Ancora della Guerra e delle guerre, e di sguardi.

7 Marzo 2025

Ancora della Guerra e delle guerre, e di sguardi.

La follia dell’Europa che chiama alle armi. Succintamente questo è il senso. Pensate alla disinvoltura con cui Macron offre il suo “scudo atomico”, a come si discetti da un bel po’ di atomiche e rischi, scuotendo la testa: Eh! Purtroppo!... E il ridicolo è che da una parte si comunica un’urgenza di armarsi, Domani ci invade, non c’è tempo, e dall’altra si avanzano proposte che, se anche fossero accettate e messe in atto, ci vorrebbero decenni e soldi a palate. Ma nel frattempo abituano a questa nuova dimensione: la guerra è cosa naturale, avverrà dovunque, certamente.  In più c’è un totale distacco tra la vita dei popoli e la propria vita (di quelli che si pronunciano). Sono poche le persone, in tv, ma anche qui, in questo modesto spazio fb, che vogliono ragionare, capire, e che partono dalle persone vere che patiscono guerre, distruzioni, lutti. Dai racconti e dalle ricerche che feci tanti anni fa sulla seconda guerra mondiale, da libri come La Storia, o anche Niente di nuovo sul fronte occidentale (che leggevo in classe con i miei studenti) e tanti altri, la guerra emerge come qualcosa di mostruoso, non so se sarei in grado di sopportarla. Mia madre che aveva visto cadere palazzi a Napoli, morire persone, e aveva visto la fame, la malattia, il farsi furbo di tanti, il cinismo, la crudeltà, mi raccontava che non c’è nulla come la guerra.

È su questo che dovremmo ragionare. I commenti ipocriti di chi si scandalizza di fronte alle crudeltà degli eventi, bombardamenti e simili, dovrebbero essere vietati nei paesi che entrano in guerra o che la vogliono, l’appoggiano. La guerra è questa cosa qui. Dunque bisogna semplicemente escluderla dalle opzioni possibili. E allora, domanda violento e/o compunto qualcuno, bisogna accettare la prepotenza, l’inganno, l’invasione? Certo che no, bisogna trovare altre strade. I paesi civili sono quelli che trovano altre strade. Certe cose non si fanno, certe strade sono chiuse. Certe situazioni non sono contemplate.

La frenesia della Guerra. Ora è di moda. Se non sei per la Guerra sei out. Certo, tutti sono contro le guerre però, accidenti!, bisogna farle in certi casi, e non c’entrano giacimenti, gas, miniere, commerci, potere di controllo, alleanze malefiche e tutto il resto. Ora poi, è certamente un dovere: “per difendere i valori dell’Occidente”.

Come tante/i non la penso così, leggo l’ipocrisia indecente di queste posizioni e di queste parole, e come tante/i cerco di contrastare la valanga, la superficialità, la partigianeria, mi oppongo e rifiuto la guerra. Punto.

Ma non basta opporsi, non basta dichiararsi contro e manifestare contro la guerra attuale, se anche superassimo questa ce ne saranno altre. Fare la guerra è il centro di qualsiasi cultura di Potere. E’, come ha spiegato benissimo la grande Virginia Woolf, la cultura millenaria che ha comandato il mondo. E’ la cultura maschile. Ne Le tre ghinee (1938) Virginia scrive: "Cosa si potrebbe fare per fermare la guerra?" e risponde che bisognerebbe sapere tante cose che lei non sa (anche io non so tante cose: l’informazione pessima che riceviamo impedisce una conoscenza autentica), ma per lei il punto di fondo è il rifiuto di intendere la Guerra come "risultato di forze impersonali”, mentre c'è qualcuno che la pensa, la prepara, la immagina come possibilità, la dà per scontata, ne calcola freddamente i costi (in danaro e vite umane) e la dichiara. Qualcuno che sa di poterlo fare, che sa di essere ascoltato e ubbidito. Qualcuno che abbia questo Potere. Qualcuno che abbia forgiato la mentalità, la cultura delle persone.

“Ritengo che i concetti di Guerra e di Pace vengano di volta in volta adattati alla convenienza di chi detiene libertà di discorso e di parola (…). Costruire la Pace significa, assieme al rifiuto netto delle Guerre guerreggiate, prendere coscienza della necessità di leggere e affrontare i conflitti cercando una strada che proponga un "altro modo" di superarli, che non sia cioè quello del ricorso ripetuto alla violenza. Significa mettere a fuoco la mentalità, la cultura, grazie alla quale la guerra diviene una opzione nella coscienza generale (addirittura un linguaggio di (non)relazione), e dunque rileggere le forme di esclusione che patiamo e quelle che esercitiamo, le modalità dei nostri approcci ai conflitti, fino a mettere in gioco i nostri stessi comportamenti e la qualità delle nostre aspettative”. (2004, Cittadella della Pace di Arezzo, mia relazione di apertura: Il riscatto della condizione femminile dall'inferno dell'esclusione.) Seminario: Passaggi all'inferno - La letteratura (delle donne) come strumento di liberazione e di riconciliazione).

Nel 2004 ancora (e già) si ragionava di come e perché adoperarsi per una diffusione e articolazione della Cultura di pace, e coloro che si schieravano per il dialogo, per la necessità di confronto, per una rifondazione di valori (odio questo termine ma qui lo uso per farmi capire anche da quelli che lo ripetono ogni due minuti) non erano pubblicamente e ampiamente attaccati da tv e giornali. Ora sono messe all’angolo idee e visioni di pacifismo, di etica, di cultura di Pace. Le tv e i giornali fanno a gara a chi si mostra più virile e maschio, accogliendo nei salotti e nei talk anche qualche donna, a mostrare la normalizzazione avvenuta. In questo quadro mi meraviglia la meraviglia di fronte all’articolo di Antonio Scurati (che non ho letto). Siamo in perfetta linea con altre manifestazioni, sia pure con modalità differenti, dell’affermazione della (perduta) supremazia maschile e dei suoi miti e non solo da parte delle destre spaccone e volgari. C’è una cordicella che mette in fila i suoi (di Scurati) “guerrieri d’Europa” (fuggiti chissà dove), il richiamo a un sano “orgoglio europeo” di Michele Serra, le vibranti prese di posizione di giornalisti e direttori di giornali, di telegiornali, di talk, in odore di centrosinistrismo, che li ricongiunge alla "verità", alla "unica gloria", alla "realizzazione", alla “igiene del mondo” di scrittori e intellettuali del passato, e non solo Marinetti e D'Annunzio ma anche alcuni insospettabili, perfino  Gadda (grande maestro a cui potrei perdonare molto ma non tutto) e tanti altri che ne scrissero le lodi e l’esaltarono perfino nei Diari privati (?), fino ad arrivare qualche anno fa a Baricco fulminato dalla “bellezza” della  guerra e dalla sua fascinazione.

I tempi sono quelli che sono, ma l’unica è riuscire a mettere insieme nel nostro agire il rifiuto di guerre identificabili, attuali, oggi in Ucraina e in medio oriente (ma ce ne sono altre), e la capacità e la volontà di costruire la necessaria e indispensabile Cultura di Pace.

Abbiamo scoperto, denunciato e trasformato (in parte) la non neutralità di genere dei linguaggi, riusciremo a denunciare e trasformare i linguaggi di guerra. Smontare la cultura di guerra significa saper leggere il mondo e i testi (di ogni linguaggio) in modo approfondito, e smontare i meccanismi, i “valori”, a partire dai nostri stessi atteggiamenti. (Lavoro complesso e in certi casi doloroso perché fa fatica snidare in sé stesse forme di prevaricazione, esclusione, prepotenza, che pure possediamo e esercitiamo. Anche su altre donne. La cultura violenta, predatoria, maschile, ha invaso molte realtà che una volta erano femminismo rivoluzionario. O così pareva. Ma questa è una lunga discussione che prima o poi ci toccherà fare)

A conclusione della mia relazione, nella Cittadella della Pace, introducevo e citavo due “ammonimenti” di Virginia Woolf (di lei avevo parlato diffusamente), e li ripropongo qui, per ripartire da qui.

"Riusciremo a mettere in luce la relazione esistente tra quelle immagini (le foto di guerra) e la prostituzione della cultura, la schiavitù di pensiero? Riusciremo a rendere cosi chiaro che le une implicano le altre, da far sì che le figlie degli uomini colti preferiscano rifiutare il danaro e la fama, e essere oggetto di disprezzo e di ridicolo piuttosto che pagare, o lasciare che paghino, il prezzo tradotto in immagini in quelle fotografie? (…………………..)

"Perché se Lei accetterà le nostre condizioni, potrà intraprendere le libere professioni senza lasciarsi contaminare; potrà liberarle dalla ossessività, dall'invidia, dalla aggressività, dalla avidità che le caratterizzano. Potrà usarle per avere una mente autonoma, una volontà autonoma. E potrà usare quella mente e quella volontà per cancellare la disumanità, la bestialità, l'orrore, la follia della guerra.'

 

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