Da: G. Battista Nazzaro, Dibattito col poeta, Poesia a Napoli, Ilitia Edizioni, 1992, p. 55-58 .
3) Anna Santoro
La negatività come cultura, forma riassuntiva di una presenzia distintiva auto-asseribilità scenica, è invece il versante su cui si è assestata fino ad oggi Anna Santoro - una negatività fortemente inquieta, impegnata, talvolta frizzante nella ricerca dei mezzi espressivi, ma quasi sempre linguisticamente assiderata nei risultati auto-certificativi, "per un rigurgito" di morbosità sensitive e stregonesche, quasi un eccesso collaudativo fondato sulle ragioni del contraddetto come forma significante di vita[1]. Dirà di sé:
"La prima volta che sono andata via di casa avevo 7 anni.
I miei genitori quella sera uscivano e mia madre per cena aveva preparato panini con frittata.
Mia sorella più grande si sedé ugualmente a tavola e badò che le briciole non cadessero fuori
dal piatto, mio fratello mangiò guardando un telefilm.
Io contemplai i due panini e le pere, raccolsi tutto nel tovagliolo e andai a sedermi per terra
sul terrazzino, al buio, immaginando di essere un cowboy nella prateria[2]".
Questa è la premessa in essenza di apologo esistenziale, il punto simbolico d'impatto con un destino elidente, tutto ancora da scrutare. Ma poi parlando della presenza e della funzione della poesia negli anni del postmoderno - siamo ormai nel 1986 e, dunque, in piena e intensa restaurazione minimalistica e neocrepuscolare, emblemi tipici dello sperpero di un'epoca - la Santoro scriveva, con gran consapevolezza di sé, che i modi del poeta "si pongono di fatto come beffeggiatri e antagonisti, o anche frantumatori [...]" e che, perciò, non sono assertivi o, peggio, consenzienti; e aggiungeva che, certo, se è vero che alla poesia non è dato di cambiare il mondo, è altresì vero però che essa, nel configurarsi come "gioco terribilmente serio", rappresenta "l'attraversamento della coscienza del mondo[3]".
Si tratta dunque di una poetica sostanziale e, di fatto, ben radicata in una scelta ideologicamente chiara e fortemente consapevole. Le radici gnomiche di siffatta scelta, la Santoro ce le fa vedere in fieri nello pseudo romanzo In altro modol - pubblicato nel 1986[4] ma già annunziato l'anno precedente, in occasione dell'uscita del primo volume di versi e, quindi, scritto prima o in contemporanea con le poesie - ove, sperimentando in prosa e in versi e con una consapevolezza piena e già matura i suoi moduli espressivi, ci fa partecipe delle sue esperienze politico-culturali giovanili, e cioè del suo scoprirsi, nella differenza, donna abitata dal verbo della comunicazione:
ORA
io sono una donna
io questa sono
e ho mani e capelli
da donna
e occhi
che d'altri
non potrebbero essere
e un sangue
una bocca
ho un sesso
ed è
quello di donna
e ho tanti pensieri
e speranze
e sogni
e paure
e dolori
e amori
e sono di donna
ed ho finalmente
un AMORE
che ho avuto paura di dire
per anni
amore PER ME[5].
La procedura a bottom up, tipica dei grafi ad albero usati in linguistica, che prevedono un percorso di lettura obbligato che va "dalle foglie dell'albero alle radici"[6]- e quindi, nel caso in questioni, dalla iniziale scoperta di un essere con "mani e capelli da donna", all'asserzione fondativa del finale "ho finalmente un AMORE" - è, come dire, sotto gli occhi di tutti ed è da questa disposizione grafica scelta come forma veicolante di "un che", da quest'albero che bisogna partire per una corretta lettura, giacché essa sarà assunta come forma definitiva dell'opera della scrittrice, del suo essere poeta abitato dalla comunicazione. Sestessenze (1985)[7] ne è certamente l'incunabolo, l'imput, il calco modulare entro cui la produzione futura sarà giocata come figura emblematizzata della sua presenza; e tuttavia è anche il testo in cui il grafo cessa di essere semplicemente un segno ammiccante nei confronti delle passate esperienze visive e concretiste - di aggancio e, perciò, depotenziato di significanza - per tentare un percorso più pregnante come stemma, simbolo di una sua propria significazione. Sono convinto, inoltre, che siffatta procedura di decifrazione graficizzata a bottom up implicata anche alle successive raccolte Tra gangli bulbi e vene (1987) e Per corsi (1990)[8], nonostante che il grafo, in questi libri, si semplifichi, spesso perda bracci, ramificazioni e ricco fogliame, per raccogliersi nella scansione più secca ed essenziale, nodosa direi, del tronco. Il senso che la Santoro continua a dare ai suoi versi rimane, comunque, sempre una sorta di "discesa" verso il basso, verso l'ultima parola scritta, o l'ultima inversione di senso, quella posta in coda (in coda c'è sempre più veleno) e da lei ritenuta definitiva.
Nel grafo s'inscrive, poi, il circuito virtuoso dell'irriverenza verso le forme auliche, la derisione del minimalismo crepuscolare, il nihilismo come sostanza e la negazione dello psicologismo dedotto dal trascorrere del sentimentale; s'inscrive cioè la processione ininterrotta e derisoria dei calembour, dei nonsense, delle inversioni sillabiche, di una fonemia anagrammata con esilarante stridore di sillabe, con una scansione assonante o dissonante del tutto speciale, ricercata peraltro in ogni angolo della frase e resa in alcuni casi forte e sollecitante da una sorta di "stregoneria esibita per autoironia, non per autoesaltazione o, peggio, automutilazione"[9]. Scriveva ancora Adriano Spatola nella sua prefazione a Sestessenze: "a ben guardare (nella poesia della Santoro) c'è dell'insensatezza, qualcosa di giullaresco e palazzeschiano, una vena impalpabile di giocosità scherzosa che attraversa come un brivido anche i lamenti e le imprecazioni"[10]. Giacché, in fondo, anche di questo si tratta, di lamenti e di perdute imprecazioni, della consapevolezza cioè del "nulla cosmico" su cui la vita dell'uomo affonda le sue incontrollabili radici - consapevolezza resa scaltrita dalle scelte linguistiche deviate e desemantizzate nel gusto e nella sostanza, "nella stretta sillogistica della storia come inutilità"[11].
Se così
deve andare
non c'è sogno
che vale
Tra le emozioni
che fanno ressa
nei miei occhioni
grandi e sgranati
pochi educati
e la ragione
che di minuzie
feroci arguzie
vuole ragione
passo la vita
a vivere[12]
Ecco allora emergere prepotente nel dettato disperato della Santoro "stanche magie ormai senza magia", una "macerante risaia" e lo sradicamento incondizionato di tutto quanto era stato in precedenza già detto, scritto e certificato nero su bianco. La donna che, in origine, si era scoperta "donna", e cioè diversa nella differenza, si scopre ora fallita, o meglio dilacerata (e frustrata) nell'inutile sogno - divenuto incubo perciò - di un cambiamento storicamente impossibile. Le ideologie sono crollate; di conseguenza, l’allegria del poeta si è mutata in ghigno definitivo, crudeltà nuda; il candore è divenuto cinismo. Di fatto nella poesia della Santoro, la provocazione, che in origine poteva avere il sapore e il colore degli slogans e dei gioiosi sberleffi inscenati nei cortei e nelle piazze l'otto marzo o il primo maggio (si veda in proposito anche Album, uscito nel 1992), ora sono divenute ferite acuite, una sorte di dissanguamento raggelante e totale. In una parola, la favola ha smarrito veramente il suo sentiero e, quindi, il suo significato.
[1] Cfr. Adriano Spatola, Premessa a A. Santoro, Sestessenze, “Tam Tam”, Torino 1985 (p. 3); e Ciro Vitiello, La vitalità della poesia italiana a Napoli, in “Novilunio”.
[2] Cfr. L’Araba Felice- Indagine sui linguaggi poetici, catalogo a cura di Anna Santoro e Bruno Tramontano, Colonnese editore, Napoli 1986, p. 69
[3] Ibidem, pag. 8
[4] Cfr. Anna Santoro, In altro modo?, Altri Termini, Napoli 1986
[5] Ibidem, p. 85
[6] Si leggano le voci: Grafema e Grafia in Dizionario di linguistica e di filologia, metrica, retorica, a cura di G.L. Beccaria, Torino 1996.
[7] Cfr. Anna Santoro, Sestessenze, op. cit.
[8] Cfr. Anna Santoro, Tra gangli, bulbi e vene, Edizioni Periferia, Cosenza 1987; e Per Corsi, Forum-Quinta generazione, Forlì 1990.
[9] Cfr. Adriano Spatola, Premessa a Sestessenze, op. cit p. 4.
[10] Ibidem
[11] Cfr. Ciro Vitiello, La vitalità della poesia a Napoli, op. cit., pag. 70
[12] Cfr. Anna Santoro, Per Corsi, op. cit. pag. 7