudeltà, glacialità, contro i film che vengono trasmessi sempre più violenti, e sempre più frequentemente con a tema guerre, eroi di guerre, carneficine, contro l’uso sciagurato del termine libertà che, dai tempi del primo sor berlusca, ha cambiato significato, diventando sinonimo di “mi faccio i cazzi miei”, contro i programmi scolastici sempre più superficiali, contro lo smantellamento della scuola pubblica, dal punto di vista delle risorse materiali e di quelle culturali (la competitività sfrenata, la pressione su ragazzine e ragazzini dall’asilo all’Università e oltre, la violenza che passa ignorata, le cause di questa stessa violenza, la poca cura da parte di certi insegnanti di “curare” la propria scolaresca, i libri di testo superficiali, eccetera), che ha radice nel disinteresse di chi dovrebbe badare alla scuola nei confronti di coloro che frequentano la scuola pubblica, mentre quella privata forgia a suo modo la futura classe dirigente (!!!!). E dovremmo manifestare contro l’impoverimento del sistema sanitario nazionale, anch’esso frequentato da una popolazione poco interessante per chi è al comando, povera o quasi, ininfluente, mentre le strutture private “d’eccellenza” vadano a chi può permettersele.

La cultura di guerra inoltre si nutre quotidianamente di gesti e comportamenti purtroppo presenti anche tra di noi: insulti se non si ha la stessa opinione nei confronti di un politico, di una legge, di un libro, di un film. Conflitti aperti su questioni che andrebbero discusse, al fine di una comprensione reciproca. Chiusure e rifiuti di relazioni.

Questi comportamenti, minimi, quotidiani, semplici, ma nefasti, contribuiscono alla cultura di guerra, alla cultura dello stupro, della violenza, delle ingiustizie.

Questa cultura così orrenda è risultato di una struttura/cultura patriarcale e imperialista. Dobbiamo ripeterlo fino a che non entri nella zucca.

Ed è contro questa che bisogna essere contro.

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