A proposito di Guerra, guerre, sguardi e Poiein (2002)

23 Febbraio 2025

- Da una intervista su Le voci della luna (2002): "In fondo la grande questione dei nostri tempi è quella che si gioca con i linguaggi e gli sguardi. Lo sguardo volgare prepotente autoreferente violento che invade il mondo, lo legge a suo modo e lo fa a suo modo, grazie ai suoi linguaggi, sempre più si radicalizza e si contrappone agli sguardi di vita e cioè di pace di ricerca di relazione di azzeramento di gerarchie. Questo sguardo devastante è profondamente cinico e entra nelle nostre vite, in quelle dei nostri figli e delle nostre figlie, presentandosi come unico sguardo "obiettivo": il cinismo cita la realtà a supporto di sé stesso e così facendo la viola, la produce, le dà forma. La poesia nasce dai nostri sguardi, è la necessità di dare forma ai nostri sguardi, i quali, se uniti, relazionati, intrecciati, disegnano una realtà diversa, la fanno diversa. ' Scrivere è "cercare la calma...e qualche volta trovarla", secondo una splendida definizione di Anna Maria Ortese che faccio mia perché collega davvero la necessità poetica con la scelta etica, allude a una motivazione esistenziale che però deve riuscire a inverarsi, a darsi forma, per essere "poesia", ricolloca e rielabora la "funzione" della letteratura. Altrove ho scritto che questa "funzione", che si collega al motivo per cui si scrive (o si canta, si suona, si dipinge eccetera) per tante donne è dettata dalla vita e non da una scelta intellettuale. E dunque, è vero, il poiein certamente non è legato a temi, a impegno politico o civile, ma sono le persone che stanno dietro questo sguardo che lo sono, sì, legate…

Qualcuno dice e ne convince molti: non è certo la Poesia che ferma la Guerra.

E io chiedo: cosa ferma la Guerra? le armi? la diplomazia? la politica? l'economia?

Non sono forse da sempre le Guerre nate proprio da questioni economiche e politiche?

Non è il vivere, la decisione di usare il nostro vivere come relazione con ciò che ci circonda e non come sopraffazione e distruzione, il desiderio di ricerca, di conoscenza, di accoglienza per tutto ciò che ci circonda, di approfondimento, e così via, che è il presupposto per culture di pace? Cosa c'è dietro i Governi che decidono le Guerre, oltre alle motivazioni politiche ed economiche, se non un diffuso senso di allucinata disgregazione, di superficiale e stupida ricerca di salvare sé stessi e assieme, di volta in volta, l'Onore, la Patria, il Danaro, la Tradizione, e così via?

Le persone che appoggiano (non quelle che la decidono) la Guerra, le Guerre, non sono vittime di illusioni e di false prospettive, di false letture delle cose, di raggiri mirati?

Non viviamo forse continuamente in una situazione di Guerra? Guerre guerreggiate in certi Paesi, Guerre striscianti, quotidiane, in tutti gli altri?

Non è forse Guerra quella che ogni giorno affrontiamo perché manca lavoro, perché manca sicurezza, perché crescono le ingiustizie e crescono procedimenti che le aumentano, le ingiustizie e le violenze?

Non è Guerra, cioè sentirsi soli, sole, contro tutto il mondo, dal quale bisogna guardarsi perché è nemico, perché ciascun altro che è attorno a noi vuole unicamente il proprio profitto e crede, stupidamente, di ottenerlo nuocendo agli altri, guardandosi dagli altri?

Non è Guerra la distruzione, anziché la cura, di Istituzioni pubbliche come le Scuole, gli Ospedali, i mezzi, e la nozione, di informazione?

Se dietro ogni forma dì Terrorismo (che è comunque una scelta analoga alla Guerra e ne

condivide il linguaggio) può trovare posto anche una malintesa e mal formalizzata ansia di

riscatto e se ciò può essere accettato da tanti come unica via per le trasformazioni necessarie, non dobbiamo concludere che, ancora più profonda e radicata c'è una cultura vecchia, sbagliata, comune a chi fa la Guerra e a chi fa il Terrorismo, una cultura che non fa ricerca, che non si ferma a soppesare il portato delle tragedie che procura?

Cosa c'entra tutto questo con la Poesia? qualcuno protesterà.

Io credo fermamente che è proprio e solo la Poesia che può fermare la Guerra.

Poesia è riuscire a dare forma alle visioni, ai desideri, alle emozioni.

Poesia è linguaggio, è forma, e, in quanto tale, può acconsentire o produrre scarti, illuminazioni.

Poesia è sguardo, è il nostro sguardo al quale riusciamo a dare forma ed è questo sguardo che fa il mondo.

All’opposto, tra i linguaggi che il falso sguardo usa, c'è quello della Guerra, cioè quello che dà forma a una concezione del vivere, violenta, distruttiva e autodistruttiva, quello che afferma se stesso, quello che conserva, abitua, annichilisce.

La Poesia legge a suo modo la realtà, e, se è forte e condivisa, può farla. La Poesia è

linguaggio di crescita, di svelamento, di trasformazione.

Tutti dicono che il 21 Marzo è la Giornata della Poesia e non dei Poeti. Credono che così

contrastano l'autoreferenzialità di alcuni, la vanità, le voglie di protagonismo. In realtà questa è la Giornata dei Poeti e delle Poete: sono persone in carne e ossa, i Poeti e le Poete, con le loro visioni, i loro linguaggi, le loro convinzioni, le loro vanità e le loro debolezze. Nascondersi dietro il termine astratto di Poesia è ancora una volta un'abitudine (maschile?) di autoautorizzarsi.

Per questo per me è importante la relazione autentica, con compagne e compagni di strada,

per questo è importante conoscere e onorare attività portate avanti magari poco note, per

questo mi interessa conoscere più che nomi "famosi", persone con le quali esistano affinità

poietiche, perché è con queste che posso "intrecciare lo sguardo" e creare forza.

Anche il riaffermare, in qualche occasione, la "maternità" della Carovana è stato legato al fatto che mi sembra importante patrimonio comune ri-comprendere come un'idea, un progetto, la visione di una persona, una qualsiasi, che sia in grado di riuscire a collegare tante altre persone, idee, attività, e sappia trovare i giusti alleati e le giuste compagne di viaggio, ci dia forza. Possiamo osare. Tutto qui. E dunque il nostro sguardo che incontra le cose, se ne innamora o ne è ferito: se è in grado di dare forma a questo incanto riesce a fare poesia."

Da Concerto di poesia alla Facoltà di Architettura di Napoli:

"Il Concerto di poesie in tempi di guerra è un Movimento in due atti. Nel primo sono presenti testi che testimoniano (e cercano di restituire) le emozioni (parte di esse) avvertite in questi tempi. Le emozioni sono alla base del mio cercare di far poesia.

Esse provengono dallo sguardo che guarda, dall'orecchio che ascolta, dalle narici che aspirano, dalle mani che toccano, dalla bocca che assapora: insomma dal mio corpo che  vive, appassionato e attento. Teso e rilassato. Naturalmente le emozioni non sono poesia: solo se e quando riesco a dare forma alle emozioni, allora nasce la mia poesia. E potrei anche dire: solo allora accolgo la poesia che c'è nel mondo.

In questi tempi di guerra, ho scritto, come sempre, per necessità (Rilke): in altri tempi ho scritto per necessità d'amore, di gioco, di svelamento, oggi perché ho sofferto e soffro il livello di autodistruzione a cui siamo arrivati, la stupidità, l'ignoranza, la furberia, e anche la semplificazione, l'incapacità a fermarsi e distillare il senso delle parole che vengono pronunciate, dei gesti che vengono fatti.

In questi tempi di guerra mi tengo attaccata anche al pensiero di cose belle, alla felicità delle affettività e delle relazioni, all'allegria e alla gioia che vengono da incontri, da una giornata di sole. Mi tengo attaccata al gioco. Così, nel secondo atto del Movimento, presento testi nati da emozioni altre per ricordarmi che il rifiuto della guerra è legato all'amore della vita, delle sue sorprese, di quello che, a volte, è il banale quotidiano.

La poesia è fatta da parole. Le parole sono, in origine, magiche e nello stesso tempo concrete (Borges), così come il suono. Le parole nascono dai suoni, dalla voce, dal rapporto di senso tra il suono e la cosa.

Il poiein che mi interessa è quello che sottrae la parola "comune" alla banalizzazione dell'uso quotidiano e alle semplificazioni d'una cultura sempre più omologante ed impoverente, quello che ne inventa di nuove, quello che ripropone parole anche desuete, magiche nel suono, che è centrale per me. La mia stessa inadeguatezza a dargli forma, mi spinge di continuo a lavorare su di esso, con alterna fortuna. E poi la combinazione delle parole che dà ritmo e magia e che è, di per sé, forma e significato.

L'attraversamento compiuto in anni lontani, e sempre però vivo e operante, della poesia sonora mi è servito per scoprire il senso del suono della voce. I ritmi, i suoni che prediligo, e dei quali ritroveremo esempi nel Concerto di oggi, prendono forma attraverso vari percorsi. Un primo è quello "piano", che lavora ora sulla sorpresa dello svelamento e sull'ironia, ora sulla pausa e sulla sospensione, ora sulla negazione e sul rovesciamento. Un secondo è quello "avvolgente" che, grazie all'uso d'enjambement, di assonanze, di rime interne, muove la voce, le fa compiere cerchi su cui si avvolge il testo, alludendo anche all'avvolgimento e alla relazione tra lo cose della così detta realtà. Un terzo, legato al secondo ma ancora più radicale, gioca con suoni, risonanze, echi, parole in libertà, filastrocche, fino a farsi flusso affabulativo. Il rapporto tra suono della parola e musica strumentale, sia che si tratti di musica dal vivo, sia di un percorso in digitale, come quello oggi proposto, è un rapporto incantato, a patto che parole e musica, suono vocale e suono strumentale, compiano percorsi autonomi e di pari forza. In questo caso i due linguaggi si scambiano doni.

 

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