Passaggi all'inferno - La letteratura (delle donne) come strumento di liberazione e di riconciliazione Il riscatto della condizione femminile dall'inferno dell'esclusione. Relazione d'apertura di Anna Santoro (Cittadella della Pace, Arezzo 2004)

11 Aprile 2026

Passaggi all'inferno - La letteratura (delle donne) come strumento di liberazione e di riconciliazione

Il riscatto della condizione femminile dall'inferno dell'esclusione.

Relazione d'apertura di Anna Santoro (Cittadella della Pace, Arezzo 2004)

Premessa              

Ritengo che i concetti di Guerra e di Pace vengano di volta in volta adattati alla convenienza di chi detiene libertà di discorso e di parola. Viviamo in mondo smarrito, a causa di una Guerra che in questo momento sta sterminando e creando lacerazioni difficilmente rimarginabili. Costruire la Pace significa, assieme al rifiuto netto delle Guerre guerreggiate, prendere coscienza della necessità di leggere e affrontare i conflitti cercando una strada che proponga un "altro modo" di superarli, che non sia cioè quello del ricorso rinnovato alla violenza. Significa anche mettere a fuoco la mentalità, la cultura, grazie alla quale la guerra diviene una opzione possibile nella coscienza generale, (addirittura un linguaggio di (non)relazione), e dunque rileggere le forme di esclusione che patiamo e quelle che esercitiamo, le modalità dei nostri approcci ai conflitti, fino a mettere in gioco i nostri stessi comportamenti e la qualità delle nostre aspettative.

Uno degli strumenti di guerra strisciante è l'esclusione sistematica di chi venga qualificato "diverso". Secondo M. Foucault, tramite scuola, TV, giornali, riviste, l'assoggettamento da parte della cultura dominante (realizzato attraverso meccanismi sociali di controllo e di esclusione basati su ripetuti dualismi: noi e gli altri, i buoni e i cattivi, i giovani e i vecchi, i belli e i brutti, i sani di mente e i folli, gli eterosessuali e gli omosessuali, eccetera...), volutamente tende a creare dei non­soggetti, cioè individui o gruppi che, ostacolati da proprie condizioni e dalle altrui azioni coercitive, non riuscendo a liberarsi e ad appropriarsi di se stessi e dei proprio spazio, spesso finiscono per scegliere forme di violenza sempre più distruttiva e autodistruttiva. E come la Guerra non pone fine ai conflitti tra i popoli, così la repressione non fa che radicalizzare questa condizione di non-soggetti.

Anche le donne sono state tenute a lungo volutamente in condizione di esclusione e di assoggettamento, per quel che riguarda le leggi economiche, politiche, sociali; e a mio avviso lo sono tuttora, sia pure attraverso forme più subdole. Ma da sempre esse hanno espresso una propria cultura, e, grazie ai movimenti degli anni settanta del secolo scorso, hanno intrapreso la strada che dovrebbe portare ad uscire dalla dimensione di soggetto non riconosciuto, a recuperare la consapevolezza della propria soggettività di genere e a elaborare sapere e saperi, sfuggendo al rischio di costituirsi come "minoranza risentita" e dunque evitando distruttività e autodistruttività. E ritengo sia ancora necessario articolare il pensiero della differenza, affinché, soprattutto le giovani generazioni, non subiscano il fascino dell'omologazione e si sottraggano al nuovo immaginario che la società sta costruendo. La pericolosità di questo nuovo immaginario sta per esempio nel fatto che il corpo femminile, restituito alla libertà e alla dignità come essenza della differenza dì genere, punto di vista da cui parte lo sguardo sul mondo, la percezione, la relazione con l'altro, e introdotto in letteratura proprio dalle donne (come oggetto-soggetto e come linguaggio), oggi ci viene mostrato essenzialmente come strumento di seduzione pubblicitaria e commerciale sempre più volgare, luogo di dolore e di sevizie, artefice esso stesso di torture e di disastri, soggetto di distruzione e di autodistruzione. Discorso complesso e articolato che sarebbe bene approfondire, magari proprio presso questa Scuola di Pace, in qualche prossimo appuntamento.

Oggi ci incontriamo su un tema importante: La letteratura (delle donne) come strumento di liberazione e di riconciliazione.

L'esclusione e la violenza esercitata sulle donne è cosa troppo nota per essere ricordata. Ancora oggi le aggressioni, le esclusioni, la violenza e lo sfruttamento, fanno parte di una realtà con la quale le donne devono fare i conti di continuo. Anche il fuorviante concetto di "uguaglianza" è una forma di violenza moderna, ulteriore tentativo di omologazione e dunque di negazione.  Ma vorrei si riflettesse su un punto preliminare (che precisa anche il punto di vista dal quale muovo il mio ragionare): quando si accenna all'esclusione delle donne, alla violenza quotidiana esercitata su di esse da padri, fratelli, padroni, quando si pensa al loro essere vittime innocenti di guerre crudeli, e a come viene sfruttato il loro corpo, e così via, non si dice tutto: l'esclusione esercitata nei confronti delle donne va oltre quella imposta fuori dalla vita pubblica, dalla possibilità e parità di educazione e di lavoro che per secoli le ha segnate. Forse maggiormente significativa e alla lunga più crudele è l'esclusione dalla memoria collettiva della loro presenza, delle attività intellettuali e sociali che hanno portato avanti, dell'utilità del loro lavoro quotidiano, della produzione nel mondo del lavoro e della presenza in campo culturale, insomma l'esclusione e la svalutazione della qualità del loro fare e del loro essere. Perfino la pietà, con cui a volte si racconta l'esclusione delle donne alludendo a uno spazio comune, "neutro" (e che è invece spazio di potere, maschile, costruito su certi canoni) non riconosce la qualità dell'alterità femminile, della differenza di sguardo, di percezione del mondo, di capacità relazionale, di fare cultura, ma, nella migliore delle ipotesi, sottolinea un sopruso esercitato dal forte sul debole. Colloca cioè la differenza di genere in posizione di dipendenza all'interno di una gerarchia proclamata neutra e generale, in realtà creata e fissata da una sola parte. (In questo caso la scala dei valori è quella della forza. In altri può essere quella della ricchezza, della disponibilità economica, della cultura dominante...). Aggiungo per inciso che, se non si comprende questo, è molto difficile il superamento del risentimento raccomandato da Virginia Woolf.

La denuncia dei soprusi e la lotta contro le discriminazioni e le violenze è certo una strada fondamentale, ma l'uscita da questa condizione, dall'inferno dell'esclusione, si ha, come accennavo prima, quando il "gruppo discriminato" (quale che sia) prende coscienza della propria identità e della propria cultura e lavora su di sé e sulla sua relazione con lo spazio a partire da sé.  Donna è bello è stata la parola d'ordine di partenza dei movimenti femministi degli anni '70 in Italia. E subito dopo le donne hanno sintetizzato con altre parole d'ordine ("Io sono mia" e "Partire da sé") il cammino da intraprendere per dare spazio ai propri desideri, alle proprie percezioni della realtà, alle proprie paure, hanno riflettuto sulla Storia e sulla Storia di genere, riappropriandosi in modo del tutto nuovo della nozione di differenza che fino ad allora serviva a discriminarle. Prendere coscienza della propria condizione (di escluse, ma subito dopo di presenti) ha significato per le donne produrre denunce, avviare e portare avanti ricerche, elaborare pensiero, scrivere. E questo porta alla liberazione. (La riconciliazione avviene quando anche "l'altro" si fa carico di portare avanti una profonda revisione della propria cultura e accetta e promuove relazione e dialogo basato su reciproco rispetto).

Sebbene sia degli anni '70 del secolo scorso la "presa di coscienza" politica, le donne, sin dai secoli passati, grazie alla scrittura (e ad altri linguaggi del fare creativo), si sono riconosciute (o con semplicità si sono vissute) come soggetti desideranti, diremmo oggi, e hanno dato forma al proprio desiderio. Cioè hanno fatto Letteratura (poesia musica, pittura, danza, cinema... e anche saggi critici). In questo senso la letteratura è strumento di liberazione, in quanto rappresentazione simbolica di quel "prendere la parola" da parte delle donne nei posti di lavoro, nelle case, nelle scuole... E prima ancora della cosciente teorizzazione della differenza di genere, già nei secoli passati le scrittrici davano voce alla soggettività femminile.

   La soggettività femminile nella scrittura si è esplicata nel tempo a vari livelli: con il mettere al centro, introducendola come protagonista, una donna, con il disegnare uno scenario dove la relazione tra donne, diverse, crea un clima, un'atmosfera segnata appunto dal femminile, con l'affrontare delle tematiche "trasparenti" per lo sguardo dello scrittore (e del lettore), dando visibilità non solo ad esse ma al punto di vista inedito e cosciente di sé che abbraccia la visione del mondo: é da qui che nascono i grandi libri di denuncia della propria condizione, dei comportamenti maschili, dei conflitti tra i due generi, ma anche dei guasti per tutti (la guerra, la violenza...) e anche da qui nascono i grandi libri di felicità e di gioco, di libertà.  Le scrittrici svelano la violenza della condizione femminile, non solo perché interessa a loro e alle loro lettrici, ma prima ancora perché la vedono; svelano la brutalità e la profonda inumanità della guerra perché la soffrono e la vivono come pratica esclusivamente maschile sia per gli interessi materiali sia per l'incapacità di accettare differenze alla pari. E' questo il grande "scarto" compiuto dalla scrittura femminile: il mondo e i suoi valori, le abitudini, i comportamenti, le mentalità, vengono tutte ribaltate.   Dunque, in almeno tre direzioni la letteratura è strumento di liberazione per le donne: perché addita e denuncia o semplicemente rappresenta la condizione femminile, perché nasce da una necessità legata profondamente allo sguardo sul mondo, sulle persone, sulle relazioni e legge il mondo dal proprio punto di vista, con modalità e finalità differenti da quelle maschili, e perché, in quanto linguaggio compiuto, è di per sé eversiva nei confronti della cultura dominante e prova di liberazione avvenuta. (Rottura del Canone e violazione del Sistema letterario)

Procedendo nella ricerca della propria scrittura, le scrittrici fidano nei linguaggi del corpo_ (il proprio, quello delle altre, degli altri), cioè danno forma a ciò che percepiscono. Accolgono il mondo, tramite le emozioni che dal corpo appunto nascono. Le tematiche preferite dalle scrittrici, reputate interessanti unicamente perché di denuncia della condizione femminile, in realtà provengono da un posizionamento, da un'attenzione, da un sapere, determinati proprio dal corpo femminile. Avviene così un cambio di prospettiva, di motivazione culturale, relazionale, letteraria, completamente nuovo, un processo esistenziale, di ricerca di linguaggio, inedito. La "globalità", propria delle scritture femminili realizzate, dipende dalla globalità percettiva delle donne che investono la propria unità in un percorso che non è puramente intellettuale. E' questo che determina il "punto di vista" femminile, nella vita e nella scrittura.

Leggiamo quanto scrive una delle più grandi figure del panorama letterario internazionale (tra scrittrici e scrittori): "Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. E' tornare a casa. Lo stesso che leggere". Così, Annamaria Ortese, in Corpo Celeste (Adelphi, 1997, p. 104-105), risponde alla domanda se "scrivere abbia ancora una funzione", e, alla domanda seguente, se ci sia qualcosa di più importante della pace dello scrivere, precisa: "Certo, la Pace stessa".  Dunque la Pace viene prima dello scrivere (la vita, per le donne, viene prima della Letteratura): e scrivere è "cercare la calma" (sottolineo: cercare), e "qualche volta trovarla". Le volte cioè che il rapporto col sé (e col sé-mondo) riesca a dare forma, grazie al linguaggio, a quella necessità, autentica, di rappresentazione del desiderio. Esiste un corpo, un soggetto, che si relaziona con ciò che è attorno, che guarda. Se riesce a dare forma allo sguardo, alla memoria, alle sensazioni, al pensiero, "trova la calma", cioè fa poesia. La Ortese ci riesce.

Di lei, che ha scritto opere di squisita bellezza come Poveri e semplici, Il porto di Toledo, L'Iguana, Il cardillo addolorato, Il mare non bagna Napoli, già nel Diario, scritto verso i tredici anni, colpisce la freschezza assoluta del linguaggio, la vivezza delle descrizioni di piccoli gesti, i felici tempi dei dialoghi, la percezione della mitezza degli animali, l'attenzione allo stato di deboli, perdenti, sconfitti, quella sorta di spirito di sacrificio, di sdegno per le cattiverie, di ribellione alle ingiustizie, l'insofferenza prima nei confronti della scuola e più avanti della chiesa, della politica, delle norme, quel sogno di libertà che si incarna nel desiderio di scappare in America, l'America dei Pellerossa, che "uccisi in massa... ubriacati col fuoco... vivono sempre nelle tende... guardano intorno come uccelli nel cassetto". Eppure Anna Maria Ortese, figura scomoda e isolata come tante altre scrittrici, solo recentemente è stata riletta e rivalutata. E solo negli ultimi venti anni, questa è l'esclusione cui accennavo all'inizio, tante altre scrittrici e intellettuali italiane, per lungo tempo cancellate dalla memoria collettiva (ancora nei libri di scuola ne vengono citate pochissime e per di più lette in modo banale), sono state rilette, sebbene esse, attraverso la scrittura, già nei secoli passati abbiano dato sguardo e voce alle donne e, prendendosi il diritto di parola e costituendo cioè un elemento eversivo, abbiano compiuto un percorso di liberazione. Questo pomeriggio leggeremo alcune di queste scrittrici, seguendo dei percorsi di lettura che privilegino le tematiche e le modalità che in questa sede ci interessano particolarmente.

Ora vorrei fornire ulteriori spunti di approfondimento "teorico", soffermandomi su due testi che in qualche modo riprendono le domande che ci siamo poste, riguardo l'esclusione femminile e riguardo il modo di fermare la Guerra.

Virginia Woolf, magnifica scrittrice e saggista, in due opere di straordinario interesse e utilità (per i quali servirebbero più giorni di attenta lettura), Una stanza tutta per sé e Le tre ghinee, risponde, in estrema sintesi: Per affrontare l'esclusione ciascuna donna deve avere "una stanza tutta per sé", e "la guerra è un mestiere (degli uomini); è una fonte di felicità e di esaltazione (per loro); è uno sbocco per le virtù virili senza le quali l'uomo (a suo avviso) si deteriorerebbe”.  Virginia fa di più: riesce a collegare, così come ci proponiamo noi, la cultura di guerra con l'esclusione delle donne, e dunque l’educazione a una cultura della Pace con la scrittura femminile. Vediamo in che modo.

Nel 1929 Virginia pubblica Una stanza tutta per sé (straordinario saggio che riprende, modificate e ampliate, le due conferenze su "Donna e romanzo" che aveva tenuto l'anno prima in due College femminili). Qui, Virginia definisce con chiarezza il "conflitto di genere", lo rintraccia nella cultura dominante, di cui coglie la prepotenza ma anche l'intima debolezza, denuncia, attraverso ampie citazioni e acute riflessioni, come nelle leggi, nelle istituzioni, nella tradizione culturale, nella politica, nelle relazioni domestiche, le donne siano state tenute in condizione di dipendenza e di esclusione. Ma Virginia va oltre la denuncia: ciò che le interessa è rivalutare proprio quella "differenza", motivo di esclusione e di oppressione, capovolgendo i termini della questione. Le donne, scrive, hanno interessi propri, esperienze proprie, un fare differente, una capacità di relazione e di attenzione, un proprio punto di vista che si manifesta quando si guardano intorno, si relazionano con cose e persone, leggono, scrivono: questa è la "differenza", cioè una ricchezza, non un’inferiorità. Inoltre introduce un altro concetto fondamentale: una volta riconosciuta la propria differenza, le donne devono elaborarla, articolarla. Devono liberarsi da frustrazioni e da risentimenti che le mantengono in uno stato di dipendenza, mentre l'obiettivo di ciascuna è quello di essere, di guardarsi intorno, di dare risposta ai grandi interrogativi del vivere in una realtà dove tutte e tutti possano trovare in libertà la propria strada.  Questi concetti sono fondamentali anche per fare Letteratura. La scrittura è libertà (dalla condizione materiale e dai condizionamenti di pensiero) e gli steccati, le proibizioni, nuocciono alla libertà delle persone e alla libertà di scrittura.

Per esempio, Virginia annota come sia pericolosa tanto la "mancanza di tradizione" (delle donne) quanto "le conseguenze della tradizione" (degli uomini): é brutto essere chiuse fuori dalla Biblioteca, ma anche esservi chiusi dentro. A riprova, Virginia riconosce solo pochi grandi scrittori -come ha riconosciuto poche grandi scrittrici-, perché l'essere chiusi dentro è stato nocivo per la loro arte quanto l'essere chiuse fuori, per quella delle donne.       Ancora: Perché le donne scrivevano nell'800 soprattutto romanzi e non poesia (intesa come opera pienamente libera)? si chiede Virginia e si risponde: Perché avevano un salotto in comune con la famiglia. Per scrivere poesia è indispensabile il raccoglimento. Le interruzioni impediscono la poesia.  Da qui l'esigenza della stanza tutta per sé. Eppure, la stanza in comune, qui è il punto (esemplare dell'equilibrio di Virginia e della valorizzazione della differenza), ha insegnato alle donne a cogliere le figure umane per ciò che sono, a osservare come si muovono, l'atmosfera che creano: "I sentimenti delle persone rimanevano impressi su di lei; aveva costantemente sotto gli occhi i rapporti umani".   In quanto alla necessità, anche in Letteratura, di liberarsi dal risentimento e di conquistarsi autostima e sicurezza di sé, Virginia, pur comprendendo e sottolineando le difficili condizioni di lavoro delle donne (l'indigenza, l'essere attaccate, poco stimate, il dover penare per ottenere stima), nota come quelle scrittrici che hanno portato nelle proprie opere le proprie rivendicazioni e il proprio odio, siano state distratte dall'oggetto del loro lavoro che è la realtà attorno. L'odio ha impedito loro di essere grandi. E invece: "(Jane Austen) scriveva senza odio, senza amarezza, senza paura, senza protestare, senza far prediche”. Jane Austen scriveva esprimendo la propria soggettività, per questo è stata una grande scrittrice.

In conclusione bisogna "scrivere da donna (valorizzazione della differenza) ma da donna che dia per scontato il suo essere donna (la libertà e la soggettività)". E' questo il segreto della buona letteratura: la naturalezza della coscienza di sé e del proprio sguardo sul mondo. E conclude: "Datele altri cento anni... datele una stanza tutta per lei e cinquecento sterline l'anno, lasciatele dire quello che pensa... e sarà una poeta ".

Leggiamo ora piccolissimi stralci per commentarli insieme: l'inizio- p.3: Se vuole scrivere romanzi "una donna deve avere denaro e una stanza tutta per sé “, cioè deve avere autonomia economica, autonomia di sguardo e di giudizio, possibilità di raccoglimento e di elaborazione, libertà di parola e con le parole; p. 9: "Qui c'era il prato, più in là il vialetto. Soltanto ai Membri del College e agli Studiosi è consentito poggiare i piedi qui; il mio posto è la ghiaia”;.... p.79-80 (sull'autonomia economica che può portare l'autonomia di pensiero e dunque la libertà di scrittura), p. 95-101 (Judith, la "sorella" di Shakespeare), p. 109: "A lei il mondo non diceva, come agli uomini: scrivi pure se vuoi; per me non fa nessuna differenza. Il mondo, sganasciandosi dalle risate le diceva: Scrivere? E a che ti serve scrivere?"; ...p. 231-2 (la conclusione).

L'altra opera su cui ci fermiamo, sempre brevemente, è Le tre ghinee, del 1938.  In questo caso, V. deve rispondere alla lettera di un avvocato che la invita a sostenere la sua Associazione antifascista (con un'offerta in danaro, l'iscrizione, la partecipazione alle iniziative) per fermare la guerra.

Come ce lo chiediamo noi oggi, Virginia si chiede: "Cosa si potrebbe fare per fermare la guerra?" e risponde che bisognerebbe sapere tante cose che lei non sa. In verità, la difficoltà maggiore per lei sta nell'intendere la Guerra come "risultato di forze impersonali”; mentre c'è qualcuno che la pensa, la prepara, la immagina come possibilità, la dà per scontata, ne calcola freddamente i costi (in danaro e vite umane) e la dichiara. Qualcuno che sa di poterlo fare, che sa di essere ascoltato e ubbidito. Qualcuno che abbia questo Potere. Questo Potere non appartiene a lei né a nessuna altra donna, lo Stato che ha dichiarato Guerra è uno Stato che non ha mai dato peso alle donne e che dunque Virginia non riconosce come suo: "Combattere è sempre stata un'abitudine dell'uomo! ".

Prende così il via questo saggio interessantissimo che, alla pari dell'altro, mette in campo una serie di riflessioni importanti e, come l'altro, dovrebbe essere studiato a scuola. Perché il ragionamento di Virginia, sottile e sofferto, logico e ironico, serio e portato avanti con tono a volte leggero, dimostra che la Guerra è una questione maschile, e infatti gli uomini stessi la rivendicano come momento di "verità", di "unica gloria", di "realizzazione" (ricordiamo che tanti scrittori italiani, e non solo Marinetti e D'Annunzio ma anche alcuni insospettabili, perfino Gadda, hanno nutrito un fascino particolare per la guerra in sé, e ne hanno scritto anche nei Diari). E si chiede come possano gli uomini (che nella loro tradizione hanno sempre dato un posto tanto importante alla guerra, al valore in campo, alle medaglie, eccetera, e che inoltre hanno privato le donne dei diritti elementari, conducendo dunque anche contro di esse una vera e propria guerra) non approfondire essi stessi una critica alla propria cultura? (alla guerra, allo stupro…). Alla Guerra, come alla politica, alla cultura, alla mentalità maschile, le donne sono estranee (la `società delle estranee"). Eppure non basta dichiarare l'estraneità: Virginia ha davanti fotografie di guerra, bambini straziati. E comprende che la guerra, sebbene non voluta da lei, la invade. Così, non le riesce di liquidarla unicamente perché "non è in suo nome".

Dopo lunghi e articolati ragionamenti, Virginia invia il suo contributo all'Associazione antifascista, precisando: “II modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi. Non è di entrare nella vostra associazione ma di rimanere fuori pur condividendone il fine. E il fine è il medesimo: affermare "il diritto di tutti - di tutti gli uomini e di tutte le donne - a vedere rispettati nella propria persona i grandi principi della Giustizia, dell'Uguaglianza e della Libertà".   Virginia ha ricevuto altre lettere che le chiedono sostegno e, decide di rispondere positivamente sia alla richiesta da parte di un College femminile, sia a quella di un'Associazione per la libere professioni delle donne, perché, spiega a entrambe, le donne devono avere diritto a esercitare le libere professioni e ad accedere alle Università, anche perché la loro cultura e la loro libertà è in contrasto con la cultura di guerra. Ma in cambio chiede di non diventare mai come gli uomini, di non omologarsi alla- cultura maschile anche quando conquisteranno la parità. Esse dovranno continuare a preservare, nutrire e articolare la propria differenza. E prima di tutto, dovranno scrivere.

    Commentiamo assieme alcuni brevi stralci da Le tre ghinee :

   "Riusciremo a mettere in luce la relazione esistente tra quelle immagini (le foto di guerra) e/a prostituzione della cultura, la schiavitù di pensiero? Riusciremo a rendere cosi chiaro che le une implicano le altre, da far sì che le figlie degli uomini colti preferiscano rifiutare il danaro e la fama, e essere oggetto di disprezzo e di ridicolo piuttosto che pagare, o lasciare che paghino, il prezzo tradotto in immagini in quelle fotografie?"

    "Perché se Lei accetterà le nostre condizioni, potrà intraprendere le libere professioni senza lasciarsi contaminare; potrà liberarle dalla ossessività, dall'invidia, dalla aggressività, dalla avidità che le caratterizzano. Potrà usarle per avere una mente autonoma, una volontà autonoma. E potrà usare quella mente e quella volontà per cancellare la disumanità, la bestialità, l'orrore, la follia della guerra.'

   "Non abbiamo dunque ragione di pensare che se anche noi eserciteremo le stesse professioni acquisteremo le stesse qualità? E non sono proprio queste qualità a provocare le guerre? Tra un paio di secoli, se eserciteremo le professioni allo stesso modo, non saremo anche noi possessive, gelose, aggressive (...) come sono oggi questi signori?"

     "Come potremo intraprendere quelle professioni e tuttavia rimanere esseri umani civili; esseri umani cioè che vogliono evitare le guerre?"

    "Non dobbiamo mai smettere di pensare: che civiltà è questa in cui ci troviamo a vivere?"

    Introduzione al lavoro pomeridiano

Oggi leggeremo pagine di alcune scrittrici e intellettuali italiane, esemplari di quanto abbiamo detto stamani. Mi piacerebbe leggerne molte di più ma, non avendo tempo né qui a disposizione una Biblioteca, ci fermeremo solo su alcune usando i testi raccolti in Antologie che ho curato: Narratrici italiane dell'800, Federico e Ardia 1987; Il Novecento - Antologia di scrittrici italiane del primo ventennio, Bulzoni 1997; Piccola Antologia di scrittrici campane, Intramoenia 2001.

Prima però collochiamo queste letture in uno scenario.

L'ultimo ventennio dell`800 è un periodo di grande ricchezza della produzione letteraria femminile italiana. Si pensi che tra il 1882 e il 1888 vengono pubblicati testi di alcune delle più interessanti scrittrici del tempo: Questioni sociali di Aurelia Folliero De Luna Ciurmino (1882), Racconti di Caterina Percoto (1884), Novelle e studi dal vero di Rosalia Piatti (1884), Un matrimonio in provincia della Marchesa Colombi (1885), Casa Leardi di Maria Savy Lopez (1885), Teresa di Neera (1885), La marchesa Aviti di Matilde Gioli (1888), Donnina di Grazia Pierantoni Mancini. Inoltre nel 1885 Fanny Salazar fonda il giornale La Rassegna degli interessi femminili, e così via...

   Queste scrittrici, e altre, riesaminano il concetto di "virtù", di "femminile", di forza e di debolezza, e riesaminano i luoghi comuni attorno al matrimonio (di convenienza), al "zitellaggio precoce", alla imposta ignoranza delle fanciulle, si interessano alla trasformazione economico-sociale dell'epoca, rinvenendo (come più tardi Virginia) nell'autonomia economica una delle strade necessarie alla libertà delle donne. E tutte affrontano questioni come la guerra, il lavoro, la disoccupazione, in un modo che nessuno scrittore aveva ancora fatto. E' la vita quotidiana che, ben lontana dall'essere cucina, casa, cicaleccio tra comari, rivalità tra belle donne, scenario di folla femminile un po' anonima che pone al centro d'attenzione l'uomo (come era nella letteratura maschile), diviene allo sguardo delle scrittrici punto di osservazione privilegiato per quelle che sono le "priorità" del vivere: così, la guerra è vista con lo sguardo di chi subisce il dolore delle perdite e non riesce più a credere alle favole dell'onore (Percoto), il matrimonio è denunciato di convenienza (Saredo, Piatti), l'amore rappresentato come scelta di passione da parte delle donne (Neera e più tardi la Codronchi, Prosperi e altre) acquistando anche valenze nuove (la complicità, le condivisione di gusti e ideali). In quanto alla Marchesa Colombi, fortemente impegnata dal punto di vista politico (fa conferenze in giro con la Mozzoni, scrive In risaia, usato come "documento" da Cabrini, deputato socialista, nella lotta per la tutela delle lavoratrici) è un'altra grande scrittrice (il suo Un matrimonio in provincia è un piccolo capolavoro) che affronta tutte le tematiche più forti: matrimonio di convenienza, diritto all'amore, visibilità e corpo, diritto al lavoro. Con la scrittura gioca con svelamenti ed equivoci (di nomi, dei significati, dei luoghi comuni....), segni di piena soggettività che le permette ironia e serenità.

Leggiamo e commentiamo insieme.

Se ci spostiamo nel primo Novecento, troviamo molte scrittrici squisite, che affrontano temi e problemi che le ricollegano alle scrittrici dell'800 ma che mostrano sul piano della coscienza e del linguaggio una dimensione senza dubbio più matura. Clelia Pellicano, Anna Franchi, Lina Pietravalle, Maria Messina, Paola Drigo, Annie Vivantí, e altre, nel raccontare storie di violenza sulle donne, mettono in scena la cronaca quotidiana, il vissuto quotidiano delle donne, riuscendo a comunicare emozione, e soprattutto rappresentano la violenza come "normalità", insita della società patriarcale.

La denuncia della realtà sociale di doppio sfruttamento sulle donne, che mai era stata rappresentata da alcuno scrittore, è presente in tutte: la violenza e il ricatto sul lavoro (La trecciaiola di Anna Franchi, La servetta della Pietravalle, vari racconti di Maria Messina), la violenza in famiglia fino allo stupro incestuoso (il bellissimo Maria Zef di Paola Drigo), la proibizione del lavoro per le figlie dei nobili fino a condurle alla povertà e alla fame (Matilde Serao, Maria Messina), il ricatto del matrimonio e la lotta per il divorzio (Aleramo, Franchi), la rivisitazione del sentimento della maternità, tanto decantato e strumentalizzato dalla letteratura ufficiale (maschile), rappresentato ora in conflitto con l'amore per se stesse (Franchi, Aleramo). La stessa levità della Di Donato la dice lunga sulla percezione della vita delle donne anche nelle famiglie "bene". E l'ironia della Pellicano (ma di lei ricordiamo le inchieste sulla capacità produttiva femminile nel Sud e le durissime parole contro la guerra) in Potere giudiziario-Potere amministrativo e in tanti altri racconti, ci fa capire la grande distanza che avvertivano le donne da quel mondo maschile così pieno di pregiudizi, di competizione, di violenza. E di stupidità.

Altro punto essenziale. Abbiano già sottolineato come da sempre le scrittrici accolgano il corpo nella scrittura, non solo come tematica, ma come fonte di percezione e spinta alla formalizzazione, come modello comunicativo, creatore di segni.    I corpi parlano negli scritti di queste donne. Per Carola Prosperi, ad esempio, i problemi d'amore non sono astrazioni o sentimentalismi: il discorso che li affronta lo fa citando (e partendo da) fatti concreti, primo tra tutti il rapporto sessuale; la lingua che li nomina è fatta di parole tangibili che evocano non idee ma gesti, emozioni visibili come il rossore, il pianto, il riso, la voce squillante o bassa, il passo trionfante o lento... tutti segni del linguaggio del corpo. La denuncia del rapporto coniugale che è presente in molte di loro, pone alle lettrici domande, le fa sentire parte di un tutto, le mette in relazione. Anche per questo erano scrittrici popolari.  Quando Carola Prosperi, in La nemica dei sogni, descrive Eugenia come "femmina schiava di un maschio padrone", tocca un argomento completamento ignorato dalla letteratura tradizionale (maschile) e che tale rimarrà fino agli anni '70, argomento però accolto dalle lettrici che si riconoscono finalmente (e riconoscono i propri sentimenti, i propri problemi) nella letteratura.  Quando, sempre Carola ne L'estranea, Eugenia Codronchi in La costola d'Adamo, Lina Pietravalle in tanti suoi racconti, danno voce al desiderio femminile per il corpo dell'uomo, rompono un altro tabù, continuato fino ai giorni nostri.  Per questo le nostre scrittrici erano pericolose. E, dopo il successo ottenuto presso contemporanee e contemporanei, vennero cancellate dalla memoria.

Leggiamo e commentiamo insieme.

Queste scrittrici, come ho sottolineato più volte stamani, interessano il nostro discorso non solo perché denunciano l'inferno della esclusione femminile, ma perché esse stesse ne hanno fatto parte essendo state cancellate dalla memoria collettiva. Per tutte è avvenuta questa cancellazione che solo da circa venti anni si è iniziato a esplorare.  Tra queste vorrei, in conclusione, fermarmi su due scrittrici e intellettuali napoletane dell'800: Aurelia Folliero De Luna Cimino (1827-1895) e Fanny Salazar Zampini (1853-?).

Aurelia Folliero De Luna Cimino, nata a Napoli, vissuta a Parigi e poi a Londra, tornata in Italia fonda a Firenze la rivista "Cornelia", apre un Istituto agrario a Cesena, è corrispondente di "The Revolution", famoso giornale americano, e del parigino "Le droits des femmes". Delle sue moltissime opere, tra le quali anche ro­manzi, drammi e raccolte di poesie, ricordo Stabilimenti agrari femminili (Firenze 1879), Questioni sociali (Cesena 1882), Teosofia moderna (Roma 1893). Di Questioni sociali, ricordo i titoli: La questione femminile in Italia e all'estero, Riforme legislative e universitarie, Educazione e affetti, Istruzione, Idealismo e scetticismo, L'Opinione pubblica nella società. Tra le questioni che Aurelia affronta, segnalo: l'attacco che fa alla convenzione per cui l'esistenza sociale della donna si limita ai 25-30 anni, mentre è dopo i 40, afferma, che le donne possono "esercitare un'azione diretta sui costumi e sulle idee"; la difesa delle nubili, afflitte da luoghi comuni squallidi e volgari; la risposta a chi afferma che solo le donne vecchie e brutte sostengano i diritti delle donne, non possedendo più il gusto e la possibilità della seduzione sessuale tradizionale; la rivendicazione della presenza delle donne nei tribunali, nelle carceri, nelle Istituzioni, perché, sottolinea, il loro punto di vista è altro da quello degli uomini ("Non sembra egli giusto che la madre della vittima, la quale si vide assassinare sotto gli occhi la figliuola,...sappia che il giurì non è solo composto di uomini che comprendono la forza di un parossismo forsennato per contrariato affetto, ma anche di madri... ?"); le prudenti riflessioni riguardo i rischi del divorzio se gestito da leggi che ancora non abbiano accolto i diritti delle donne; l'educazione delle fanciulle, la loro necessaria autonomia economica e culturale; il tema del diritto al lavoro ("Fra i pregiudizi più fatali alla felicità della donna vi è certamente quello che vieta alle fanciulle di condizione nobile l'esercizio di una pro­fessione o d'un'arte remunerativa"); le battaglie per scuole che diano una cultura completa alle donne, anche riguardo il corpo, che le preparino a tutte le professioni, anche a quelle scientifiche; l'auspicio che nascano giornali e associazioni femminili che pratichino la !a solidarietà tra donne per dare loro forza contro le violenze degli uomini; la raccomandazione alle donne di "pensare un po' seriamente ai loro veri interessi, di adempiere con zelo i loro doveri, ma di non dimenticar del tutto i propri diritti, poiché alle volte anche l'esercizio d'un diritto è un dovere"; le riflessioni sulla stupidità della politica e degli interessi di potere ("Mentre sul nostro piccolo pianeta si va discutendo se uno dei punti microscopici della sua superfice debba essere governato da questo o da quello... e mentre l'uomo studia nuovi generi di torture... o come annientare gli eserciti e polverizzare i vascelli nemici coi loro equipaggi.., un sole si sta scomponendo_."); il rifiuto della la follia della guerra ("Quante pazze imprese e quanto sangue si risparmierebbe se la donna, che si tiene al di fuori dalle violente passioni politiche, e per ciò ha il giudizio più chiaro delle cose, fosse chiamata a consiglio. Come possiamo noi vantarci di civiltà mentre ogni giorno udiamo di guerre sanguinose le quali non hanno programma, non hanno causa eccetto la passione dell'orgoglio ferito, e l'insaziabile sete delle conquiste? Ed i popoli... vanno al macello non osando disputare la propria vita alla elastica parola, Gloria nazionale...'; "Quando nelle prime preci che insegniamo ai nostri bambini, suggeriamo loro di pregare anche per nemici nostri secondo la parola del Sommo Maestro, non pensiamo già che fra pochi anni s'insegnerà ad essi che la guerra...è inevitabile e gloriosa", "Solo crederemo di aver raggiunto la civiltà quando la donna avrà il diritto di farsi ascoltare, quando invece che all'orgoglio nazionale si baderà agi; strazi d-! nostri cuori, al rispetto della vita umana"). (leggiamo e commentiamo)

    Fanny Salazar Zampini, nata nel 1853 a Bruxelles ma napoletana d'origine, scrive poesie, commedie, novelle e romanzi ma è grazie alla professione di saggista, di giornalista e di conferenziera che crescerà i figli, dopo la separazione dal marito. Da sola affronterà nella vita e nella scrittura due tematiche fondamentali che tali rimarranno per tutta la sua esistenza: il tema del divorzio e quello del diritto al lavoro per ogni donna.

La sede del suo giornale la "Rassegna degli interessi femminili" diviene salotto intellettuale (tra i frequentatori c'è il giovane Croce), punto di riferimento di donne che vanno a raccontare le loro storie ("Non passava quasi giorno senza che chiedessero di parlarmi donne bersagliate dalla sventura. Erano creature straziate da tutt'i dolori a cui le condanna la schiavitù morale de' nostri pregiudizi, specialmente quelli contro il lavoro e contro la libertà individuale. Alcune, prive di mezzi, non potevano lavorare per divieto espresso del marito, del padre...Altre, e quante di queste!, erano le vittime dell'amore. Fanciulle sedotte dal miraggio dell'affetto da que' vili che le avevano abbandonate dopo di averne carpito la fiducia con false promesse di matrimonio. Mogli sventurate i cui mariti le tradivano con altre don­ne... Scoprivo continuamente l'abisso dell'umana malvagità, la prepotenza e l'ipocrisia che s'impone alla nostra vita sociale. Da una parte gli uomini, a cui tutto è lecito per soddisfare i loro appetiti brutali, dall'altra le donne a cui si fa colpa financo di secondare i più delicati e generosi affetti").  Fanny affronta anche il tema dei bamb­ini, figli di nessuno: "Non si vuole imporre agli uomini la paternità? e allora ri­torniamo al Matriarcato!" Si batte per leggi contro i seduttori, per la ricerca della paternità, per la tutela dei bambini abbandonati. Più tardi, costretta a chiudere il giornale, inizierà a tenere pubbliche conferenze come già fanno Annamaria Mozzoni (la traduttrice di J. S. Mill, autore de La schiavitù delle donne), Maria Antonietta Torriani (Marchesa Colombi), Francesca Zambusi del Lago, Gemma Ferruggia, Paola Lombroso e altre, scandalizzando il pubblico proprio per questo mettere in mostra il corpo femminile. Lavora al Proqramma della scuola per ragazze: fondamentale, scrive, è che le donne ottengano lavoro indipendente, libertà individuale, intellettuale, creativa, di pensiero e di azione. Riferendosi alla classe media, Fanny fa i conti in tasca ad una famiglia: le entrate vanno dalle 3000 alle 5000 lire all'anno. Le spese per la casa sono intorno alle 1200 lire; cibo, luce, ecc. 3600; restano 200 lire per vestiti, libri, medicine... Se poi non sono 5000 ma 3000 lire le entrate è materialmente impossibile vivere. La condizione delle maestre è inso­stenibile, quella delle casalinghe è eroica ecc.

Insomma la questione femminile diventa questione sociale, generale, economica, per la produttività di un paese, per la morale di un paese. I paesi civili sono tali se tale è la condizione della donna. Affermazioni dure da ascoltare, ma ciò che non può essere perdonato a Fanny è l'operazione di visibilizzazione dei corpo. In tutto ciò che scrive, il corpo è l'elemento fondamentale di svelamento. I diritti delle donne che Fanny rivendica (al lavoro, alla libertà, al rispetto, alla visibilità) contraddicono quel corpo debole, quella fragilità nervosa che sempre più diventano le caratteristiche assegnate alle donne dalla letteratura del tempo. Così Fanny svela il punto di vista maschile di tanta letteratura che per di più ha una funzione deformante per la mentalità delle giovani donne: nella letteratura queste "eroine" pallide, senza corpo vero, definite "nevrotiche", malate di "spleen", sono l'immagine che di esse hanno gli uomini, anzi sono l'auspicata aspirazione. Ma le donne sono pallide, ribatte Fanny, perché portano busti troppo stretti. Fanny affronta anche il discorso dell'educazione sessuale e contro l'educazione bigotta propone corsi di anatomia e fisiologia. E si batte anche affinché le donne studino il diritto, le leggi che le riguardano, per sapersi difendere e per saper attaccare. La conclusione a cui arriva è: "Queste riforme dobbiamo studiarle, suggerirle, chiederle, stabilire, imporle noi, noi Donne, se ci convinceremo una buona volta, che non siamo al mondo per divertirci, per sognare, per servir soltanto da comparse sul palcoscenico della vita" .

Leggiamo da Piccola Antologia

 

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