Caterina Franceschi Ferrucci e Le Lezioni di Letteratura Italiana
(“Esperienze Letterarie”, anno IX, n. 3, 1984)
Tale dibattito, avviato per lo meno col Tiraboschi, attraverso le opere di Corniani, Ugoni, Salfi, Emiliani Giudici, gli interventi di Torti, Borsieri, Scalvini, e soprattutto di Berchet, Tommaseo, Foscolo, Tenca, e infine gli apporti fondamentali di autori stranieri come Ginguené, Sismondi, Bouterweck, aveva articolato e precisato temi e posizioni, nodi centrali e problematiche di contorno, tutti elementi che continueranno ad essere punti di riferimento per interventi successivi quali quelli di Cantù, Imbriani, Settembrini, fino al De Sanctis. Ciascuna posizione costituisce un punto di vista, un tassello, e insieme, al di là delle posizioni nei confronti di questo tema, esse offrono materiale per capire lo svolgimento di un processo molto più complessivo che nel giro di un secolo circa andava svolgendosi: quello di una nuova concezione della cultura, nazionale e unitaria, che, dalla minuzia tiraboschiana, tuttavia aperta perché ancora, in certo senso, priva di parametri ideologici, trova nel taglio desanctisiano quella sicurezza di cui fino ad allora mancava e che segna quasi tutto il secolo successivo. Tiraboschi (assieme al Quadrio e al Crescimbeni, seppure in modo diverso) in fondo è l'iniziatore della coscienza d'una nuova cultura, anche se il suo procedere è di tipo epigonico: egli fa una rassegna relativamente priva di giudizi (e questa fu forse la censura più insistente che gli venne mossa in età romantica) non perché chiuda un'epoca, ma perché ne apre una nuova (quella borghese e nazionale) che ha bisogno, in quel momento, di una rassegna il più vasta possibile, nella quale riconoscersi prima di comunicare ad essa il proprio ordine, di scegliere e di tagliare, di valorizzare e di escludere.
La filosofia reclamata dal Berchet, o il sentimento unitario della cui mancanza si risentiva il Foscolo, sono elementi non già dovuti semplicemente alla coscienza della trasformazione di quel tema specifico, né, tout court, ad un superamento di una posizione, ma sono segni tangibili (proprio perché sovrastrutturali) di una evoluzione del processo generale al quale prima si accennava. Se dal '500 al 700, schematizzo, la nuova società (borghese) ha bisogno di notizie, di materiale, e con Tiraboschi si fa, sempre relativamente, il punto sul materiale a disposizione (ma si introduce già il bisogno della storia delle scienze), in età risorgimentale-unitaria, il punto di vista è chiarito: si ha bisogno di una storia che parta dalle acquisizioni e dai valori del presente, e rintracci nel passato, la sua storia. Così, alla fine di questa fase, De Sanctis partendo dall'Italia post-unitaria, sabauda, borghese, andando all’indietro nei secoli disegnerà quella storia, con una chiarezza, una coscienza, una ricchezza esemplari. (E parallela correva, in altro senso, l'esperienza di Carducci e dei positivisti (1). )
Le Lezioni di Caterina Franceschi Ferrucci destano interesse proprio perché, pienamente calate in quel tempo, fruiscono di quel dibattito, accolgono o respingono queste posizioni, e propongono la propria lettura della letteratura, delle sue funzioni, del suo sviluppo. Addirittura direi che la Franceschi, con la sua opera, intendesse rispondere a Foscolo quando egli scriveva: “Dove è un libro che discerna le vere cause della decadenza dell'utile letteratura, che riponga l'onore italiano più nel merito che nel numero degli scrittori, che vi nutra di maschia e spregiudicata filosofia, che col potere dell'eloquenza vi accenda all'emulazione degli uomini grandi?” (2). Ebbene l'opera della Franceschi è tesa a comprendere i motivi di tale decadenza, non solo delle lettere ma della società italiana intera, e suo dichiarato obiettivo è proprio quello di riuscire a spingere i giovani “all'emulazione degli uomini grandi”.
In realtà i termini andrebbero capovolti: le matrici portanti dell'opera della Franceschi sono la volontà pedagogica, l'impegno civile e la religiosità. Cioè è importante comprendere come, pur essendo le Lezioni all'interno del dibattito, pur essendo pensate come un modo di leggere la letteratura italiana, in realtà esse trovano la loro motivazione di fondo nella volontà della Franceschi di intervenire in una problematica non solo puramente letteraria ma soprattutto civile e morale.
Caterina Franceschi scrisse molte opere sull'educazione, diresse un Istituto a Genova (3), in più occasioni professò questa scelta (4) che, tra l'altro, le varrà una onorevole citazione nel Dizionario illustrato di pedagogia (5), e anche nelle Lezioni più di una volta (6) la scrittrice dichiara di scrivere per i giovani o “per chi prende ad educare i giovani ingegni” (7), e per le donne (8). In questo senso la studiosa è protagonista di quello svolgimento al quale prima accennavo: al di là della legittimità delle sue affermazioni in chiave letteraria (che comunque non mancano di indicazioni preziose), il disegno da lei tracciato è pienamente aderente alla necessità di una società in trasformazione che cerca il suo filo conduttore.
Questo filo, per la Franceschi, è quello dell'impegno civile, soprattutto da parte dell'intellettuale che non è tale se non svolgendo questo primo requisito del suo ruolo. Impegno civile come partecipazione, amore alla patria, esempio di dignità, di coerenza, di virtù. E l'impegno civile, per quel che la riguarda, è, a suo avviso, quello educativo, della formazione dei giovani e delle donne. Fa da sfondo insostituibile, nella concezione del vivere della Franceschi, il sentimento religioso, inteso tanto come fede in un Dio tanto come obbedienza alla Chiesa (pur con le ambiguità e le autocensure che avremo modo di segnalare). È questo un punto fermo, comunque, sempre presente nella vita della Franceschi e nei suoi scritti e dunque anche nella lettura della letteratura.
Quando Caterina sposa Michele nel 1827 è già una donna abbastanza sicura di sé, del suo amore per lo studio, delle sue preferenze, e già ha intrecciato relazioni epistolari e amicizie con alcuni uomini di cultura. Le lettere di questi anni (dal ’21 al '27) mostrano una mente attenta, ricettiva, desiderosa di apprendere: il tono usato con i corrispondenti è sì deferente, pronto ad accettare consigli, ma anche combattivo, deciso a sostenere le proprie ragioni. Caterina nei primi anni ha già conosciuto la difficoltà di pubblicare (12), di essere accettata, di essere stimata (13). In una lettera a S. Betti (14), si lamenta di censure ricevute (15), e lo informa che il suo Ragionamento non ha avuto il permesso di stampa perché lei è stata accusata di idee massoniche, di essere rivoluzionaria, repubblicana, e in più seguace dell'eresia di Pelagio. All'ultima accusa Caterina soprattutto si ribella, domandandosi (senza citare): Pelagio? Chi era costui?
Naturalmente la sua formazione culturale è classicista: gli studi compiuti e la parziale chiusura in periferia di questi anni, connotano inevitabilmente la tipologia dei corrispondenti dunque contribuiranno anche alla mentalità moralistica che Caterina conserverà per tutta la vita, sebbene attraverso contraddizioni di netta evidenza. Già in una lettera del '26 diretta al Betti, Caterina rimprovera ai romantici di mancare di “rettitudine e di virtù” e raccomanda l'imitazione dei classici (16) ma non per “vana superstizione”, ma perché in essi si trova espresso il bello morale.
Appare evidente che Caterina ha seguito le polemiche tra classicisti e romantici, probabilmente facendo riferimento essenzialmente alle prese di posizione dei suoi amici e forse ignorando, a quel tempo, alcuni importanti scritti romantici che probabilmente le avrebbero fornito una visione più ampia del problema. Eppure il suo pensiero è articolato, alcune sue posizioni sono vicine a quelle del Berchet, e Manzoni sarà nominato sempre con grande ammirazione e rispetto (17). In ogni modo Caterina si professerà sempre antiromantica, anche perché, mi sembra, misurerà da una parte i suoi adorati classici, le posizioni di uomini del livello di Leopardi, Niccolini, Giordani, Foscolo, etc. (che lei leggerà come classici) e dall'altra la più scadente produzione così detta romantica (18). Per di più la polemica classico-romantica, come si è detto, nei primi anni le arrivava soprattutto attraverso la mediazione delle opinioni dei suoi amici, estimatori, maestri, tutti di gusto classicista (19).
La critica al romanticismo nasce anche per l'influenza dell'ambiente, e trova le sue ragioni, giuste o sbagliate, tanto sul piano critico letterario, quanto su quello del proprio vissuto. Non si può infatti non mettere in conto (giusto per capire il suo itinerario intellettuale) che Caterina, già così extraordinaria come donna, non può non essere fortemente attaccata a ciò che ha imparato con tanta fatica chiusa nella sua stanza: è noto il rigore dei neofiti. E, sempre badando al vissuto, ci sono altre indicazioni da tener presente. Per esempio, Caterina critica il concetto di amore per i romantici e scrive: “[L'amore per i romantici] è una passione così impaziente d'ogni legame che precipita l'uomo nella vergogna e perfino l'induce a togliersi da se stesso la vita” (20). Il suo concetto di amore è quello dell'intesa spirituale e intellettuale. Ne fa testo la sua stessa esperienza di fidanzata e di sposa di Ferrucci.
Pochi giorni dopo questa ultima lettera citata, Caterina in una lettera del 15-11-26, a Cassi (21), riferendosi alla richiesta di matrimonio avanzata da Michele, affronta la stessa questione, questa volta sul piano personale. Scrive all'amico che lei in altre occasioni ha sempre rifiutato di sposarsi, conscia che quei pretendenti non avrebbero accettato che una moglie continuasse a studiare, così aveva preferito una vita povera e tranquilla ad uno star più comodo, ma che le avrebbe tolto il conforto “onde le ricreano i libri”. Michele le appare diverso, è uno studioso e c'è tra loro due già un'amicizia, una convergenza di interessi, un’intesa che la lascia ben sperare, per cui ha chiesto rassicurazioni formali indispensabili per il suo consenso: “Io non pretendo di spendervi [negli studi] l'intera giornata... ma vorrei solo qualche ora di libertà [dalle faccende domestiche, dal compito di padrona di casa, dalla cura dei figli]” (22). Questo concetto è ripetuto a Michele. Scrive Caterina: “Ai quali [studi] tengo per certo che mi farete consecrare di buona voglia: ed anzi spero che mi lascerete pienissima libertà intorno al genere di essi... Quando voi troviate onesta la libertà che vi chiedo, gradirò che ne assicuriate: e la vostra promessa mi renderà tranquilla...» (23).
Legato al concetto d'amore non travolgente è quello dell'uso della ragione. Caterina maturerà con gli anni questa concezione, ma già da ora la ragione le appare strumento di emancipazione per l'animo altrimenti schiavo di passioni incontrollate, inevitabilmente dannose (specie per una donna). La lezione dell'Illuminismo si salda con una coscienza femminile lucida, e, in quanto tale, prudente. Tutto ciò ci servirà anche per capire alcuni giudizi espressi nelle Lezioni, e soprattutto serve per sottolineare sin da ora un aspetto della mentalità della Franceschi, che d'altra parte rispecchia una condizione del suo tempo.
Caterina Franceschi coprirà con l'arco della sua vita (1803-1887), uno dei secoli di maggiori trasformazioni per la vita italiana. La sua posizione come intellettuale e anche come politica sarà esemplare di certa mentalità borghese del tempo: illuminata, moderatamente liberale, in alcune occasioni conservatrice, con le contraddizioni proprie del suo tempo. Ma la posizione di Caterina, in quanto donna, non è chiaramente definibile: più di una volta, soprattutto a livello teorico, le sue affermazioni rivelano aspetti della mentalità conservatrice del tempo, e nello stesso tempo hanno un risvolto di grande coscienza, di avanguardia. Anche questo è proprio della condizione della donna (borghese) dell'800: questo muoversi tra conservazione e rivoluzione, tra accettazione del ruolo e coscienza innovativa, e genererà in Italia un’ambiguità nella tradizione sociale e culturale femminile, che invece in altri paesi lascerà il posto a situazioni dai contorni più netti (24). Un ruolo di privilegio, sia pure apparente, per la donna borghese in Italia potrà anche essere reale in certe occasioni. E sarà questo stesso privilegio mistificante ad attutire e rimandare rotture e rivendicazioni (la coscienza), il che sarebbe impensabile in un paese come l'Inghilterra o l'America. Anche la letteratura risente di questo stato di cose, e accoglie spinte e ambiguità, fa trasparire mentalità accese e decise e mentalità confuse, incerte sul che fare e come muoversi, cioè non coscienti complessivamente, sia pure con intuizioni all’avanguardia.
Caterina è tra queste: per i primi quasi quaranta anni della sua vita, pur se nella sua pratica compirà scelte e si muoverà con una certa sicurezza, il che è già un dato interessante, non maturerà una posizione articolata e emancipatoria per le donne, ma sarà tesa a cogliere l'accettazione da parte del mondo che le sta attorno: quello maschile. Così alternerà una pratica nuova, da borghese molto diversa dalla donna tradizionale, e affermazioni piene di luoghi comuni. Troverà finalmente la sua strada nella attività pedagogica (per lo più riferita a donne), ma, si badi, pur essendo di per sé una prova di presa di coscienza del problema (sempre relativa ma anticipatrice dati i tempi), essa stessa continuerà ad essere ambigua: aprirà la strada tanto a quante seguiranno la sua decisione, il suo senso critico, la sua volontà di protagonismo, la sua ambizione (25), tanto servirà a cristallizzare modi, luoghi comuni, ruolizzazioni che tutto sommato trionferanno nella società borghese e anzi le saranno di supporto.
Ma torniamo al matrimonio di Caterina, perché offre altri spunti per capire la donna e l'intellettuale. Evidentemente Michele la rassicurerà in modo soddisfacente perché le nozze sono fissate e Caterina ne dà notizia all'amico Betti, con una lettera dove è ancora ribadita la sua posizione. La sua scelta, spiega Caterina, è determinata dalla stima, dall'amicizia, dalla comprensione. Scrive: “Egli mi promette che mi farà proseguire i miei studi ed anzi a questo mi conforta e mi sprona” (26). In questa lettera troviamo anche altri motivi di riflessione: c'è nel tono usato qualcosa di difensivo, addirittura una sorta di autogiustificazione (si sposa perché può continuare a studiare, perché così potrà andare a vivere a Bologna, più una elencazione di motivi pratici che un po' stupisce) che spinge a chiedersi quale fosse la reale natura del rapporto col Betti, il quale all'epoca aveva circa 35 anni. Forse Caterina si aspettava da quel rapporto una tenerezza più che amicale? Io penso si tratti d'altro. Caterina, come le intellettuali dell'epoca (e come, secondo alcuni, anche quelle di oggi) travalica di fatto il ruolo di donna e non è più considerata tale dagli amici intellettuali, una volta che, in quanto intellettuale, sia stata accettata (27).
Il rapporto della Franceschi con Betti doveva essere (a parte forse quel tanto di formale galanteria pur sempre dovuto) tutto maschile, nel senso che Caterina, per poter essere accettata come studiosa, avrebbe dovuto negarsi completamente come donna. Il che Caterina non fa e nel timore dell'incomprensione, le rimane come un senso di colpa. Ma c'è di più. Caterina, in questa occasione, si afferma donna non attraverso la convenzionale affermazione del sentimento ma attraverso considerazioni di ordine pratico che servono anche per comprendere la trasformazione della mentalità della donna borghese a quei tempi. Sa che il matrimonio è un contratto e si comporta quindi di conseguenza. Vuole scegliere un compagno giusto, che la rispetti, le garantisca che la sua vita, così come se la sta costruendo, non sarà travolta. Ma ciò non esclude che sia convinta del ruolo tradizionale della donna: Caterina non si ribella all'idea che una donna sposandosi debba rinunciare a studiare. Caterina sceglie per se stessa e (prima di Michele) non si sposa, perché, scrìve, “vedeva apertamente che le persone, le quali le sì proponevano, non l'avrebbero lasciata intendere alle sue carissime occupazioni» (28). Cioè vuole continuare a studiare, vuole conservare quel pezzo di autonomia che le appare irrinunciabile. Michele è l'occasione per cercare di unire due strade: cioè un rapporto differente uomo-donna, donna-famiglia, donna-lavoro... Di fatto per tutta la vita Caterina cercherà di saldare, di unificare la concezione della donna che per lei è dedizione, tenerezza, madre... e la coscienza delle capacità, delle possibilità della donna. Di qui la fondamentale importanza che Caterina assegna all'educazione.
È chiaro dunque perché la Franceschi non possa condividere il concetto di amore dei Romantici, l’amore come passione, perché sa che la “passione travolgente” in genere travolge unicamente la donna, mette a repentaglio la sua reputazione, il suo onore, la sua autonomia. Ciò naturalmente non significa che Caterina abolisca i sentimenti (29): il tono delle sue lettere (30) e tutta la sua vita dimostrano la forza che ebbe il legame sentimentale col marito. E c'è un'altra considerazione: Caterina in alcune lettere (31) discute con Michele problemi di dote con grande franchezza. Al danaro lei dà poca importanza, ma lo nomina, lo considera. Anche questo è un segno dei tempi e della classe d'appartenenza: l'attenzione al danaro è cosa antica, ed è cosa antica che le donne, specie se di esso sprovviste, di esso si preoccupino: ma qui è una donna letterata, colta, che scrive al futuro sposo. II punto è che Caterina ha dimestichezza con problemi di danaro: non è una ricca aristocratica, è una borghese che col lavoro intellettuale si propone anche un guadagno (32).
Dopo il matrimonio i Ferrucci si trasferiscono a Bologna, dove Caterina, con Michele che insegna all'Università, vivrà fino a! '36, tranne qualche mese tra il 27 e il 28 quando torna a casa per partorire. A Bologna Caterina conoscerà Paolo Costa, Marchetti, Pepolì, Giordani, Angelelli, Mezzofanti, Strocchi, Orioli, Leopardi, Cesari (che diverranno tutti cari amici e che frequenteranno la sua casa), avrà modo di entrare nell'ambiente culturale-politico liberale moderato della città, e di dedicarsi ai suoi studi. Pubblica gli Inni, in Delle Dame, ovvero versi dì alcune viventi poetesse (Napoli, 1829).
Nel 1831, dopo i moti liberali, l'amico Costa è mandato in esilio, Michele è sospeso dall'Università e Caterina perde ogni speranza di succedere nella Cattedra Universitaria a Clotilde Tambroni (a causa, pare, degli Inni che la fecero sospettare di liberalismo). Iniziano tempi molto difficili: ristrettezze economiche, incomprensioni, isolamento (33). Dall'Epistolario è reso evidente come le preoccupazioni, e dunque le lettere per sollecitare aiuti agli amici, si alternino con la continuità dell'impegno culturale e civile. In questo periodo Caterina va intessendo rapporti con molti personaggi (Leopardi, Deodata Saluzzo, Anna Pepoli, Enrichetta Orfei, Boucheron, Giordani, Botta, G. B. Niccolini) e continua a lavorare (soprattutto traduzioni di classici e componimenti poetici) (34) cercando anche di guadagnare (35). Ormai è abbastanza conosciuta e la Reale Accademia di Torino la fa Socia corrispondente. Finalmente, grazie alle raccomandazioni di Cavour, sollecitato dal Boucheron, Michele ottiene la cattedra di lingua latina e archeologia presso l'Accademia di Ginevra.
Di Ginevra ai Ferrucci aveva parlato il Sismondi, in visita qualche tempo prima a Bologna, invitandoli ripetutamente, ma la cosa era caduta perché al momento priva di interesse. Ma ora si risolverebbero più cose. Cavour nelle sue lettere è molto pratico: parla dello stipendio, della possibilità anche per Caterina di trovare lavoro, del costo della vita. Caterina è un po' incerta; ha avuto un'altra bambina, Rosa, ed è combattuta tra l'angoscia di lasciare il suo paese, i suoi amici, e la sicurezza garantita dalla nuova sistemazione.
Nel '36 i Ferrucci sono a Ginevra, dove rimarranno fino al '44'. Questo periodo sarà molto importante per Caterina, sotto vari punti di vista. Fino al '36 l'attività intellettuale si è espletata più che altro in traduzioni di classici e in alcuni componimenti poetici e anche, seppure in modo particolare, nella conversazione e nei rapporti epistolari con uomini e donne di cultura. Caterina si è interessata di letteratura, filosofia, politica; per il resto si è dedicata ai figli che ama teneramente e alle cure della casa. Ginevra le imporrà e le faciliterà la scelta del suo campo. In questo periodo non scrive poesie: scrive La vita di Laura Bassi e La vita di illustri bolognesi. Continua l'Epistolario con i suoi amici, ai quali vanno aggiunti L. Biondi, T. Mamiani (già suo grande ammiratore), A. D'Ancona.
Si fa strada, ora, in lei con sempre maggior forza l'idea dell'importanza dell'educazione. Da donna avverte in modo particolare quanto l'educazione incida sul comportamento e addirittura sulle capacità. Da patriota sente che un'educazione (una cultura) più articolata, più ricca, più morale, avrebbe creato, a suo avviso, un popolo meno fragile politicamente, meno confuso culturalmente.
Dà lezioni di letteratura italiana alle giovani-della aristocrazia ginevrina (36) e l'elemento pedagogico e morale si intreccia agli elementi culturali. Ai figli si dedica con un'attenzione (37) che ancora non era sempre avvertita dalle madri del mondo aristocratico e che invece il mondo borghese andrà sempre più affermando (38). Insomma tutto converge a che Caterina si interessi sempre più del tema dell'educazione e dell'argomento pedagogico. Non si dimentichi inoltre che Ginevra è la patria di Rousseau, considerato come il padre della pedagogia moderna: Caterina in qualche occasione (39) sosterrà di non amarlo, ma comunque lo conosceva.
Il tema dell'educazione, lo sappiamo, dal '700 in poi aveva acquistato importanza, ed è ovvio riflettendo a quanto la nuova classe borghese avesse da edificare in fatto di costumi e di mentalità. Le donne si interessano molto a questo tema, il che è naturale, e comunque fa parte di quei fenomeni con doppia valenza, ai quali già prima accennavo. Da una parte esse scoprivano quanto l'educazione stupida e banale che si impartiva alle fanciulle (quando si impartiva) fosse uno dei motivi e dei mezzi dell'oppressione sulla donna (40) e quindi capivano come e quanto una buona educazione fosse centrale per una nazione morale, fino ad arrivare — le più perspicaci tra loro, come in questo caso la Franceschi — proprio attraverso la nozione del naturale talento educativo femminile a rivendicare alla donna un primato di grande importanza. E dall'altra, assumendosi questo compito, le donne si caricavano di un servizio sociale, vivendolo come missione, e che invece è pesato (e continua a pesare) sulle loro spalle. Va comunque anche detto che, quello di istitutrice e più tardi di maestra, sarà tra i primi e pochi lavori con diritto di remunerazione che si offriranno, a livello intellettuale, alle donne borghesi, e dunque che aprirà uno spiraglio per l'emancipazione, per lo meno economica. Sta di fatto che, appena tornata in Italia, Caterina comincerà a scrivere sull'educazione.
Ma anche per altri aspetti Ginevra conterà: il contatto con l'aristocrazia che Caterina stessa definisce conservatrice, la città stessa che certe volte le appare fredda e greve ma anche ordinata, dove tutto funziona e dove “tutti lavorano...non si vede un miserabile o un accattone” rafforzano in lei la moderatezza del suo liberalismo, che pure aveva posseduto punte ardite. Inoltre, non si dimentichi, Ginevra è anche la patria dì Sismondi, amico da tempo dei Ferrucci, ed è il Centro del liberalismo europeo. Certamente Caterina conobbe molti intellettuali-patrioti e, in varia misura, questo le aprirà ulteriormente la mente alla complessità dei problemi socioculturali.
Comunque il desiderio dì tornare in Italia è sempre acutissimo! Continua è nelle lettere la nostalgia per la sua terra, per gli amici. Finalmente nel '43 Michele è chiamato ad insegnare all’Università di Pisa (41), scavalcando M. Amari che era in ballottaggio assieme a lui. À Pisa Caterina rimarrà sostanzialmente tutta la vita, tranne alcuni periodi passati in campagna e gli ultimi anni quando, ormai sola, si trasferirà a Firenze. A Pisa riprende a scrivere versi (gli Inni per celebrare Pio IX e l'amnistia, nel '46-'47, e l'Inno alla terra), nel 1S47 esce il Trattato dell'educazione della donna, stampato a Torino con lettere ai figli Antonio e Rosa, scritta nel '46...
A questo libro Caterina tiene molto; in una lettera al Minghetti, del '47, racconta la difficoltà che sta incontrando con la censura di Torino, e, dopo aver discusso di alcune idee-base vicine a quelle di Montanari e dello stesso Minghetti, aggiunge: “Ma se il mio primo lavoro rimane inceppato, perderò l'animo e torno a fare la calza» (42). La calza Caterina non l'ha mai fatta, credo, ma è indicativo che lei alluda al libro come al suo primo lavoro, il che sta a dimostrare la coscienza di aver trovato la sua strada (43). II Trattato le varrà molte lodi: dall'Accademia della Crusca, dal Basi, dal Prof. Arcangeli, dal Gioberti...
In quegli anni riprende un posto essenziale nella vita dì Caterina anche l'impegno politico. Tra l'altro Michele e il suo primo figlio (44) Antonio, sono tra i combattenti a Curtatone. Caterina stessa scrive un opuscolo politico Della repubblica in Italia, stampato a Milano, nel 1848, che è accolto con favore in tutta Italia. È in contatto con patrioti napoletani, torinesi, toscani. Elogia Gioberti, Leopoldo di Toscana, i Piemontesi. Gioberti stesso, del quale Caterina condivideva più dì una posizione, va a trovarla a casa elogiandola di persona per il libro sull'educazione delle donne (45). Anche G. Capponi frequenta la sua casa, e Mamiani e Minghetti le rimarranno sempre amici, tra i più cari.
A Caterina non sfugge che il futuro è del Piemonte ma teme gli entusiasmi improvvisi che pure improvvisamente sì raffreddano, teme le discordie interne, teme gli eccessi. (E il 1849 non farà che confermare i suoi timori.) Intanto continua a studiare letteratura: troviamo sparse nell'Epistolario espressioni di ammirazione per Foscolo, Leopardi, Rosmini, Pellico, Manzoni. Ma è nella teoria pedagogica che concentra le sue forze e pubblica a Torino, nel 1849, Della educazione intellettuale delle donne, con dedica alla madre. Riceve in quegli anni la proposta di dirigere l'Istituto femminile delle Peschiere di Genova, da parte del prof. Gherardì: dapprima rifiuta, accettando solo di scrivere il libro di testo (Letture morali ad uso delle fanciulle, Genova, 1851-52), poi si lascia convincere, scrive il Regolamento e comincia il suo lavoro.
La teoria deve ora divenire pratica, e Caterina sperimenterà tutte le difficoltà dì tale passaggio. Le cose andranno male e lascerà l'Istituto. Comincia a scrivere Degli studi delle donne, che pubblicherà nel 1853 e quasi contemporaneamente le Lezioni di letteratura italiana. Il primo volume delle Lezioni esce nel 1856. Mentre Caterina sta terminando il secondo, muore a 22 anni Rosa, la figlia, e, come scrive lei stessa, «la sua vita è spezzata» (46). Faticosamente (47) completerà le Lezioni, scusandosi con editore e lettori per aver dovuto rabberciare gli ultimi capitoli. Così il secondo volume uscirà nel 1858. Nel 1873 ci sarà la seconda edizione: di entrambe le edizioni non si parla mai nell'epistolario.
Caterina supererà l'angoscia per la morte della figlia grazie agli amici (affettuosissime sono le lettere di Betti, di Cantù e di altri), alla fede e soprattutto al lavoro. Cura la raccolta di poesie di Rosa e mai si è data tanto da fare con un proprio libro come fa con questo che è un omaggio alla figlia scomparsa. Curerà quattro edizioni del libretto, per il quale riceverà molte lodi, più due edizioni in francese. Nel 1871 è nominata Accademica della Crusca.
A proposito della fede, va precisato che in Caterina c'è un altro sentimento riguardo alla Chiesa: sa che come cristiana deve rispettarla ma desidera evitare l'argomento se si tratta di politica. Il rapporto Stato-Chiesa, tanto complesso in quel periodo, è per lei motivo di grande cruccio: non vorrebbe essere obbligata a scegliere, non vuole mettersi contro la Chiesa, ma tiene molto anche allo Stato italiano finalmente libero e unificato: da più elementi appare chiaro che, se dovesse pronunciarsi sarebbe per la concezione che fu già dell'Alighieri. Del resto, già negli anni '60 era arrivata addirittura a consigliare il canonico prof. Laudadio, patriota che le scrive amareggiato della guerra che gli fanno gli altri preti, di lasciar perdere questi discorsi per evitare noie, o anche, in una lettera al can. prof. Perreyre (amico di Ozanam, a sua volta caro amico e maestro della Franceschi) che le chiedeva, da Parigi, opuscoli politici sul '48, aveva risposto: “Allora si sperava nel popolo e nei prìncipi: ora l'esperienza ha mostrato che le concessioni fatte da questi per necessità non sono durevoli, e che l'altro distrugge, non edifica... Il Primato del Gioberti posa sovra un principio, che più non ha fondamento. Egli voleva capo il pontefice della guerra italiana. Gli eventi hanno mostrato che il suo progetto fu sogno o vana speranza” (48). Si tenga anche presente che più di una volta fu accusata di eresia e paganesimo a causa, pare, del troppo amore per i classici, e per la patria (49).
In ogni modo, con alcune mediazioni, Caterina affronta, seppure alla lontana, questo tema e scrive Ai giovani: ammaestramenti religiosi e morali, nel 1875; in esso cerca di sanare la contraddizione tra religione e libertà come ella stessa scrive all'editore Le Monnier (50). Il libro è dedicato al nipote Filippo che Caterina, forse per colmare il vuoto lasciatole dalla morte della figlia, ha preso con sé (51). In questi anni cura, per l'editore Le Monnier, la riedizione di molte sue opere: I primi quattro secoli... (II ed. 1873), Prose e versi (1873), Della educazione morale della donna italiana (III-ed. 1875), Degli studi delle donne italiane (II ed., 1876). Sono molte in questi anni le donne, a volte istitutrici, a volte responsabili o fondatrici di Istituti, che le scrivono per chiederle consigli: Anna Vacca Berlinghieri, Bertolina Sforza Bertagnini, la marchesa G. Malaspina... e molte sono le letterate con le quali è in contatto (52).
Nel 1881 muore Michele, tre anni dopo Caterina si trasferisce a Firenze. Vecchia e sola continua a lavorare: cura la riedizione delle Letture morali. L'ultima lettera dell’Epistolario è diretta all'amica Isabella Fregoni; “Penso spesso alle amiche, lontane e a te... “(53). Pochi mesi dopo, il 28 febbraio 1887, Caterina Franceschi Ferrucci muore.
Scrive la Franceschi: “Forse ad alcuno farà meraviglia che io non abbia parlato di... Ma io non iscrivo una storia della italiana letteratura; mio intento è dì porre dinanzi agli occhi degli Studiosi le principali bellezze dei nostri classici, acciocché se ne innamorino, e pigliandole ad esempio cerchino di rinvigorire la fantasia, nella imitazione de' forestieri infiacchita, e di rendere al loro stile la forza e la proprietà che ha perduta” (34). Questo progetto spiega la scelta privilegiata delle opere e degli scrittori più rilevanti e l'esclusione programmatica della trattazione di opere in lingua latina. Non c'è per noi dunque il problema di cercare le esclusioni di una storia letteraria che abbia l'obiettivo della completezza, ma semmai quello di chiedersi i modi delle inclusioni in un discorso dichiaratamente tagliato.
A sostegno dei suoi giudizi critici e, a volte, delle sue convinzioni, la Franceschi cita di volta in volta Fauriel, Tiraboschì, Bossuet, Ozanam, Aristotele, Platone, Montesquieu, Giordani, Leopardi, Botta... (personaggi, come si vede, molto diversi tra loro) anche se non sempre si dichiarerà completamente d'accordo con tutti. Si sentirà, invece, di tanto in tanto l'influenza di certo Berchet (già nelle parole su citate), di Manzoni, di Foscolo, oltre che in modo più marcato di Leopardi, di Gioberti, di Botta, di Giordani. E si avvertirà anche che la Franceschi conosceva e teneva presente la Storia delle belle lettere in Italia (1844) dell'Emiliani Giudici, ristampata nel 1855 con il nuovo titolo: Storia della letteratura italiana.
Benché la posizione della Franceschi circa la fondamentale funzione di civiltà connessa al Cristianesimo sia in netto contrasto con quella laico-ghibellina del Giudici, pure, in qualche modo, l'attenzione verso la direzione morale del rapporto politica-letteratura-società è simile a quella posta dal Giudici. E il disegno della Franceschi, nel suo complesso, non si scosta molto da quello del Giudici [anche se, appunto, pone con diversa angolazione (etico-cattolica) le motivazioni di fondo della letteratura]: dai siciliani a Dante, a Petrarca a Boccaccio, al rifiorire del culto degli antichi nel tempo dell'estenuarsi della poesia volgare trecentesca, alla grande fioritura del primo cinquecento al progressivo decadimento sfociato alla fine del secolo nella letteratura vuota e artificiale del '600 al tempo delle dominazioni straniere. Inoltre, l'importanza della bellezza in letteratura, che porta la Franceschi a qualificare come eruditi tanti scrittori del '500 e a trattare altre manifestazioni dell'arte (pittura, scultura, architettura...) sulla base di un riconoscimento della comune sensibilità tra artisti e poeti, ci ricorda l'identificazione, da parte del Giudici, della letteratura come arte della parola. Ma, mentre poi l'attenzione reale di quest'ultimo sarà prevalentemente sui contenuti, la Franceschi effettivamente dà grandissimo peso, nel giudizio di un'opera, alla compiutezza stilistica.
In quanto all'influenza giobertiana essa si esplica non solo per quel che riguarda la ferma posizione cattolica, ma al Gioberti si rifanno, oltre la nozione del primato italiano (comunque molto diffusa a quel tempo), che qua e là affiora nelle pagine delle Lezioni, anche le considerazioni che la Franceschi fa, commentando il destino dell'Italia nel sec. XIV (mentre l'Inghilterra, la Francia, la Spagna divenivano nazioni, l'Italia rimaneva preda degli stranieri, causa le discordie interne) circa le possibilità di una lega degli stati italian. Del resto all'ambiente liberale toscano appartengono amici della Franceschi, come Capponi, Tommaseo, Niccolini, anche se ognuno con una sua precisa fisionomia. Ma i discorsi erano nell'aria: come quello attorno alla figura del Savonarola, che vedremo tra poco. Infine il posto attribuito all'Alfieri (come iniziatore del risveglio classico), la denuncia della xenofilia e dell'imitazione servile, sono tutte convinzioni che la Franceschi condivide con molti altri letterati: già Botta aveva definito i romantici traditori della patria, e Giordani, Niccolini, il giovane Carducci, tutti sono concordi nel condannare il romanzo di imitazione straniera e nell’accusare il romanticismo di tradimento per lo meno in buona fede. A proposito del Carducci, va sottolineato che, a parte la posizione nei riguardi della Chiesa, i punti in comune tra lui e le convinzioni della Franceschi sono tanti, soprattutto del Carducci giovane; il severo giudizio sulla letteratura contemporanea, sui romanzi stranieri e sull'imitazione degli stranieri, l'elogio per Manzoni, la vocazione al classicismo, la nozione (di cui si diceva) dalla svolta data alla letteratura italiana da Alfieri e Foscolo, il concetto di letteratura morale, cioè di letteratura che concerne il vero ideale, il sovvertimento dei valori morali arrecato dal concetto di vero, l'antipatia per V. Hugo (S5). Inoltre Niccolini, Giusti, Gioberti, Mamiani, Giordani, Costa, Botta, in diversa misura influenzeranno tanto la Franceschi che il giovane Carducci (56). Continuamente, infine, la Franceschi, trattando del passato, si riferisce alla letteratura moderna con un giudizio complessivamente negativo, fatti salvi alcuni nomi ai quali non mancherà di manifestare la sua approvazione: Manzoni, Foscolo, Giordani, Giusti (57), e in modo particolare Leopardi, più pochi altri. Anche questa posizione è rappresentativa di quella di tanti altri critici in quegli anni.
I4. La Franceschi chiama l'opera I primi quattro secoli delia letteratura italiana... riecheggiando il titolo de I secoli della letteratura italiana di G. B. Corniani del 1804-11: la prima edizione del 1796 portava infatti come titolo: / primi quattro secoli della letteratura italiana.
I capitoli sono intitolati “lezioni”, come anche nella Storia del Giudici, e come farà poi Settembrini, ma la scelta della Franceschi è autonoma; ricordiamo che già a Ginevra aveva dato “lezioni” di letteratura italiana, in francese.
L'opera è distribuita in due volumi, di complessivi 25 capitoli: 14 + 11 (58). La periodizzazione è per secoli, come già nella letteratura del Tiraboschi e mi pare comunque che la Franceschi non si curi troppo della problematica circa la periodizzazione, assai avvertita al suo tempo. La narrazione segue strettamente la cronologia e sempre preliminarmente è illustrato abbastanza ampiamente il momento storico, proprio per la disposizione della scrittrice, già del Berchet, a ricercare nei rispettivi secoli, le “ragioni” della letteratura, e non semplicemente a “conoscere le cose” (59). A questa disposizione va collegata anche l'attenzione ai generi dominanti, appunto come esemplificazione della realtà politica, ideologica e culturale di un tempo: e non è un caso che la distinzione per generi sia presente soprattutto per il '500.
I primi tre capitoli (le prime tre lezioni) trattano il decadimento della letteratura latina, le invasioni barbariche (60), la nascita dei Comuni, la Filosofia del Medio Evo (61), le Crociate (62); l'origine della lingua italiana (63), la poesia provenzale, i primi poeti italiani (64), e poi la storia civile dei tempi dì Dante, le discordie tra le città italiane, Carlo di Valois, Bonifacio VIII, Filippo il Bello...' '
Dalla IV alla X lezione inclusa è trattato Dante. A questo proposito è interessante notare come la Franceschi affronti, in questo caso, il problema della vita dell'autore. Dopo aver già nei cap. III dato dei cenni, abbastanza ampi, sui tempi di Dante (65), il primo paragrafo del cap. IV è: “Come Dante vivesse la vita pratica e l'ideale”, e il secondo paragrafo è: “Effetti che ne seguirono pel suo ingegno”. Segue poi per tutto il capitolo la narrazione dalla nascita al suo impegno civile, dalla scoperta della filosofia al priorato, dall'esilio ai viaggi e alla stesura del Poema, fino alla morte. I due capitoli successivi trattano la cultura di Dante, le sue opinioni filosofiche, la presenza di Aristotele, di S. Bonaventura... le sue opere minori. Le tre cantiche occupano ciascuna un capitolo.
La lezione X tratta di nuovo la storia: dalla morte dell'Alighieri fino alla fine del sec. XIV. Nello stesso capitolo viene trattato Petrarca (e ovviamente non si può fare a meno di notare la sproporzione). Nella lezione XI trovano posto una veloce comparazione tra Dante e Petrarca e la critica di imitazione servile portata avanti dalla Franceschi nei riguardi dei petrarchisti. Questo le offre l'occasione di soffermarsi sui vizi dei poeti moderni e, in contrasto, sulla bellezza della poesia del Leopardi, che è avvicinato a Mosco. È’ interessante anche l'accostamento che fa la Franceschi tra Leopardi e Petrarca.
La lezione XII tratta invece degli scrittori del '300: è sottolineata l'importanza delia prosa e raccomandato lo studio degli scrittori di quel tempo, in particolar modo dei Villani (66) e di D. Compagni. La lezione XIII, dopo varie considerazioni sulla letteratura dell'ideale e su quella del sensibile, tratta del Boccaccio. Infine nella lezione XIV (che chiude il I volume) la Franceschi fa alcune considerazioni generali sullo stato dell'Italia nel sec. XIV di carattere sia politico che culturale, e trova modo di rivolgersi ai giovani del suo tempo per ulteriori raccomandazioni.
La lezione XV (cap. I del II volume) è un rapido quadro del sec. XV dal punto di vista storico (ma anche culturale): la Franceschi discute dei Medici, del Savonarola, della disunità dell'Italia, e segnala, in contrasto, la formazione delle altre nazioni.
La lezione XVI accentua la parte culturale trattando anche Lorenzo, Poliziano, i poeti del '400, e il “mecenatismo”. La lezione XVII presenta ancora strettamente intrecciate storia (che fa da sfondo) e letteratura, e tratta Pulci, Boiardo, il poema cavalleresco. La lezione XVIII è sui prosatori del quattrocento (Leon Battista Alberti, Leonardo da Vinci, Lorenzo, Matteo Palmieri...). La lezione XIX è sulla storia del tempo: la Franceschi traccia, con mano sicura e col taglio deciso che già conosciamo, la storia delle regioni italiane; nel fare questo non rimane estranea agli eventi ma giudica, biasima e loda (67).
Le lezioni XX e XXI essenzialmente vertono sull'Ariosto. La lezione XXII è sui prosatori e storici del '500, in particolare Machiavelli, Paruta, Guicciardini, Varchi, Nardi. La lezione XXIV tratta l'epopea eroica, Trissino e soprattutto Tasso.
Infine la lezione XXV è sulla poesia drammatica, sulla poesia pastorale, su quella lirica, sui “petrarchisti”, sulle donne scrittrici.
Ricorrono, lungo tutta la narrazione, frequenti digressioni che per la maggior parte toccano problemi e forme della vita morale individuale e collettiva, nonché della vita culturale. Tali digressioni, per niente casuali, anzi più di una volta dichiarate intenzionali (68) e addirittura prioritarie all'interno del discorso complessivo, confermano ulteriormente l'ideologia morale e culturale della Franceschi.
Abbiamo riportato molto schematicamente i temi delle lezioni della Franceschi, perché è interessante notare come lei, in linea con quanto detto più volte, prenda in esame essenzialmente pochi autori, e disegni non tanto la storia letteraria quanto quella civile e politica additando volta per volta quegli autori che, a suo avviso, sono dei protagonisti. Questo è già un segno del legame tra letteratura e società (di cui più avanti tratteremo) e già indica in che modo la Franceschi intenda muoversi nei confronti della problematica della storiografia letteraria. La narrazione della storia è, come si è detto, il tessuto su cui si inserisce ogni manifestazione, oltre che civile e di costume, artistica. Per questo Franceschi dà grande spazio anche alle altre forme d'arte (69) come espressioni culturali che non possono non essere considerate nel momento in cui si traccia una storia morale e civile e di mentalità. Si badi però che la Franceschi non intende scrivere una storia della cultura, così come non intende scriverne una della letteratura italiana, ma, in questo caso, intende sottolineare le connessioni tra differenti espressioni artistiche che, insieme, possono offrire il clima culturale della nazione: esse insomma si dispongono all'interno della storia civile e politica, che è quella che le interessa. Così la trattazione di autori del passato, come già si notava, trova continuamente il controcanto nell'analisi della condizione della letteratura contemporanea e del momento civile e morale.
Altro elemento da sottolineare e che abbiamo segnalato a proposito dell'Alighieri) è il suo modo di rapportarsi al problema della biografia degli scrittori (70): per lei la questione non si pone in termini teorici. La Franceschi racconta e annota tutto ciò che riesce a far meglio comprendere le tappe culturali, emotive, civili, che hanno contribuito a formare la personalità, la mentalità, la capacità artistica di uno scrittore, per poi analizzarne i risultati. Ma attenzione: ciò avviene per autori come Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Machiavelli, Tasso, perché per il resto la Franceschi segue la tendenza (già presente nel Corniani) a ridurre la parte delle notizie biografiche. Infine è da notare che la Franceschi, come Tommaseo, rifiuta il sunto delle opere prese in esame, e, limitatamente a Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Machiavelli e a pochi altri, cita abbondantemente il testo.
Esemplare è la posizione complessa della Franceschi verso la letteratura quattrocinquecentesca. Nella lez. XV la scrittrice rileva che l’Italia, non solo non prese la “qualità di nazione” a differenza di Francia e Spagna, ma “da naziona cristiana che era stata diventò classica, altri direbbe pagana” (71). La causa di questa trasformazione la Franceschi attribuisce sia agli studi degli eruditi sia allo stato politico dell'Italia, in cui “mancato l'amore di libertà, manca agli scrittori la ispirazione di affetti gagliardi e veri” (72). Si profila così nella caratterizzazione del secolo XV (e, in certo senso anche del XVI) una posizione contraddittoria tra l'ammirazione degli studi e la deplorazione della decadenza politica e morale.
Già trattando della fine del sec. XIV, la Franceschi ha affermato che allora inizia per la cultura un fenomeno che si svilupperà nel secolo successivo; cioè i dotti un po' alla volta si immergeranno negli studi e non penseranno alle condizioni del presente, incoraggiati in questo dai potenti, ben felici che le polemiche siano letterarie e non politiche (73). Ed è notevole, nella trattazione del sec. XV dal punto di vista storico-politico, il sentimento e la mentalità risorgimentale della Franceschi, che usa ripetutamente il concetto (e il termine) di nazione riferendosi all'Italia, tanto dal punto di vista politico che culturale. Inoltre, nel racconto che fa delle vicende di Milano, dì Venezia, di Napoli, di Roma (è comunque sempre attenta a definire “prìncipi” i Papi che nomina) è presente un'autentica indignazione per la stupidità e l'avidità dei regnanti. Da questo punto di vista, alcune sue pagine sembrano anticipare quelle del Settembrini.
Anche il giudizio su Savonarola, come si diceva prima, è interessante. Se è con P. Vìllari (Storia di Girolamo Savonarola, 1861) che si ha “la testimonianza più concreta e significativa” (74) della fortuna del predicatore, nella cultura toscana ottocentesca, già tanti altri interventi stanno a significare il valore di simbol che il Savonarola rivestiva: tra la posizione di C. Balbo (che dava un giudizio decisamente negativo e quella del Tommaseo (che nel suo Opuscolo di Frate Girolamo Savonarola, del 1848, affrontava il rapporto tra libertà e religione - quello stesso che anche la Franceschi, più tardi, non potrà esimersi dal trattare - e proponeva una interpretazione in chiave liberale della figura del frate), quella piena di riserve e di perplessità del Capponi, o ancora quella del giovane Carducci, la posizione della Franceschi si lega alla lettura di “tipo libertario”, appunto essenzialmente di ispirazione piagnona. Combattuta tra la fedeltà alla Chiesa e il fascino indubbio che il moralismo del predicatore esercitava su di lei, la Franceschi cerca una via di mediazione. A suo avviso Savonarola odia la tirannide perché “corrompitrice dei costumi”, inoltre “le opinioni venivano più dal cuore che dalla sua mente» (75). In quanto all’accusa di aver fatto guerra alle arti che alcuni gli muovevano, la Franceschi, quasi proiettando una parte di sé stessa sul comportamento del frate, afferma che a Savonarola doleva che l'arte, invece di innalzare, avvilisse, che ci fosse mollezza, che la dottrina cristiana fosse dimenticata... La conclusione per lei è che Savonarola fu bruciato perché cercava di coniugare religione e libertà (76).
Come si affermava prima, il giudizio (o il pregiudizio) sulla decadenza morale della società cinquecentesca condiziona le scelte e i ritratti della Franceschi: in generale i letterati del ‘400 e del '500 risultano, alla sua lettura, subalterni alle corti, adulatori, privi di ideali, chiusi nel proprio egoistico culto di una cultura svuotata dei suoi significati più importanti. A proposito del mecenatismo dell'epoca, la Franceschi sottolinea come esso non fosse affatto garanzia di ricchezza culturale: magari il mecenatismo promuove il numero degli scrittori, ma, a suo avviso, sono le “lunghe sventure” che rafforzano quel “fermo volere” che è alla base del genio; inoltre avverte che la protezione dei prìncipi fa sì che i letterati legati al Potere certo non scrivono contro di esso e quindi non incidono sul miglioramento della società.
In base a questa convinzione si spiega, ed è significativo, il modo in cui la Franceschi presenti come vittime o come non organici nei confronti del Potere alcuni grandi protagonisti della letteratura del periodo: l'Ariosto, ad esempio, pur vissuto all'ombra delle corti, non fu arricchito dagli estensi, Tasso fu chiuso in prigione come pazzo, Machiavelli fu posto alla tortura, ed infine lo stesso Guicciardini (giudicato peraltro con grande severità) cadde in disgrazia dopo il 1527. Le pagine dedicate a questi personaggi e alle loro opere offrono contributi stimolanti, sotto vari aspetti.
Assai interessante la posizione della Franceschi verso l'Ariosto: le pagine dedicate allo scrittore, malgrado qualche contraddizione, presentano osservazioni e intuizioni feconde per cui meriterebbero un posto nella storia della critica ariostesca. Nonostante le riserve su certe manifestazioni adulatorie (del cortigiano) e sull'immoralità di alcune parti del poema (pochi canti), non solo la scrittrice evidenzia le rare qualità stilistiche (utilissimi i raffronti di episodi del Furioso con episodi virgiliani e ovidiani) (77), ma riconosce e indica sia la straordinaria attitudine del poeta a indagare e a rappresentare il vasto e complesso mondo degli affetti (78), sia la serietà della coscienza morale sottesa alla sua poesia. La Franceschi, cioè, non solo riconosce un fine morale nel Furioso genericamente, ma comprende e sottolinea la ricorrente condanna dei vizi della società, dalla ingratitudine alla ipocrisia, alla adulazione, etc. E soprattutto, e questo è decisamente notevole, intuisce come la cognizione della realtà sia stata tradotta dall'autore nelle allegorie e nelle favole. La Franceschi si chiede come mai ci piacciano tanto le favole di Ariosto, se noi crediamo a quelle o se le «perdoniamo» perché «belle». A suo avviso il punto sta nel fatto che «egli stesso ne ride, e narra le stravaganze dei paladini, i mirabili effetti delle incantate armature e dei sortilegi con una ironia velata, che ci fa accogliere volentieri quelle invenzioni... (79). Ma quelle invenzioni, qui è il punto, sono metafore della realtà del suo tempo.
Caterina Franceschi ama molto dell'Ariosto l'ironia, la capacità di mantenere un filo unitario lungo l’opera, attraverso quelle che appaiono digressioni dispersive e che sono invece connesse e parte integrante del testo, e ne ama l'autonomia intellettuale, la “povertà studiosa”. Così lo definisce “scrittore nazionale” nel senso che “spesse volte interrompe le sue narrazioni per riprendere la cupidità dei potenti, la bassezza dei cortigiani” (80). Per Caterina il Furioso è, dopo la Divina Commedia, “il più bello di quanti poemi hanno le lingue moderne” (81) e come giudizio conclusivo afferma che “dopo Dante è l'Ariosto il miglior maestro” (82). Va anche sottolineato che la stessa ammissione di parti immorali nel poema (con il conseguente suggerimento, tipico nella mentalità post-tridentina, della censura dei pezzi incriminati, per lo meno per una lettura da parte dei giovani) diventa l'occasione per un significativo confronto tra tali passi e quelli, a suo avviso assai più pericolosi, di tanti libri di autori stranieri (soprattutto i romanzi).
Più complesso il caso di Machiavelli. Naturalmente anche Franceschi si trova di fronte al problema di come coniugare la “immoralità” delle lezioni del Principe e la grande personalità dello scrittore. Malgrado qualche riserva (egli avrebbe falsato “l'essenza della morale” col preferire “l'utile”), la Franceschi accetta la posizione del Machiavelli riconducendola alla realtà storica dell'Italia del suo tempo, e richiamandosi alla nobiltà del fine, che era quello di sottrarre l'Italia dal dominio straniero. Perciò ella respinge ipotesi tendenti a ribaltare le intenzioni dello scrittore, come quella, ricorrente dal tempo dello Zuccoli e avallata prestigiosamente da Foscolo nei Sepolcri, di un Machiavelli intenzionato a svelare “di che lagrime grondi e di che sangue" il trono di un Principe (83). E’ proprio il metodo di approccio al reale, la capacità dello “studio dei fatti” da parte dello scrittore, la sua fedeltà alla “scienza del positivo” che catturano l’ammirazione della Franceschi e l'aiutano a comprendere il personaggio nel suo complesso. Senza dire poi dell'ammirazione da parte della scrittrice dello stile di Machiavelli, che le appare sempre lucido, nervoso, breve, per cui i Libri sulla guerra vengono definiti meravigliosi e così pure destano totale ammirazione ì Discorsi sopra le Decadi di Tito Livio.
La Franceschi non sì discosta dalla generale antipatia che la cultura ottocentesca nutrì nei confronti del Guicciardini, lontano politicamente dagli ideali risorgimentali e contrassegnato da una condotta politica che appariva spietata e negatrice della libertà. Così la Franceschi, anche se ammette che egli “tenne con lode d'uomo prudente” il governo di Reggio e di Parma, ne traccia un ritratto decisamente sinistro (84). Eppure, e ciò appare cosa davvero notevole, la Franceschi non si lascia del tutto trainare, nei giudizi, dalle sue convinzioni di carattere morale, così non può fare a meno di essere conquistata dalla grandezza dello scrittore e dello storico, accenna alla sua “anima grande” sebbene “male usata”, riconosce che, a modo suo, Guicciardini amava l'Italia, arriva persino ad immaginarlo dopo il crollo del '27 (fraintendendo la crisi che il Guicciardini attraversò in quel momento) come uomo oppresso da rimorsi, da “spaventevoli sogni”, pentito di aver contribuito a fare serva la sua città (85).
Di Tasso, la Franceschi scrive: “Filosofo acuto, dotto più che altro uomo in Italia nell'età sua, d'indole ardente, melanconica, affettuosa” (86) e lo giudica grande poeta ma, a suo avviso, egli aprì la strada al cattivo gusto: “Errano i secentisti, perché, senza avere l'ingegno e la dottrina del Tasso, presero ad imitarlo ove egli meritava biasimo” (87). Va inoltre rilevata la calzante distinzione tra Ariosto e Tasso (il primo ritrae “la natura quale è”, il secondo “l'eroica”), e, nel contempo, la giusta affermazione della inammissibilità del paragone tra Furioso e Gerusalemme liberata.
Sulla poesia drammatica, dopo aver affermato che “essendo nei tempi antichi, fatta pel popolo, doveva essa educarlo al bene”, la Franceschi sviluppa una notazione molto interessante a proposito del coro e della imitazione servile che in quel secolo (il '500) si faceva dell'arte greca. Sostiene che i Greci usavano il coro per rendere omaggio al popolo e per mostrargli il modo di essere utile alla patria. Nella civiltà greca dove, a suo giudizio, il popolo era tutto, il coro si legava strettamente alla mentalità e alle aspettative degli spettatori. Ma il coro nel '500, in opere scritte da poeti dì corte e ascoltate da cortigiani, che funzione aveva? Esso era usato semplicemente perché ì poeti imitavano servilmente gli antichi. Questa notazione è interessante se si pensa all'uso del coro da parte di Manzoni e anche alla distinzione manzoniana tra imitazione servile e no. Infine, a proposito della poesia pastorale, è da sottolineare l'interessante e problematico giudizio sulla Arcadia del Sannazzaro, misurata sulla prospettiva del “genere” pastorale.
Nel quadro della trattazione della letteratura cinquecento la Franceschi ricorda anche il fenomeno dell'esplosione di letteratura femminile, citando la Colonna, la Molza, la Stampa, la Gambara. Grandi poetesse, scrissero prevalentemente poesie d'amore “perché l'esempio dei letterati a ciò le traeva”; maggior lode avrebbero conquistato, a suo avviso, se “avessero coltivato le lettere nel modo che conviene ad una donna”. L'allusione non è chiarissima, ma da quel che viene scritto (un lungo discorso sulla funzione educatrice della donna) si comprende che le sarebbe piaciuto che quelle scrittrici avessero usato l’ingegno a beneficio dell'educazione e la infastidiva che rientrassero, a suo avviso, nell'ambito della poesia d'imitazione.
Facciamo ora un passo indietro, per tornare al secolo al quale va la più piena ammirazione della scrittrice, al Trecento. La dominante presenza di Dante, anche sotto il profilo quantitativo (a Dante sono dedicate, come si è detto, ben sette lezioni, sulle quattordici del primo volume), è esplicitamente dichiarata dall'inizio alla fine delle Lezioni (89).
Dante è il vero grande mito della storia letteraria della Franceschi. Di inflessibile moralità egli ha in più il merito, agii occhi della Franceschi, di essere poeta, oltre che civile, religioso (del resto virtù e religiosità sono, nella coscienza della scrittrice, inscindibili). Dante è esemplare del modo giusto per un intellettuale di rapportarsi al Potere: nessuna viltà, nessun cedimento (90). Non è qui il caso di soffermarsi sulla ricostruzione della storia del tempo del poeta o della vicenda umana e intellettuale di Dante, secondo la ricostruzione della Franceschi, o sulla analisi delle opere che vede l'assoluta preminenza della Vita nova e della Commedia: ci limitiamo ad osservare poche cose che ci sembrano particolarmente significative.
L'interpretazione di Dante si colloca sulla linea della tradizione neoguelfa, prevalentemente giobertiana. Contro la tendenza più diffusa e comune (che sfocerà nella interpretazione del De Sanctis) dell'assoluta preferenza per l'Inferno, la Franceschi trova che il Purgatorio sia la cantica più bella (91) e soprattutto esprime il pieno riconoscimento del valore poetico del Paradiso, anche delle parti che sembrano ai più caratterizzate da problemi dottrinari e teologici. Scrive: “...domina l'Inferno la fantasia; l'affetto nel Purgatorio: l'intelligenza nel Paradiso” (92), e altrove: “...è falso il giudizio di alcuni, i quali stimano meno delle altre le parti della Divina Commedia in cui le verità filosofiche o le teologiche sono trattate. La loro bellezza è da reputarsi maggiore, quanto più grandi sono le difficoltà che il poeta vince... Per ciò, secondo la mia opinione, la cantica del Paradiso è la prova del sovrumano ingegno dell'Alighieri” (93). E’ notevole che la Franceschi, a quei tempi, apprezzi tanto il Paradiso, l'intelligenza della struttura dantesca. Anche questo, credo, si deve all'amore per la “ragione”, tanto vivo e sempre presente, in questa donna dell'800. Ed è infine da sottolineare l'analisi di tipo stilistico che la Franceschi porta avanti, soffermandosi su numerosi campioni (94).
Diverso l'atteggiamento della scrittrice di fronte al Petrarca contrassegnato da un continuo, esplicito o implicito, confronto con Dante a tutto vantaggio di quest'ultimo che ci fa pensare all'ambiguo atteggiamento del Foscolo nel parallelo tra i due nel IV dei Saggi sul Petrarca. Col Petrarca già compare, nella visione della Franceschi, quella dimidiazione tra uomo e artista, che poi contrassegnerà, come si è detto, la sua interpretazione della letteratura quattrocinquecentesca. Il desiderio dell'esame da parte di re Roberto, l'ambizione agli onori, l'amicizia con i tiranni, l'accondiscendenza con Giovanna di Napoli, costituiscono la “faccia” del Petrarca che in queste pagine viene stigmatizzata (95): c'è poi la personalità intellettuale, la sapienza poetica che la Franceschi non può non riconoscere, ma, a mio avviso, continua a pesare, per il giudizio della scrittrice, l'atteggiamento di Petrarca nei confronti di Dante. Per esempio la Franceschi non gli perdona di aver presentato alla rinfusa, assieme ad altri, nei Trionfi, colui che, a suo avviso, spicca, segnando profondamente il suo tempo.
Significativo il caso del Boccaccio, rispetto al quale la Franceschi per fortuna s’inventa una serie di mediazioni per riuscire ad accettare ciò che in altri avrebbe tacciato di immoralità, così scrive: “La bellezza dell'arte e della natura non manca ai libri, nei quali impuri costumi sono ritratti, se chi li scrisse ha, come il Boccaccio, fantasia viva e vigor di stile...” (96). Cioè la Franceschi, malgrado le riserve e le perplessità di ordine morale/moralistico, tanto riguardo alle opere quanto alla vita del Boccaccio (vita giovanile scapestrata, permanenza a corte di Giovanna a Napoli, partecipazione a “bande di dissoluti”), identifica non senza acutezza le spiccate doti del narratore e la capacità di presentare realisticamente la commedia umana. Per di più del Boccaccio è giustamente valutata anche l'importanza del magistero culturale, ed è sottolineata la sua opera a favore della conoscenza del greco in Italia. Ed è trattando del Boccaccio che Franceschi pone alcune domande che dimostrano la sua capacità di misurare, anche sulla prospettiva del passato, problemi di grande attualità.
Scrive: “Debbono gli uomini di lettere ricopiare la vita e le usanze dell'età loro, anche se quella e questa sono corrotte?”, e poi, allargando il problema: “E’ da volere che i posteri abbiano nei romanzi e nelle novelle quelle notizie che indarno ricercano nelle storie?” (97). In quest'ultima domanda soprattutto ci sembra di sentire riecheggiare uno dei più rilevanti argomenti usati dai difensori del romanzo nel dibattito del primo Ottocento sul romanzo storico (dal Bazzoni, al Baldacchini, al Tommaseo): il romanzo storico quale supplemento della storia e recupero della realtà quotidiana di solito emarginata ed esclusa dal territorio della “Storia”. E la Franceschi infatti distingue tra «quella maniera di fittizi componimenti, ne' quali, con circostanze e con nomi inventati dallo scrittore, la vita domestica e la parte sensibile e passionata d'ogni comunanza civile viene ritratta” (98) (cioè il romanzo storico), e “certe sozzure che infastidiscono l'occhio e recano offesa alla castità del pensiero”; e ad esempio dei primi cita i Promessi Sposi che effettivamente mostra i costumi di un'epoca e meglio ce la fa conoscere, e dei secondi i romanzieri francesi, contro i quali fa una serrata polemica.
Anche nella Franceschi è presente la nozione del legame tra letteratura e società con significato molto ampio e per di più dialettico: non solo la letteratura è specchio dì una società nel senso più comune della tendenza storicistica, ma nella Franceschi c'è la coscienza più precisa della stretta connessione tra la storia, intesa come condizione materiale, avvenimenti politici, condizioni di vita, e la mentalità, l'ideologia, i sentimenti, la poesia, la scrittura. Di qui proviene la coscienza della dialettica di questo rapporto, che cioè è anche la letteratura a influire sulla società. Certamente tale concezione (peraltro propria del suo tempo, anche se intesa con varie sfumature dai diversi autori) nasce dalla visione idealistica della storia e dalla fiducia illuministica nei poteri della cultura, ma essa ha anche la sua ragione di esistere proprio nella mentalità della Franceschi, alimentata da quelle direttrici quali si accennava all'inizio di questo discorso.
Caterina Franceschi è convinta del protagonismo e del primato dell'intelligenza, della volontà e dell'attività umana. Per lei la volontà, il lavoro, lo studio, possono trasformare il singolo individuo e categorie dì individui. Questa fiducia nelle possibilità dell'uomo le fanno impostare ogni discorso come una questione di scelta (100): da qui il tono a volte didascalico e moralistico e anche la tensione continua all'equilibrio tra ragione e cuore, tra ragione e sentimento, che già prima abbiamo avuto modo di notare.
Ma c'è di più. La Franceschi, intellettuale borghese, in linea con la coscienza dei suoi tempi, ha chiaro il valore di massa che è andata acquistando l'opera letteraria (in particolare col diffondersi dei romanzi), e, in più, qui è il punto, il valore di diffusione e di formazione di mentalità, che la letteratura possiede anche al “negativo”. Se la letteratura può svolgere un compito educativo (concezione diffusa), la Franceschi teme continuamente che la visione della realtà sia mediata per quel che riguarda i lettori, dalla letteratura, dalla pagina scritta. L'antipatia puntigliosa con cui guarda a tanti romanzi dell'epoca non è solo dovuta al moralismo e alla concezione idealistica del reale e del “bello” in arte, ma anche all'avvertimento della mistificazione della realtà che (inevitabilmente) la creatività dell'artista possiede e il rischio, da parte dì un lettore inesperto (giovani, donne, scrive) di scambiare per realismo ciò che ancora una volta è la visione del mondo di quell'autore (101). Quindi, a parte la sua concezione del «vero ideale» e dell'arte come mediatrice dì questo «vero», la Franceschi comprende una cosa molto interessante: la letteratura può educare o può contribuire a creare miti, false immagini della realtà. Il suo potere è tale che non solo dall'esterno, diciamo, porta idee e immagini al lettore, ma, penetrando nel suo immaginario, direbbe oggi, lo abitua a guardare alla vita attraverso lo specchio deformante delle immagini che essa descrive (102). Anche in questo caso, sottolinea la Franceschi, la letteratura è dunque lontana dall'essere “specchio della società” (103).
La sequenza della sua riflessione, evidentemente, si dispone in questo modo: la società è manchevole, la scrittura possiede un raggio d'azione ampio, se l'interesse è quello di migliorare la società — e questo era l'interesse di Caterina — la letteratura deve essere usata a questo fine, o per lo meno, non deve, attraverso il potere che oramai possiede di creatrice di mentalità, abituare le persone ad una visione del mondo che non è reale ma frutto della concezione (direbbe oggi della paranoia) di un singolo. In base a questo ragionamento — che è moralistico (ma anche in linea con i tempi, e privo dell'ipocrisia del negarsi, del tenersi sotteso) e dunque proietta sull'espressione letteraria una funzione moralistica e didascalica non però priva di certe sue ragioni d’essere - è chiaro come la convinzione dì fondo della Franceschi sia che la tensione degli scrittori debba essere quella di incidere sulla società affinché essa si migliori ed è chiaro come il suo giudizio sugli autori dipenda in gran parte dalla statura morale e civile degli autori stessi e dal loro conseguente legame con la problematica della società del loro tempo.
Se dunque la Franceschi dichiara che per capire un uomo, un'opera, un'epoca, bisogna conoscere la storia (104), se è vero che ritiene, per esempio, che la poesia provenzale (105) debba la sua essenza alla vita del castello morbida, serena, ricca di bellezza e priva di forti emozioni, di modo che ci furono tanti poeti ma nessuno sommo, e ritiene (come già Leopardi) che l’immaginazione sia una facoltà “che nei popoli non ancora civili più delle altre potente si manifesta” (I06) e perciò nelle società primitive prima si manifestano i poeti e poi fioriscono gli scrittori di prosa (107), o, ancora, se scrive: “i grandi poeti non sorgono tra le nazioni avvilite, tra le corrotte” (108), offrendo così ripetuti esempi di come colga i legami letteratura-società, ecco che, esaminando la letteratura di corte del '400 e del '500, per esempio, la Franceschi sottolinea come leggendo tali scrittori “non ti accorgi che mentre essi celebravano sulla lira il sorriso e gli occhi di amata donna, o si stavano novellando, e co' loro versi facevano lieto l'ozio di cortigiani, l'Italia era invasa da eserciti forastieri” (109), la gente moriva, i principi ingannavano e “i letterati... cantavano”. Il punto è che gli scrittori di quel tempo (ì “grandi”, lo abbiamo visto, meritano un discorso a parte) avevano dimenticato, scrive la Franceschi, che “nella morale, nella politica, nella religione è l'essenza di ogni letteratura” (110), cosi non usavano per il bene della nazione i tesori che possedevano. Se essi avessero partecipato alla vita politica e dunque usato la cultura, allora avrebbero svolto il vero ruolo dell'intellettuale e forse gli avvenimenti politici e le condizioni dell'Italia sarebbero stati diversi. Certo è che la loro scrittura non si preoccupava assolutamente di ritrarre la società.
Come si vede il tema della letteratura specchio della società, nella coscienza della Franceschi, è sì in certi casi il presupposto del metodo d'indagine, ma è anche, a volte, clamorosamente smentito in alcuni periodi e da alcuni scrittori. Inoltre, in questo senso, nel senso cioè di cercare un filo conduttore che costituisca “l'anima” di una letteratura esemplare, la posizione della Franceschi è vicina a quella di tanti scrittori del periodo, dal Foscolo a Tommaseo, da Emiliani Giudici poi a Settembrini e allo stesso De Sanctis.
Il tema del rapporto letteratura-società diviene, allora, con maggiore precisione, un auspicato programma dell'attività intellettuale. In questo modo la classicista Franceschi accetta e proclama uno dei capisaldi della critica romantica: “Ebbero poeti eccellenti e ottimi prosatori quelle nazioni, in cui gli scrittori seguirono il corso che vi teneva la società” (111). Come non pensare al Berchet per lo meno come sostenitore dell'attualità della poesia? Come non pensarci quando la Franceschi scrive che Dante fu grande non solo perché le sue «facoltà intellettuali” erano eccezionali, ma perché “seguitò scrivendo l'ispirazione del cuore, visse la vita dell'età sua, trattò i negozi della sua patria”? (112). Ma se tanto Berchet che la Franceschi giunsero, sia pure per vie diverse, alla concezione della poesia attuale, ciò che importa ora non è sottolineare che Berchet la chiami romantica e la Franceschi no, o che Berchet saldasse questo concetto a quello dì poesia internazionale e la Franceschi no: il punto è che, entrambi rappresentativi di una cultura in trasformazione, sostenitori entrambi di una necessità dei tempi, mentre Berchet discute di letteratura e il suo problema è la letteratura e necessariamente il suo discorso è così articolato, la Franceschi dichiara che il suo interesse dì fondo concerne la morale, la filosofia pratica. E’ per questo dunque che capiamo l'asserzione della Franceschi che serve lo studio della storia prima di qualunque analisi di opere di letteratura, appunto al fine di sapere il posto che esse ebbero e il ruolo che svolsero (113). È’ attraverso la comprensione di questo modo di leggere la letteratura che capiamo la sua concezione del ruolo dell'intellettuale, e dunque uno dei parametri di giudizio che la Franceschi usa (114). E capiamo perché il suo idolo incontrastato sia Dante: poeta massimo, egli è esemplare dell'intellettuale che partecipa e fa sue problematiche culturali, civili, ideologiche del suo tempo.
Così, nelle pagine di queste Lezioni il concetto di educazione e quello di professione intellettuale si fondano e si intrecciane
A questo proposito va precisato anche un altro aspetto: la finalità pedagogica, il tono pratico delle Lezioni della Franceschi non sono, come potrebbe apparire anche tenendo conto dì alcun sue “dichiarazioni d'umiltà” (115), un ripiego, una limitazione di una trattazione che, non riuscendo ad essere di maggiore respiro, di esercizio critico più smaliziato, di approfondimento teorico più acuto, si proponga per lo meno di essere utile come opera appunto educativa, di diffusione, come manuale insomma. Di fatto, dopo aver professato la propria limitatezza, la Franceschi, molto abilmente ribalta completamente i giudizi dì valore (116): per lei non esiste ruolo più degno, specie per una donna, compito più urgente, che quello dell'educatrice.
Trattando della poesia di Dante e rapportandola con le arti figurative, Caterina sostiene che Dante non solo “dipinge” l'avvenimento, ma, grazie alle sue qualità, ci fa assistere all'accadimento e non solo all'accaduto (117). Della poesia di Dante ella ama specialmente la capacità evocativa perché “la nostra mente sdegna il riposo, ama l'ingagliardire con l'esercizio le forze sue, e perciò anche leggendo vuol porre in uso la naturale sua attività” (118); ed è interessante perché con la poesia la Franceschi propone un rapporto non di supino godimento, ma di interazione, di protagonismo anche per l'ascoltatore-lettore: il che è estremamente moderno.
Altrove (119), sempre a proposito della perfezione della poesia dantesca assunta a modello, scrive: “L'arte dello stile consiste nel fare intendere ai leggitori oltre quello che suonano le parole, ponendone in moto la potenza fantastica”. Fantasia e tecnica, stile e spiritualità si fondono nell’ideale della Franceschi che riconosce tra i moderni solo al Leopardi di essere riuscito ad ottenere ciò, e sostiene anche con sensibilità di moderna filologa che lo studio dei vocaboli non è cosa di pedanti (120): impadronirsi della ricerca che un autore ha fatto per usare quel vocabolo e non un altro significa imparare a leggere quell'autore.
Così per uno scrittore è fondamentale possedere un proprio stile: per ottenere questo lo studio degli antichi, dei classici, non basta, bisogna conoscere l'indole e la ricchezza espressiva della propria lingua nel proprio tempo (121). Solo la completa padronanza del linguaggio permetterà l'illustrazione di concetti vari (e personali) senza l'apparenza dell'artificio.
Per la Franceschi “le due qualità che il poeta lirico deve possedere sono la verità dell'affetto e la nobiltà dello stile” (122) e infatti Leopardi è grande perché seppe descrivere ciò che sentiva. Ma Leopardi le appare un caso isolato: per Caterina i poeti contemporanei, solitamente, rispondono all’eccessivo formalismo dei tempi passati con l'esaltazione astratta del sentimento, mentre a suo parere “l'estro non è furore”: sono le parole che devono riuscire a rendere il sentimento, altrimenti non c’è poesia. Del resto la Franceschi, a proposito di “cosa sia poesia”, cita i famosi versi danteschi “Io mi son un...” e la lettura che ne fa è moderna (123). Messo infatti l'accento sulla verità e sulla spontaneità, come tutta la critica romantica soleva fare, Caterina sottolinea anche la capacità di rendere con il linguaggio tale verità e tale spontaneità.
Questa sensibilità al rapporto contenuto-forma che, tutto sommato, era nell'aria (ma non era comunque l'aspetto centrale in quegli anni anche perché, in reazione al primato della forma degli anni precedenti, tutta l'attenzione si era andata spostando sui contenuti) merita attenzione particolare.
La Franceschi sa che la poesia — ma anche la narrativa e le altre arti (pittura, scultura, musica, architettura) — dovrebbe avere come obiettivo questo rapporto armonioso tra contenuto e forma e sa che ciò non è accaduto spesso. Ma la tensione all'unità da parte di Caterina non si limita al piano letterario, o, dico meglio, l'unità tra contenuto e forma in un autore non è realizzabile, per la mentalità di Caterina, se l'autore non è egli stesso riuscito ad armonizzare in se stesso l'uomo, il poeta, il cittadino... Se è vero che l'opera d'arte è quella che presenta un contenuto valido, espresso in forma eccellente, è evidente che questa opera non può essere, nella concezione di Caterina, che il prodotto di un grande poeta, grande intellettuale, grande uomo etc... come era appunto l'Alighieri. Così l'armonia non si limita alla sfera letteraria: grande scrittore è colui che si comporta come tale, che cioè metta in pratica ciò che scrive, o, se si vuole, che scrive tenendo presente la sua realtà, la sua verità. Si torna al fine educativo dunque, alla formazione di una etica utile per la nazione.
Per la Franceschi l'imitazione “servile” è sempre da condannare e infatti ciò che pesa sui poeti di corte del '500, a suo avviso, è appunto quell'estenuante professione di imitazione formale. Ma l'educare il gusto, precisa, la proprietà di linguaggio, lo stile, con la lettura dei classici, è cosa utile, specie per i giovani. Al di là del discorso sul “gusto” che ha radici settecentesche, ciò che qui viene affrontato è il consueto dibattito di quale sia il rapporto tra continuità della tradizione e rivoluzione (125).
In tutte le epoche portatrici di nuovo (o che in questo modo si propongono, salvo poi resuscitare vecchi schemi), il punto è sempre quello dì “uccidere il padre” (126). Ma chiunque oggi sia un po' avvertito sa che questo significherebbe ricominciare tutto da capo, e sa che, essendo questo in pratica impossibile, solitamente si ricade nella sudditanza (12T). Caterina ritiene che sia utile riuscire a trovare ciò che nel passato sia valido — secondo il giudizio soggettivò e assumendosene soggettiva responsabilità — per poter continuare, e portare avanti la ricerca iniziata dai padri, epurandola dalle inevitabili “seconde vie” che non sono più interessanti. Il problema, e evidente, è la scelta dei padri, e Caterina ha i suoi.
Resta il fatto che non si può sempre ricominciare da zero (128), quando pure bisogna proporre dei tagli. La Franceschi non si lascia sbilanciare dal sentimento urgente e appassionato, come tanti romantici fecero: la sua ragione (arma a doppio taglio, è vero, ma necessaria), le impone prudenza, attenzione. Così la sua posizione dì fronte a questo problema è elastica, attenta a non confondere, rigida e duttile allo stesso tempo. (Del resto come quella del Manzoni o addirittura del Berchet). Criticando ì “petrarchisti” del XVI secolo, la Franceschi afferma che l'imitazione servile dei classici era sbagliata perché è bene sì studiarli, fornendoci essi una lezione di pulitezza e attenzione allo stile, ma, aggiunge, lo stile “dee conformarsi con l'indole propria dello scrittore, dee essere come il riflesso di tutta l'anima sua. Quindi volere imitare lo stile altrui è sforzarci di parere diversi da ciò che siamo” (129). Del resto la critica che la Franceschi fa dell'imitazione servile in atto ai suoi tempi nei confronti delle letterature straniere (specie della francese) trova la sua motivazione di fondo nella convinzione da parte di Caterina che esiste una “rispondenza” tra i caratteri di una lingua e il carattere della nazione di appartenenza. Così l'uso del francese in Italia, tanto diffuso, fa parte, nella sua convinzione, di un processo di snaturamento generale (anche civile e politico). E si noti che, nella seconda edizione, la Franceschi precisa che, negli anni '70, la sudditanza alla lingua e alla nazione francese ha lasciato il posto a quella riferita alla nazione tedesca. In entrambi i casi, vale lo stesso discorso: un solo idioma non può servire a due popoli tanto diversi: lo stile dei francesi, per esempio, va bene per loro perché è aderente alla loro indole, rispecchia la loro cultura, incide su di essa. Non va bene per gli italiani che sono diversi (13°).
La Franceschi dunque capovolge l'accusa di imitazione contro coloro che la fanno: essi infatti, a suo avviso, prendono dì mira i classici latini e greci e poi magari imitano i francesi. Mentre per la Franceschi al limite si può comprendere l'imitazione dei classici perché essi comunque fanno parte della cultura italiana: l'indole, il carattere, la tipologia culturale è la stessa (131). Ciò vuol dire che mentre con i francesi l'imitazione non può che essere servile, con i classici essa in certi casi può servire, appunto perché può non essere servile.
Val la pena di ribadire che per la Franceschi il problema dello studio e dell'eventuale imitazione si pone nel caso di giovani o di chi deve esercitarsi, di chi deve studiare per epurare il proprio stile, perché il grande ingegno, il poeta vero, lo scrittore maturo, è profondamente e completamente autonomo. Il giorno che dovesse nascere un nuovo Dante, afferma Caterina (132), egli rivoluzionerebbe stile, linguaggio etc... come ha fatto Dante, ma, come lui, nella fase di ricerca, di preparazione, studierebbe gli antichi.
E si noti, che, nella coscienza della Franceschi ancor più che la generica nozione di letteratura, è la lingua che ha un rapporto strettissimo con la realtà sociale del proprio tempo (e della propria nazione). Abbiamo già visto la “corrispondenza” tra indole di un popolo e tipologia linguistica. Franceschi sa che le parole hanno il potere di allargare non solo la gamma espressiva ma anche la conoscenza, la capacità conoscitiva, la fantasia, la nozione del mondo, e che esiste un continuo significante in ogni parola che è frutto appunto di tutta la cultura di appartenenza di quel termine. La parola rimanda continuamente alla storia della propria lingua e alla storia del proprio paese: dunque le parole, nel momento in cui vengono conosciute sono già cariche di significati, di ambiguità, di riferimenti.
Anche a proposito della formazione della lingua italiani Franceschi, pur legandosi a concetti già sentiti, ha delle intuizioni interessanti. Trattando, ad esempio, del periodo che chiama dell'erudizione e dell'imitazione servile dei classici e dell’abbandono della volgar lingua da parte dei poeti e del ritorno del latino (sec. XV-XVl), Caterina nota che certo i dotti fecero utile opera ma furono anche responsabili del rallentamento della formazione della lingua e della nazione. Essendo divisa l’Italia non si creò un linguaggio comune, anche perché, afferma Cristina, gli intellettuali non amarono avere una nazione unita, non lavorarono per essa, così la lingua italiana non ebbe modo e ragione di prosperare (I33). Del resto proprio questa sua concezione del legame profondo tra lingua e società le fa capire (e in qualche modo le crea contradizione con la nozione di “bello assoluto”) che la lingua è organismo vivo e, anche quando sia bella e perfetta, essa, per sua natura, deve continuamente crescere, perché cambia continuamente con i tempi, per esprimere “le nuove idee, di cui le scienze, i viaggi, i commerci, le usanze, e le leggi mutate ci hanno arricchito” (134).
Il punto da cui la Franceschi muove è, al solito, quello dello stretto rapporto tra letteratura e società e del loro reciproco influenzarsi. Ma per “società”, ancora più chiaramente che per il passato, si intende non già l'ordinamento politico, ma la mentalità e il comportamento dei cittadini. Infatti la Franceschi afferma che, se in passato studiando la storia e la letteratura aveva ritenuto che in tempi dì libertà politica la cultura si espandesse con maggiore ricchezza e quindi “sin dalla sua giovinezza”, contemplando la condizione avvilita della letteratura in Italia, “aveva sperato che dove l'Italia recuperasse la signoria di sé stessa, sarebbe in breve a tutti palese, la corruttela del gusto, la fiacchezza e sterilità delle menti doversi solo imputare a una lunga e ostinata malignità di fortuna... la quale speranza era in lei fatta più viva dal ricordare, siccome anche in tempi di servitù pochi nobilissimi ingegni, quali furono al certo quelli di Alfieri, del Giordano, del Leopardi, del Marchetti, del Costa, del Niccolini, perché libero conservarono l'animo loro, e presero i classici a norma dello scrivere e nel pensare acquistarono a sé e all'Italia splendida gloria” (136), ora ha piena coscienza che a migliorare costumi e cultura la struttura politica vale poco.
Scrive: “Ricordo dì nuovo che io scrissi prima del 1859. Ma dopo sono tra noi uomini veramente sapienti? La politica è trattata da chi ha lungamente studiato in essa? L'amore e l'odio di parte corrompono più il giudizio di chi o regge lo Stato, o tratta pubblicamente del modo con cui questo deve essere governato? A queste domande rispondono i fatti» (l37), e ancora: “Benché siano, dopo che scrissi queste Lezioni, variate le condizioni dell'Italia, il mio giudizio non muta. Liberi negli ordini dello Stato, noi siamo sempre schiavi nell'intelletto, prendendo negli studi letterari a modello non i classici nati come noi in Italia, e che da Italiani pensarono e studiarono, ma i tedeschi, tanto da noi diversi nell'animo e nella mente» (138). Tutto ciò che la Franceschi nelle Lezioni del '56-58 aveva rimproverato ai suoi contemporanei tanto sul piano culturale tanto su quello morale e civile, dopo tanti anni ha messo radici profonde e ha contribuito per esempio a creare un ordinamento scolastico che è specchio, a suo avviso, della decadenza culturale e morale degli anni '70.
Cause di fondo di tale situazione sono, nella coscienza della scrittrice, il materialismo e l'ateismo, cioè il progressivo disperdersi degli ideali religiosi, civili, etici, ai quali aveva sempre cercato di spingere i giovani (e le donne) nella sua opera di educatrice. Anche riguardo la questione femminile, la posizione della Franceschi, ulteriormente irrigidita, è di delusione: Caterina, lo abbiamo visto, aveva rivendicato per le donne il diritto alla cultura, allo studio soprattutto della storia, del latino, della letteratura italiana, riferendosi ovviamente ai “classici” (139). Ora, a settanta anni, pur ribadendo la necessità dell'educazione per la donna e dunque un diverso concretarsi del suo ruolo nella società critica le donne che «vogliono ora emanciparsi cioè uscire dalla dolcissima quiete del vivere casalingo per poi tendere nelle ambiziose gare con gli uomini ed avere in comune con essi uffici e onori» (140), riconfermando e accentuando cosi la contraddizione tra teoria e pratica personale che già abbiamo avuto modo di notare.
E per di più, ora sente il bisogno dì precisare: “…da tutti è spregiata la donna, che non rispetta le leggi della onestà, siccome quella che si vanta impunemente di essere libera pensatrice, cioè senza freno di religione, senza regole fisse nei suoi costumi, sia pure di rara avvenenza, di acuto ingegno, graziosa negli atti e nella favella, sarà dai savi estimatori del retto avuta in orrore» (141). Cioè, a suo avviso, l'immoralità dei costumi, il materialismo, l'ateismo, hanno coinvolto anche le donne, le quali, se hanno diritto ad un'educazione e alla cultura, non devono però travalicare i confini del loro ruolo naturale.
In queste parole, non mi sembra azzardato riconoscere un'allusione a George Sand. Dalla Scatena (142) apprendiamo che a Ginevra la Franceschi conobbe, oltre alla Necker de Saussure, anche Aurora Dudevant (appunto George Sand). A quel tempo, pur se con esitazioni, Caterina dové essere affascinata dalla Sand, dal suo ingegno, dalla sua intelligenza: del resto, al di là degli atteggiamenti, le due donne hanno molto in comune. Ma ecco che dopo più di trenta anni, quella immagine, o meglio il suo diffondersi, diventa l'esempio da additarsi al negativo, appunto perché si pone e viene riconosciuta come esempio.
Fermo restando che Caterina è sempre stata una moderata e che quindi non potrebbe in nessun caso condividere né comprendere atteggiamenti troppo diversi dai suoi, è anche evidente che, come negli altri campi (religione, economia, morale...), le contraddizioni nell'Italia postrisorgimentale si sono acuite anche riguardo la condizione della donna (143).
La società borghese, ormai, ha bisogno della sua storia della letteratura, come ha bisogno della sua storia, del suo assetto, del suo taglio; non c’è più posto per mediazioni, quando non se ne conosca bene l’obiettivo. Fu del resto anche questo a generare quel senso di delusione pesante, di scoramento, di sfiducia, che prese tanti intellettuali nell'età postrisorgimentale.
Ciò che non possiamo fare a meno di ammirare è invece il coraggio, la caparbietà da parte della Franceschi, che, nonostante l'irrigidimento, la delusione, l'amarezza, anziché abbandonarsi alla sfiducia, al vittimismo (come pure fecero tanti altri), riconferma con maggior vigore la fiducia nella possibilità della trasformazione.
Ancora si rivolge ai giovani, ribadendo la volontà pedagogica divulgativa delle Lezioni (senza però che ne scapiti la serietà scientifica), ancora chiede di lavorare con serietà, ancora invita a prendere a modello i grandi scrittori del passato (Dante, Machiavelli, Paruta…) perché la loro lezione culturale, civile e morale è più che mai attuale. Resta dunque confermata l'analisi che abbiamo cercato di portare avanti sulle Lezioni: opera non priva di pregi nello specifico della critica letteraria, tanto che meriterebbe, a mio avviso, un posto nella Storia delle storie letterarie, con intuizioni analisi a volte precorritrici, a volte in aderenza al vasto circuito culturale dei suoi tempi, le Lezioni rimangono prova esemplare dell’ingegno e dell'impegno intellettuale-educativo di questa scrittrice dell"800 e una testimonianza di ardente protagonismo che animò, in senso tutto positivo, questa donna lungo tutto l'arco della sua vita.
Anna Santoro
Note
(1) Oggi, quando finalmente si prende atto che molte cose in un secolo sono cambiate, quella storia non essendo più funzionale, utile, non è più giusta, ed è invece giusto, funzionale, produttivo, mettere in discussione la nozione di storia e riscoprire il sommerso, l'escluso, il dimenticato e le ragioni di tali condizioni: così oggi le analisi si approfondiscono e le rassegne aumentano, e sono possibili proposte come quella di Asor Rosa con La Letteratura Italiana.
(2) UGO FOSCOLO, Opere, Firenze, 1850, vol. II, p. 37. (La citazione è ripresa da G. GETTO, Storia delle storie letterarie, Firenze, 1969, p. 154).
(3) Non ho invece trovato conferma alla notizia fornita da G. MAZZONI (Ottocento, Vallardi, p. 1262) secondo la quale la Franceschi avrebbe diretto un Istituto anche a Ginevra. Probabilmente Mazzoni si riferisce alle lezioni di letteratura impartite in quella città dalla Franceschi alle giovani aristocratiche.
(4) In una lettera a M. Minghetti del 21-11-53, la Franceschi manifesta l'intenzione di pubblicare le Lezioni di letteratura italiana, tenute anni addietro a Ginevra in francese, e nella stessa manifesta l'intenzione di scrivere qualcosa di “filosofìa... di tipo popolare”. Scrive: “… questo soggetto mi piacerebbe, perché consuona con lo stato dell'animo mio, desideroso di fare il bene e almeno di consigliarlo”. Del resto che la vocazione fondamentale di Caterina sia quella della filosofia morale, lo si vede anche da quanto scrive a M. Ferrucci, in una lettera del 1827 (Caterina ha dunque 24 anni) dove afferma che i suoi interessi culturali sono prevalentemente la “morale Filosofia”, perché “è utile ai bisogni del secolo, e a ciò che riguarda la legislazione, e la politica dei Popoli”. (cfr. Epistolario di C. FRANCESCHI FERRUCCI, a cura di G. GUIDETTI, Reggio Emilia, 1910).
(5) Alla voce FRANCESCHI FERRUCCI, Caterina, a cura di IDA MANCINELLI SCATENA, nel Dizionario illustrato di Pedagogia, voi. I, Milano, Vallecchi.
(6) C. FRANCESCHI FERRUCCI, I primi quattro secoli della letteratura italiana (XIII-XIV). Lezioni di C.F.F., vol. 2, Firenze, 1856-58, p. 32-34; o anche: “…io scrivo non per i dotti, ma per i giovani” (id., p. 213).
(7) Id., p. 21.
(8) “Darò la traduzione di questo e d'altri passi d'autori latini, che mi avverrà di citare in queste lezioni, per comodo delle persone che non hanno studiato il latino, quali sono fra noi le donne” (id., p. 136, n. 1). In tutta la trattazione Caterina si riferisce continuamente alle donne (cfr. pp. 14, 17, 146, 152, 159, 280, 282, 300, 360-61, e nel voi. II pp. 71-2-3, 196, 210, 380-1-2, 392, 394, 396, 402-3-4) ora annotando le loro condizioni nei tempi passati (ed è notevole che, a proposito dei suoi adorati classici, scriva: “Leggete i poeti greci e i latini, e poi ditemi se solo una volta trovate in essi cosa che accenni alla dignità della donna e alla riverenza che l'è dovuta” (p. 146), e continua affermando che Plauto, Terenzio, Orazio, Tibullo lodano le donne solo “del lusinghevole favellare, del grazioso sorriso, degli occhi belli... Niuno mai parlò della donna pensante, ed intelligente... “ e, per questo aspetto, critica perfino Virgilio e Platone), ora facendo notare che con il cristianesimo esse hanno ricevuto una dignità e una parità che i moderni non devono dimenticare quando le mettono in scena. (Scrive: “(i moderni) non possono dalle favole [intende commedie] loro escludere la donna, o introdurvela avvilita e
corrotta, come gli antichi” (p. 396, vol. II)). Inoltre la Franceschi, ogni qual volta sta per cominciare un discorso didascalico-culturale sulle donne, esordisce sempre con l'espressione “noi donne”.
(9) CATERINA FRANCESCHI FERRUCCI è stata studiata (poco) prevalentemente come autrice di testi di pedagogia (o anche come patriota): oltre la MANCINELLI SCATENA (già citata), cfr. A. VALDARINI nella Storia della pedagogia, lex. XX; IDA EUGENIA CIANCARELLI, Una donna italiana nel 1848, Rieti, 1907; V. CIAN, Patriottismo femminile nel Risorgimento, in “Fanfulla della Domenica”, Roma 1908. Sulla Franceschi scrisse anche C. GUASTI nel 1896. Sono utili anche le pagine sull'educazione e gli accenni alla Franceschi, in Lessico politico delle donne, alla voce Educazione, a cura di DANIELA BOCCACCI e PAOLA DI CORI (Milano, 1979) che forniscono anche una breve bibliografia sul tema. Inoltre, nell'Epistolario, sono riportate lettere elogiative: una del Card. ALFONSO CAPECELATRO di Napoli, e soprattutto una, molto lunga, di R. FORNACIARI, ricca di elogi. A parte citiamo altre testimonianze. Inoltre G. GUIDETTI, oltre l'Epistolario, curerà più tardi gli Scritti letterari educativi e patriottici... (Reggio Emilia, 1932).
(10) La maggior parte delle notizie riguardanti la biografia dalla Franceschi sono state prese dal citato Epistolario: nel volume trovano posto anche delle lettere di R. FORNACIARI, ricche di notizie, la Prefazione di G. GUIDETTI, che fornisce una breve biografia (e dà notizia di altre lettere della Franceschi, dirette a Gioberti, Biondi, Boucheron, Costa, Giordani, Mamiani, che mancano nella raccolta da lui curata perché già pubblicate negli Epistolari dei rispettivi corrispondenti), i Cenni autobiografici, del 1866, di mano della stessa FRANCESCHI, infine il Discorso di M. RICCI, che è, con le dovute precauzioni, anche esso utile. È’ superfluo aggiungere che tali scritti sono colmi di lodi nei riguardi della Franceschi.
(11) L'amore di Caterina per lo studio nacque e si rafforzò, come ella stessa racconta (cfr. Epistolario, p. 125, in nota), in un periodo triste della sua infanzia: avendo avuto una malattia agli occhi (che la tormenterà poi per tutta la vita), fu obbligata, scrive, a passare sei anni di cecità e, in questo tempo di forzata immobilità, pare che dettasse poesie e brevi composizioni.
(12) La Franceschi ha pubblicato traduzioni di Virgilio e il suo inno Al sole, nel Giornale Arcadico, settembre, Roma 1825.
(13) In una lettera al Betti dell'1-11-26 (Epistolario, cit.), Caterina teme di apparire “saccentella e presuntuosa, segno certo di critiche ricevute in tal senso.
(14) S. BETTI (1792-1882), alunno di Perticari, amico di Canova, del Mai, del Biondi, conobbe anche Monti. Redattore del “Giornale arcadico”, socio di molte Accademie, fra le quali quella della Crusca. (Cfr. Epistolari p. 35-6, n. 1).
(15) Id., lettera del 23-9-24.
(16) Vedremo più avanti la posizione della Franceschi a proposito dell'imitazione degli antichi.
(17) Per esempio, nelle Lezioni, trattando il tema se gli scrittori debbano dipingere la vita anche nelle sue brutture, la Franceschi dopo aver lodato i Promessi Sposi, scrive: “Ma lo scrittore obbedisce sempre alle leggi della morale e dell'arte... Loderò adunque che alcuno scriva romanzi, tenendosi sulla via del Manzoni...” (Lezioni, cit., p. 387). Inoltre Caterina, ne Gli studi delle donne, consiglia alle fanciulle di leggere Manzoni. In una lettera del 25-5-73 a Bartolina Sforza Bertagnini, Caterina confida il suo dolore per la morte di Manzoni e aggiunge: “Io ammiro l'ingegno di Manzoni, ma venero la sua bontà”. (Epistolario, cit.).
(18) Del resto rispetto quest'ultima anche i romantici più avvertiti, come Berchet, portavano non poche critiche.
(19) Si legga la lettera del 22-10-26, sempre a S. Betti: “In vero hai tolto una bella impresa, entrando in campo a combattere le stoltezze del romanticismo... Quando mi avviene di leggere un qualche scritto romantico faccio entro me stessa gran meraviglia, vedendo che una sì pazza scuola trova seguitatori e lodatori in Italia”. (cfr. Epistolario, cit., p. 65); e pochi giorni dopo, nella lettera dell'1-11-26, scrive sempre al Betti: “combatte e suda per l'amore e per la virtù chi rompe guerra ai romantici”.
(20) Id., pp. 67-68.
(21) F. CASSI (1778-1846), poeta e prosatore, lodato da Cesari e da Manzoni. (Cfr. Epistolario, cit., p. 72, n. 1).
(22) Id., p. 74.
(23) Id., p. 78.
(24) Su questo argomento ci sarebbe una vasta bibliografia. Mi limito a citare ELLEN MOERS {Grandi scrittrici, grandi letterate, Milano 1979) che riprende e rielabora la più interessante produzione femminile a livello internazionale, esaminandola alla luce dei grandi temi di attualità rispetto la condizione femminile e il suo riflesso nella letteratura. Ma riguardo le scrittrici italiane il discorso è quasi assente e poco informato. Anche ELISABETTA RASY (Le donne e la letteratura, Roma 1984), che ha il merito di riprendere il discorso della Moers, per la letteratura italiana cita pochi nomi (i soliti) e l'analisi risulta convenzionale. In realtà per approfondire il tema del rapporto letteratura femminile-società-condizione della donna, bisognerebbe prima riscoprire i testi scritti dalle donne, in Italia. Cfr. ad esempio: GINEVRA CONTI ODORISIO, Donna e società nel seicento, Roma 1978; ANNA NOZZOLI, Tabù e coscienza femminile nella letteratura italiana del novecento, Firenze 1978; ANNA SANTORO - FRANCESCA VEGLIONE, Catalogo della scrittura femminile a stampa presente nei fondi librari della Biblioteca nazionale di Napoli (parte prima: dalle origini al 1860) a cura e con introduzione di A. SANTORO, Napoli 1984); ANNA SANTORO, Per un'analisi dello stato socio-economico delle scrittrici italiane (dalle origini della stampa al 1860): appunti su produzione femminile, stampa, mercato, in “Prospettive '70”, Napoli, 1984, n. 1.
(25) Su l'ambizione femminile è interessante e carico di suggestioni stimolanti il libro di ELISABETH BADINTER, Emilia, Emilia, Milano, 1983, anche se personalmente sarei più cauta con alcune analisi.
(26) Epistolario, cit., p. 84.
(27) Cfr. ANNA SANTORO, Gli amori di una letterata, della Sig. D., in “Esperienze Letterarie”, n. 2, Napoli, 1980.
28) Lettera a F. Cassi, del 15-11-26. Cfr; Epistolario, cit.
(29) Una delle critiche ai poeti della poesia provenzale fu che essi si riferivano ad un “amore pensato più che sentito”: Caterina in molte occasioni esalta il sentimento, tanto nella letteratura che nella vita.
(30) “Voi sapete che vi amo...», Epistolario, lettera a Michele, p. 91: «Non vi prego di amarmi, perché sono certa che lo fate. Intanto io vi assicuro che il mio cuore è tutto vostro, e che mi terrò beata quando potrò vivere sempre con voi» (id., p. 92); «Mio dolcissimo Michele...» (id., p. 94); e inoltre la malinconia di quando gli è lontana, in occasione del primo parto (cfr. lettera del 23-11-28), lo stesso tono affettuoso del marito che la chiama «Nina mia cara», tutto attesta che in effetti la scelta di Caterina fu giusta. Per il rapporto tra i due, cfr. anche Le lettere inedite di F. Franceschi Ferrucci, Rimini, 1887.
(31) Epistolario, cit, p. 30.
(32) Ancora nel '62 Caterina dà lezioni private: cfr. lettera a G. Lotti del 16-2-62
(33) Scrive Caterina al Betti: “Dalle tue parole vedo che a Roma non si sa il vero intorno agli avvenimenti di questi paesi. Qui non si vuole sciogliere il freno alla plebe, ma si desiderano buone leggi, santi provvedimenti ed una temperata maniera di governo” (Cfr. lettera del 28-12-31, Epistolario, cit.), Cfr. anche p. 106 n. 1, circa le noie dei Ferrucci, a causa del loro liberalismo. E anche p. 105, lettera del Prof. Boucheron, Epistolario, cit.
(34) C. Franceschi Ferrucci, Due canti, Bologna, 1831.
(35) Cfr. lettera al Betti, al quale Caterina invia dei volgarizzamenti dì Livio e gli chiede di fare pubblicità, perché la stampa è a sue spese. (Epistolario, cit., p. 119).
36) Forse a questo insegnamento allude l'indicazione del Mazzoni. Cfr. nota n. 3.
(37) Molto belle alcune lettere al figlio Antonio che è in Collegio. Caterina, la “sua mammetta”, dà consigli di ordine generale e di scrittura, avvertendolo di non cedere alla tentazione dì scrivere in modo troppo affrettato (come evidentemente gli insegnavano nel Collegio), ma di ricordarsi che garanzia per scrivere bene è “che il cuore sia ricco di sentimento”. (Cfr. Epistolario, cit., p. 170).
(38). Rimando ancora al libro della BADINTER, già citato, soprattutto quando tratta di Madame d'Epinay, come scrittrice di pedagogia.
39) Cfr. lettera del 19-8-49, al Can. G. Pelagi. (Epistolario, cit.).
f40) Anche questa sarebbe una citazione lunga, così mi limito a segnalare alcuni testi poco conosciuti appartenenti a questo periodo: Sig. D.: Gli amori di ima letterata, Napoli, 1827; C. Cosenza: La donna in solitudine, Napoli, 1818, C. Luna de Folliero: Mezzi onde far contribuire le donne alla pubblica felicità ed al loro individuale ben essere, Napoli, 1825; id., Saggio filosofico.:, Napoli, 1834. (Cfr. A. SantoRO-F. VeglionE: Catalogo, cit.).”L41) A Pisa il Ferrucci sarà tra i professori del giovane Carducci. Questi, anni dopo, in un articolo su “La Nazione” di Firenze, del-14-11-61, elogerà la canzone Per messa novella della Franceschi (poi in Prose e Versi, cìt.) e sì dirà ansioso di leggere una raccolta di poesie dell'autrice. In Opere di G. Calducci, Ceneri e Faville (1859-70), Bologna, 1981, p. 213-4. La notizia è in Epistolario, cit., p. 31.
(42) Epistolario, cit., p. 189.
(43) Sono singolari alcune identità col destino, per altri versi tanto diverso, di Madame d'Epineay. (Cfr, Badinter, op. cit.).
(44) Caterina ebbe un terzo figlio che morì in tenerissima età.
(45) Lettera a Michele dell'11-7-48 (Epistolario, cit.).
(46) Lettera del 26-2-57 a M. Tabarrìni: “La mia vita è spezzata: non sono che un'ombra di quella che fui". (Epistolario, cit.).
(47) Nella lettera all'editore Barbera, del 3-5-57, si scusa, dice che, se se la sentirà, pubblicherà ciò che ha già scritto, che le dispiace di dover abbreviare la trattazione: “Non ho più memoria, non ho più intelligenza; né fantasia”. (Cfr. Epistolario, cit.). E nelle Lezioni (op. cit. p. 380) scrive: “Fin qui io aveva scritto il 24 gennaio del 1857. La mattina dì poi la mia Rosa cadde malata, e il giorno 5 del susseguente febbraio morì...La morte di Rosa mi tolse più che la vita: perché mi ha tolto le forze dell'intelletto... La mia fantasia non solo si è ottenebrata, si è spenta”. Continuerà con un sommario invece che con le quattro lezioni che avrebbe dovuto fare.
(48) Lettera del 21-2-59 (Epistolario, cit.).
(49) IDA MANCINELLI SCATENA (in Dizionario..., cit. alla voce Franceschi Ferrucci Caterina), afferma che anche la Civiltà cattolica, nel 1852, la accusò di eresia e di paganesimo, in occasione probabilmente della pubblicazione di Degli studi delle donne.
(50) Id., Lettera del 14-9-75 e anche lettera del 13-12-76. In quegli anni, il tema del rapporto religione-libertà era frequente in molti scritti.
(51) Cfr. Epistolario, cit., p. 346.
(52) B. REBIZZO, Teodolinda Franceschi Pignocchi (poetessa e improvvisatrice), G. Milli (nota poetessa e improvvisatrice) …
(53) Id., Lettera del 27*86.
(54) C, Franceschi Ferrucci, / primi quattro secoli, Lezioni, op. cit.
(5S) Nella I edizione, del '56, il giudizio della Franceschi sull'Hugo era stato decisamente negativo, nella Prefazione all'edizione del 73 gli accorda “ingegno vigoroso”, “immaginazione ricca e yiva”, ma lo accusa, in pratica, di essere un cattivo esempio per chi lo imita, senza possedere magari neanche questi suoi pregi. (Cfr. Lezioni..,, Firenze, 1873, p. XI).
(56) Cfr. MARIO SANTORO, Introduzione al Carducci critico, Napoli, 1968.
(57) Di Giuseppe Giusti la Franceschi fa cenno, trattando della poesia satirica del '500. Dopo aver nominato le Satire, di Ariosto e il Berni, scrive: “Solo ai nostri giorni surse tra noi chi, dandole nuova forma, le diede bellezza nuova. Ingegno vasto e profondo, indole mesta inclinata all'amore e alla compassione aveva Giusti” e continua affermando che nella sua poesia è possibile ritrovare “l'indignazione di Giovenale” e “la malinconia del Leopardi”. Ma nell'edizione del '73 delle Lezioni, il- pezzo scompare. È un'indicazione comunque che, nell'edizione del '58 (si tratta del II volume), la Franceschi, alle parole su citate, aveva aggiunto una nota: “Ho voluto, secondo la mia povertà, rendere in queste poche parole un tributo di affettuosa riconoscenza a chi mi onorò della sua amicizia. Le poesie del Giusti però non debbono essere- lette dai giovanetti” (Cfr. Lezioni, cit, p. 440, vol. II, nota. Il corsivo è mio).
(58) Il numero delle lezioni doveva essere pari, ma alla morte di Rosa, Caterina Franceschi annunzia all'editore che, delle quattro ultime lezioni previste, farà un unico sommario. Cfr. n. 46.
(59) Cfr. G. GETTO, cit, p. 135.
(60) Le invasioni barbariche, secondo la Franceschi, furono un grande flagello, ma ebbero come conseguenza il “rinnovamento della società e dei costumi”. (Lezioni, cit., p. 9). Essi (i Longobardi e i Goti), annota tra l'altro la studiosa, avevano “in pregio la castità delle donne” (cit. p. 17).
(61) Tra l'altro la Franceschi afferma, a proposito del feudalesimo che esso era tempo di “armati padroni ed inermi servi” (id. p. 13); che “la dignità della donna assai vi cresceva” (id. p. 14).
(62) Le Crociate fermarono ì Turchi, ma, scrive la Franceschi, riguardo la
“condotta degli eserciti” non può ritenersi dal biasimarle, essendo stato il principio senza prudenza, e il fine assai doloroso, per tacere delle crudeltà inaudite
commesse dai Crociati contro gli Ebrei” (id., p. 17).
(63) A questo proposito la Franceschi fa una serie di notazioni di tipo filologico: cita Fauriel (Histoire de la Littérature provencale), e con lui concorda col ritenere che la lingua delle moderne nazioni provenga dalla corruzione del latino ma, aggiunge, anche dall'arricchimento di voci barbariche; afferma che in Italia, poiché clero e giuristi usavano solo il latino, questo continuò ad avere maggiore importanza; conclude che nell'età comunale la lingua volgare si diffuse e si ampliò anche perché, essendo al potere il popolo (la borghesìa), “la trattazione de' negozi civili doveva farsi nella favella da luì intesa” (id., p. 26).
64) La Franceschi dimostra che la poesia volgare nacque in Sicilia, alla corte di Federico II e cita a sostegno il TIRABOSCHI (Storia della letteratura italiana). (Cfr., id., p. 28).
(65) Afferma la Franceschi la «necessità di studiare la storia civile dei tempi dì Dante, a ben ponderare il suo ingegno, e ad intendere il suo poema» (id,, paragrafo I del Cap. III).
(66) In particolare la Franceschi ammira Giovanni Villani, perché egli racconta avvenimenti o situazioni del quotidiano che riescono a far conoscere la vita di tutti i giorni. E le piace anche perché “nella cronaca del Villani ritroviamo il principio di quella scienza, che ora si chiama statistica, e che è il fondamento della pubblica economia” (id., p, 378).
(67) Alcune notazioni interessanti: la Franceschi afferma che la fine della casa di Aragona fu una sventura per tutta l'Italia, perché un Regno di Napoli forte avrebbe potuto rappresentare una sicurezza per tutta l'Italia. (Cfr. id., vol. II, p. 113); a proposito poi della chiamata in Italia dì Luigi XII e del suo successivo “tradimento”, scrive: “E poi noi italiani seguiteremo a fidarci nei forestieri? Qual bene mai ci hanno fatto? Quale promessa ci hanno mantenuta?” (id., p. 115), dove è chiara l'allusione a tempi vicini a lei.
(68) Cfr. id., pp. 158-60, p. 41. Ci sono poi digressioni con l'affermazione della professione religiosa, o del magistero della Chiesa (id., pp. 21-23; 187-188, voi. II,..), quelle di carattere pedagogico (id., pp. 79-81, 123, 253-4; 200-1, voi. III...), e quelle frequentissime di carattere civile-politico-letterario.
(69) «Volendo io dunque mostrare in queste lezioni quale sia l’indole, quale la veste e la perfezione ch'ebbe in Italia il bello ideale per opera degli eccellenti scrittori, parmi non sia alieno dal mio soggetto trattare alquanto di lui in ordine alle nobili arti: conciossiaché l'artista e il poeta traggono dalla stessa sorgente i loro pensieri” (id., p. 47). Per la Franceschi le arti figurative sono poesia muta.
(70) Altro tema di grande interesse all'epoca. Cfr, G. Getto, op. cit.
(71) C. FRANCESCHI FERRUCCI, Lezioni..,, cit., p. 6, vol. II.
(72) Id., p. 7, voi. II
(73) Id., p. 408.
(74) Cfr. MARIO SANTORO, cit., pp. 58-60.
(75) FRANCESCHI FERRUCCI, Lezioni..., cit., pp. 20-21, voi. 1
(76) Si ricordi a questo proposito quanto abbiamo già notato nelle prime pagine a proposito della difficoltà da parte della Franceschi in quegli anni ad assumere una posizione di fronte la questione aperta tra Stato e Chiesa, e si ricordino ì suoi ammonimenti a Laudadio e la lettera al Pereyre.
(77) Cfr. id., pp. 167-168, vol. II; e soprattutto, pp. 171-187, vol. II.
(78) “Tutti gradi della fortuna, tutti gli affetti del cuore umano sono da esso descritti con rara evidenza» (id., p. 1S3, vol. II).
(79) id., p. 152, vol. II.
(80) Id., p. 164, Vol. II.
(81) Id., p. 226, Vol. II
(82) Id., p. 227, Vol. II.
(83) Id, p. 250, Voi. II.
(84) Specialmente id. p. 293, Vol. II.
(85) Id., pp. 295-296, Vol. II.
(86) Id., p. 341, Vol. II.
(87) Id., pp, 369, Vol. II.
(88) Id. p. 402, Vol. II,
(89) La Franceschi lo dichiara esplicitamente: “Di nessun altro poeta quanto di Dante parlerò tanto a lungo in queste Lezioni” (id., p. 293).
(90) E’ la posizione dì Alfieri che nel trattato Del Principe e delle lettere aveva, com’è noto, affermato l'assoluta inconciliabilità tra potere e intellettuale, rifiutando nettamente l'utopia del «principe illuminato».
(91) C. FRANCESCHI FERRUCCI, Lezioni..., cit., p. 223.
(92) Id., p. 179.
(93) Id. p. 262.
(94) Cfr., ad esempio, l'analisi del temporale in Virgilio (libro 1 Georgiche) e in Purg. XV (cfr: id., pp. 234-6).
(95) Può essere interessante annotare che il Giudici, contrariamente alla Franceschi, non taccia il Petrarca di cortigianeria a proposito dell'esame col re Roberto, né lo accusa di connivenza con i tiranni.
(96) Id., pp, 385-6.
(97) Id. p. 386.
(98) Id., p. 387.
(99) G. GETTO, op. cìt., pp. 126-7.
(100) In Della educazione morale della donna italiana (III ed., FI, 1875), la FRANCESCHI si chiede che senso avrebbe punire i malvagi, se le azioni non fossero sempre frutto di scelta. (Cfr. p. 57).
(101) E non a caso Caterina si riferisce in particolare a giovani e donne essendo queste due categorie, a livello di massa (seppure relativamente), effettivamente ingenue e recentemente “acculturate”: è questa l'epoca infatti in cui giovani e donne, in numero non più tanto limitato, cominciano a rientrare nel numero dei fruitori/consumatori dell'opera letteraria.
(102) E’ più o meno quanto si potrebbe dire oggi di certi film. Alla lontana (ma non troppo) questo discorso ricorda quello contro la “glorificazione del reale” di HORKHAIMER (spesso portato avanti assieme ad Adorno). Ma il discorso sarebbe lungo: certo è che l'idealismo non è detto che nasca sempre da motivazioni reazionarie: bisogna al solito vederne l'uso e il suo scopo. La Franceschi ha barlumi di coscienza in questo senso, ma di ben altro livello era la coscienza della Sand quando scriveva, rivolgendosi a Balzac: “Voi volete, e sapete, ritrarre l'uomo com'è, come vi appare sotto gli occhi — e sia! Ma io mi sento chiamata a ritrarre come vorrei che diventasse, come penso che dovrebbe essere”. (La citazione è presa da E. MOERS, op. cit., p. 65). Più avanti segnaliamo che probabilmente la Franceschi conobbe la Sand.
(103) “Quanti non hanno in dispetto lo stato in cui sono nati, non già che sia per se stesso povero e grave, ma perché non risponde al tipo ideale che si fecero della vita sopra i romanzi?” (C. Franceschi Ferrucci, Lezioni, cit., p. 196, voi. II). E altrove la Franceschi sostiene che invece di rafforzare la ragione con lo studio, si dà maggiore forza ad una fantasia bizzarra: “Vi pare che i tempi, in cui viviamo, ripieni, siccome sono, di vizi, dì lagrime, di vergogna, sian da romanzi?” (idi, p. 334).
(104) Cfr., id., p. 295.
(105) Sulla poesia provenzale, cfr. id., pp. 28-29-30.
(106) Id. p. 362.
(107) Notevole è il posto che la Franceschi, in questa come in altre occasioni, assegna alla prosa: il primato non è più della poesia.
(108) Id., vol. II, p. 188.
(109) Id, vol. II, p. 36
(110) vol. II, p, 32
(111) vol. II, p. 87; e a pp, 31-32 (vol. II), la Franceschi ripete che non è giusta l'imitazione formale degli antichi, sì invece lo studio e la conseguente imitazione del modo in cui essi si comportarono per creare le loro opere, e cioè in pratica quanto anche Berchet aveva scritto nella sua Lettera semiseria, e che era, in certo senso, anche nella poetica manzoniana.
(112) Id., p. 54.
(113) “Questo io ricordo [cioè le guerre, le invidie, le rivalità, le crudeltà che sta raccontando, riferite al sec. XV e XVI], affinché si vegga come in mezzo a tanto splendore di lettere e di arti, a tante festose pompe di corti, a molte brillanti apparenze di civiltà, fosse in Italia quella barbarie ch'è la peggiore d'ogni altra, perocché guasta ed abbuia non l'intelletto, ma la coscienza” (id., pp. 134-5, vol. II).
(114) Il suo ideale di intellettuale è colui che sa, stu”ia, crea, opera per la civile felicità (cfr. id., pp. 79-80). E precisa la Franceschi: «Severo è il giudizio dei posteri, ì quali innanzi di decretare che alcuno è grande, guardano s'egli fece quello che scrisse” (id., p. 319),
(115) Cfr. pag. 144. E, a p. 360-361, scrive: “Nei libri degli uomini son da cercare i modelli di versi eleganti, e di belle prose, perché gli uomini sono fatti per la sapienza avendo mente gagliarda più che nostra, non mai ad essi mancando il tempo di attendere ai gravi studi, mentre noi per obbligo di natura e per elezione di sentimento, dovendo stare al governo della famiglia, allevare, ed instruire i nostri figlioli, possiamo a essi dare, e non sempre, solo piccola parte della giornata”. E si noti l'accento (il corsivo è però mio) che la Franceschi pone non su una differenza intellettuale, su una incapacità da parte della donna, ma sulla divisione dei ruoli che è in parte determinata dalla natura, ma anche dalla scelta da parte della donna.
(116) “... se la virtù non è nelle cose, mai non sarà nello Stato; ed in quello fiorisce per la virtù delle donne... Perciò noi donne dovremo avere fisso nella memoria, essere in noi la facoltà di formare, come vogliamo, le menti docili e ignare dei fanciulletti” (id., p. 73, vol. II).
(117) id, p. 200.
(118) id, p. 236.
(119) id, p. 162.
(120) “E poi dirassi che lo studiare nella proprietà dei vocaboli è da pedanti”, id., pp. 243-246. Si ricordi che nel 1856 era in corso la Polemica degli Amici Pedanti, nella quale il Carducci intervenne con argomentazioni molto vicine, su certi punti, a quelle della Franceschi.
(121) id, p. 356. E, poco dopo, scrive: “Lo stile ad esser perfetto dee esser proprio: cioè composto di voci, in cui si riflettano vivamente le nostre idee, conveniente al soggetto di cui trattiamo, adattato al tempo in cui l'uomo scrive”. (id., p. 358)
(122) id, p. 172.
(123) La Franceschi infatti sottolinea come il punto fondamentale sia il «vivo e gagliardo affetto», ma questo deve essere reso «appropriando lo stile all'indole loro» (id., p. 40). La lettura dei Romantici puntava invece essenzialmente sull'ispirazione emotiva.
(124) Si veda però alla nota n. 8, la critica ai classici per come rappresentavano le donne nella letteratura.
(125) Con “rivoluzione” non intendo riferirmi direttamente al Romanticismo che rivoluzionario certo non fu, né alla parte rivoluzionaria che comunque c'era all'interno della dialettica del Romanticismo, sì invece al modo in cui veniva affrontata, a quel tempo, la questione.
(126) Di “uccidere la madre” se ne è parlato poco, perché la madre non è, come il padre, metafora di autoritarismo e di repressione.
(127) Più di una volta la Franceschi sottolinea come la rottura con la tradizione del passato, e dunque il rimanere senza punti di riferimento, significa forzatamente accettare il monopolio culturale da parte delle altre nazioni.
(128) Ma semmai da tre, come suggeriva un film di successo pochi anni fa.
(129) id, pp. 328-9.
(130) “Iddio ha messo negl'ingegni dei popoli quelle stesse diversità che nei loro corpi” (id., p. 358).
(131) La Franceschi aggiunge che il popolo italiano e quello greco, inoltre, vivono in regioni simili, dove il clima e il paesaggio sono simili, e quindi noi italiani abbiamo “lo stesso modo di sentire, e d'immaginare, che quelli avevano” (id., pp. 413-414).
(132) id, pp. 361-2.
(133) id, pp. 410-1.
(134) id, p. 89, voi. II
(135) FRANCESCHI FERRUCCI, I primi quattro secoli… Lezioni… Firenze, 1873, II edizione.
(136) id, p, IV.
(137) Id, p. 238, vol. II, in nota.
(138) id, p. 205, vol. II, in nota.
(139) Di attacchi feroci, o anche in forma amabile, la Franceschi ne ebbe molti: perfino M. Ricci, nel suo Elogio (in Epistolario, cit) trova che in fondo, per essere buone madri, non c’è bisogno di conoscere “tanta storia”.
(140) Lezioni…, II edizione, p. XXVII (il corsivo è nel testo).
(141) Id, p. XXXI (il corsivo è nel testo). Le parole di Caterina ci testimoniano inoltre la consistenza e la profondità del movimento femminile di emancipazione in Italia. Cfr. per lo meno: FRANCA PIERONI BORTOLOTTI, Alle origini del movimento femminile in Italia, Torino, 1963 (poi 1975).
(142) IDA MANCINEILLI SCATENA, in Dizionario, cit.
(143) E intendiamo la donna borghese ovviamente, alla quale sono stati assegnati dei ruoli più precisi, nello stesso momento che le si permette l'accesso (si fa per dire) all'istruzione. Soprattutto è stata fissata una immagine, con il contributo della letteratura e della critica letteraria stessa, che la vuole o madre o perversa: non ci sono molte mediazioni.