Appunti su Letteratura e Politica

12 Giugno 2024

Appunti su Letteratura e Politica

Continuo a interrogarmi sul rapporto tra letteratura (poesia) e politica, e su coloro che le gestiscono nella società attuale modificandone l’origine e cioè, per la poesia, quella del poiein, e per la politica, quella di occuparsi del bene comune. Forzando l’etimologia, mi piace ripetere che entrambe alludano al fare il mondo: lo sguardo di chi le esercita, penso, ha (dovrebbe avere) la capacità immaginifica, estetica e morale, di avere una visione (che nasce da ciò che è attorno) tale da trasformarlo, nel momento che lo assuma con purezza. Oggi i loro destini, le trasformazioni nel loro farsi, il modo con cui vengono vissute nella società, la poesia e la politica, e agite da chi le diffonde, seguono lo stesso percorso.

   Negli ultimi decenni abbiamo assistito allo spostamento progressivo dal testo all’autore (uso qui il maschile deliberatamente). Da anni per quel che riguarda la gente di spettacolo, divi, cantanti, musicisti, i loro personaggi sono divenuti centro dell’attenzione molto più di ciò che scrivono, cantano e così via. Successivamente è accaduto anche per lo scrittore, il poeta, il filosofo, il saggista addirittura, di attirare l’attenzione (se l’attira) più (o unicamente) per il personaggio che interpreta e che si è costruito (o che qualcuno ha costruito per lui) che per ciò che dice, rappresenta, racconta.

   DeLillo, in Mao II (1991), si interroga sulla funzione e sul ruolo dello scrittore negli States, e, si badi, di scrittore letto e premiato. E annota/denuncia lo spostamento del mito dal libro all’autore (su cui l’editore punta). Scrive con amarezza: “In Occidente, noi (scrittori) diventiamo effigi famose mentre i nostri libri perdono il potere di formare e di influenzare…”. E’ finito il tempo in cui erano gli scrittori con le loro opere ad “alterare la vita interiore della cultura”, a far riflettere, mettere in crisi le convenzioni e il Potere. Il famoso “messaggio”, di cui tanto si discuteva negli anni 70 del secolo scorso, non è più preso in considerazione, anzi è deriso qualora lo si scorga, e comunque non è importante. Semmai è legato alla popolarità di chi lo manda, e si dà attenzione al clip video di un cantante, e anche di uno scrittore o di un saggista, più che al “testo” di cui è egli stesso autore. Viene sottratta alla Letteratura, e alle arti in generale, l’essenza: l’essere politica. Ma questo abbandono del senso, questo spostamento, è politico.    

   E in Politica? Perlomeno da sor Berlusca in poi, in un crescendo impressionante, si parla unicamente di chi si autoproclama protagonista, e in questa operazione è aiutato dai media. Oramai non hanno importanza i programmi, non si differenziano le proposte di uno da quello di un altro (spesso teoriche o indistinguibili), non si dà importanza alla “visione” che un politico, un partito, dovrebbe proporre, e infatti il politico non ne propone. Così, come per la Letteratura, il Potere economico e di Mercato ha fatto sì che, anche in Politica, scomparissero le visioni del mondo, e subentrassero le “parole d’ordine” vaghe, ripetitive e spesso fuorvianti. Ed è ovvio che ciò faccia maggiori danni ai Partiti che, una volta, comiziavano sul “futuro radioso”.

    Anche le studiose di letteratura femminile (a cominciare da me) hanno spostato l’attenzione dal testo all’autrice, ma con altre motivazioni e spinte da altri obiettivi.

   Dall'inizio degli anni ’80 del secolo scorso, le studiose riscoprivano che dietro la scrittura c’è il corpo, che il corpo di donna si faceva (si era fatto) letteratura e che ciò andava sottolineato, in una società che aveva cancellato la produzione e la cultura femminile in nome di un così detto “neutro”.

   Era importante (lo è tuttora) sottolineare e spiegare che la prima scelta (anche in senso temporale) da parte delle donne che scrivevano (che scrivono) è “partire da sé”, il che non vuol dire imitare le autobiografie spesso noiose di tanti autori del passato (e del presente), ma cercare e assumere un inedito posizionamento di sguardo. Non era (non è) una scelta di contrapposizione frontale ne riguardi dei colleghi, e infatti le più consapevoli sancivano (sanciscono) che si tratta(va) di altra realtà.

   Attirare l’attenzione sul partire da sé è sottolineare che la donna che scrive parte dal proprio sguardo, dal proprio corpo posizionato nello spazio/tempo, dalla consapevolezza: so di essere qui, ora, questo vedo, questo percepisco, questo fermo, il mio sguardo, incontrandosi con lo sguardo della cosa guardata, per questo s’incanta, da questo è affascinato o inorridito. Solo ricorrendo alla visibilizzazione dei corpi, dietro quei titoli di libri e quei nomi che scoprivamo, le scritture delle donne possono essere lette in modo adeguato, e può emergere la cultura, viva già nei secoli passati, può essere compreso il “messaggio” che quelle scritture posseggono, col solo esistere.

   Nella scrittura e grazie alla scrittura, le donne, già nei secoli passati, compiono una rivoluzione, creano un linguaggio, un pubblico, denunciano, esaltano le presenze e le azioni. In questo senso alcune studiose (e io tra loro) hanno affermato che la letteratura è politica, sempre. Ed è di parte. Sempre. Dal punto di vista del genere, della classe di appartenenza, della geografia, delle scelte, delle opportunità, degli incontri, e del carattere stesso di chi scrive.

   Nascendo da un corpo che sta in uno spazio e da lì si muove e esplora i dintorni, nascendo dal desiderio di quel corpo, la poesia ha a che fare con quel corpo, rappresenta le passioni di quel corpo, anche se parla d’altro. E, ovviamente, il corpo delle donne, il loro desiderare è altro da quello maschile. La cultura tradizionale, maschile, per costruire il Potere della propria visione, ha affermato per secoli di essere unica, generale, onnicomprensiva, cioè neutra. Ed è stato rintracciato un susseguirsi di esempi/modelli che l’hanno stabilizzata fino a creare Il Canone.

   Le donne che scrivono, rompendo quel canone (perché e se partono da altro sguardo, altro corpo, altra percezione del mondo), fanno politica (Woolf). Consegnano una lettura del mondo “altra” da quella canonizzata maschile: vedono ciò che i maschi non vedono. E dunque, una volta risalite ai corpi, noi possiamo e dobbiamo tornare al testo. Consapevoli che una donna che scrive lo fa perché vuole comunicare qualcosa, vuole rompere la convenzionalità che le sta stretta, noi oggi possiamo e dobbiamo recuperare il valore del testo, possiamo e dobbiamo concentrarci su ciò che leggiamo di una scrittrice. Tanto più se i contenuti hanno una tessitura di relazione col femminile, se assumono come propria la cultura che posseggono in quanto donne sperimentatrici e attente, capaci di leggere tutto, di dare forma a tutto, se riconoscono la propria unicità e allo stesso tempo la comunità vissuta con altre.    

   Questo è un punto importantissimo: alla libertà di ciascuna donna serve il tessuto della libertà delle altre donne, e per la libertà delle donne serve che ciascuna si faccia libera. E’ per questo che scrivere, per le donne, è sempre un atto rivoluzionario. Ed è per questo che le scritture delle donne, diverse, variopinte, fanno Letteratura che è Politica. A meno che.

   A meno che non assumano il punto di vista, i modi, i temi, le visioni, i pesi, dello sguardo maschile. Avviene spesso. Oggi molto spesso. A volte queste opere sono anche ben scritte, sperimentano, rompono certi schemi. Ma aderiscono alla necessità che ha la cultura liberista e maschilista di distruggere le diversità, o eliminando e oscurando chi possa essere pericoloso, o cercando di risucchiare, di inglobare, di normalizzare ai propri canoni ciò e chi, a sua volta, tiene più di tutto a essere invitata al banchetto del padrone.

   Anche in politica la presenza femminile ai vertici, o in posizioni importanti, dovrebbe essere un fatto rivoluzionario, e invece constatiamo che le donne in politica, a parte luminose eccezioni oscurate dall’informazione, o sono ininfluenti ancelle del capo o, elette in posti di grande responsabilità e Potere, si rivelano reazionarie o perlomeno conservatrici. Credere che, nei secoli, tra donne e uomini non ci sia stata contaminazione reciproca è ingenuo e fuorviante. Le donne sono entrate e uscite da rapporti profondi con gli uomini, tanto che, avremmo detto anni fa, la natura storica delle donne è fortemente intrecciata alla natura prima. Così, non basta essere donna forte, volitiva, per essere “dalla parte delle donne”. Resta donna forte e volitiva, conserva anche delle differenze rispetto al modello maschile, ma non è dalla parte delle donne e, soprattutto, non vede il mondo dal loro (e dal suo, di donna) punto di vista. Non dà vita alla rivoluzione. Non trasforma il mondo. Non fa Letteratura, se scrive o canta o balla.

   Negli ultimi anni la soggettività è stata da alcune letta in modo ambiguo e fuorviante. Io credo che non esista una “soggettività” scevra di incongruenze, superficialità, se non è generata anche dalla consapevolezza di costituire altro dalla grancassa omologata, e so che non esiste una volta per tutte “il femminile”, bombardato com’è stato di definizioni volgari, superficiali, ipocritamente celebranti. Senza dire, ed è importante, che lo sguardo non è solo sessuato (e già ammetterlo è tanto) ma è anche segnato dalla classe di appartenenza, dall’ambiente, dalla cultura, l’età, la provenienza, le relazioni, le scelte.

   In un bellissimo Convegno a Palermo nel lontanissimo 1989, la grande Joyce Lussu (amatissima, anche se non comprendeva Virginia Woolf, ma a quei tempi anche altre non capirono l’insegnamento di Virginia) parlò, tra l’altro, dei simboli. Ci sono simboli, spiegò, che sono barbarici eppure li assorbiamo. Prima di tutti i simboli patriarcali che creano e danno forma a conflitti sociali, alla rappresentazione delle classi sociali, e alla guerra. Questi simboli sono accettati da tante donne che se ne fanno complici. Coscientemente o no.

   Ecco, quei simboli barbarici segnano oggi, sempre con luminose eccezioni, Politica e Letteratura.

   La Politica è stata del tutto svuotata del suo significato originario. Già anni fa scrivevo il mio stupore nel chiamare “politica” le schermaglie, gli inciuci, le lotte per il potere, oggi apertamente e senza più ipocrisia, politici e giornalisti, discettando dei nostri amari tempi, delle beghe di partito, delle promesse fatte nelle campagne elettorali, delle infedeltà, della mancanza di visione e dunque nell’arrancare di ciascun partito all’inseguimento unicamente dell’elettore e del potere che ne deriva, concludono: va bene, ma questa è la Politica.

   La Letteratura (e lo spettacolo in tutte le sue forme) si riassesta in un nuovo Sistema (penso al vecchio De Seassure e alla sua definizione) che, tra l’altro, spalanca le porte alle donne. Non più e non solo quelle che, furbescamente furono accolte per prime nel Grande Teatrino, quelle forti, vincenti sempre, selvagge, autentiche, pure, no: ora entrano le malvage, le cattive, quelle che, rifiutando l’omologazione di una società ipocrita non trovano di meglio che fare le cattive più cattive dei cattivi, ammazzano, torturano, tradiscono, vogliono soldi, potere, successo. E Letteratura e Politica vanno a braccetto anche in questo.

   La Politica non osa aprire dibattiti nel profondo, accogliere i movimenti dei giovani e delle giovani che periodicamente si presentano, unica speranza di possibile rivoluzione, e non osa ciò che tutti e tutte le persone appena decenti aspettano, ma vigliacca e ignorante come è diventata, cerca i benpensanti, che le garantiscano almeno una chiara distanza dagli abissi di prepotenza e criminalità che abbiamo vissuto all’inizio del secolo scorso. Intanto i ragazzi e le ragazze di bei cortei e manifestazioni crescono e anche loro vengono attirati nelle rassicuranti braccia di un qualche Partito che non promette più rivoluzioni ma un seggio al Parlamento Europeo, al Senato, al Parlamento, al Consiglio di Circoscrizione, sempre che…

   La Letteratura da parte sua non trova editori coraggiosi che pubblichino ciò che amano, consapevoli che è questo ciò che la maggioranza dei possibili lettori e lettrici desidera. Gli editori sono per la maggior parte ignoranti e sfiduciati e preferiscono pubblicare, come scrivevo all’inizio, nomi e non libri, e quelli piccoli si sono “fatti furbi”, e non tanto perché pubblicano a pagamento, ma perché non fanno gli editori, cercano il personaggio e se non lo trovano lo costruiscono.

  So di aver esagerato e so di non aver fatto nessun distinguo. E che ce ne sia bisogno anche secondo me è dato dal fatto che continuo a leggere libri, a vedere film, ad andare a teatro o ai concerti, alle mostre, eccetera eccetera. Ma ripeto la mia asserzione di fondo: la Letteratura e la Politica sono svuotate del loro compito essenziale. L’agire di editori, da una parte, e di partiti, dall’altra, segue il mercato. Punto.

Ma è a questo che non mi rassegno. La Letteratura non cambia il mondo, però forma la mentalità, lo sappiamo, abbiamo studiato anni fa anni molte opere sulla formazione della mentalità. E invece oggi la formano le tv, i social, la comunicazione costruita e di parte. E allora?

   Marcuse sosteneva che compito dell’intellettuale è “spezzare la concretezza dell’oppressione al fine di aprire lo spazio mentale in cui questa società può essere riconosciuta per ciò che fa”. E scrive anche: “Il tollerare l’incretinimento sistematico dei bambini come degli adulti, prodotto dalla pubblicità e dalla propaganda, … il reclutamento di truppe speciali…, la benevola tolleranza verso l’inganno nel commercio, nello spreco e nell’inutilizzazione pianificata, non sono distorsioni e aberrazioni, sono l’essenza di un sistema”. E ancora: …si sbraita contro l’aumento della delinquenza giovanile …e non contro la presentazione superba… di missili, razzi, bombe, sempre più potenti, …la delinquenza matura di un’intera civiltà”.  E’ frustrante che queste cose siano state capite e scritte anni fa e ora siamo al punto di prima con in più la reticenza a essere, o apparire, radicali e retorici. Questo quasi secolo che è passato da quando grandi intellettuali, maschi e femmine, scrivevano opere che si leggevano, si apprezzavano, si citavano (ed era per questo che poi diventavano importanti i nomi e i corpi degli autori e delle autrici), ha realizzato la più grande e profonda operazione di omologazione possibile, perché è riuscito ad abbattere le idealità e le visioni di queste/i  grandi.

   La cosiddetta Politica si è affannata a seguire e inseguire le modalità indecenti di partiti e personaggi contro cui si sarebbero dovute opporre le ragioni del benessere sociale, ha lasciato che la tv divenisse il palco da cui promuovere figuri impresentabili e concetti astratti di libertà. Lo sbandieramento delle libertà individuali (vestiti come vuoi, fai ciò che vuoi, pensa ciò che vuoi, anzi: sii libero e orgoglioso di dire: così la penso io, è la mia opinione, senza prove e dati) è servito a una conformazione generale. Ma il malessere è cresciuto. Le condizioni di vita non sono migliorate, anzi: la percentuale dei benestanti è minima (non ricordo ora esattamente, tipo il 2% o il 5%) di fronte a coloro che hanno problemi economici, e il divario cresce. La classe dei lavoratori e delle lavoratrici è attaccata su tutto il fronte, a cominciare dalla definizione: classe; le condizioni di quartieri interi, di città, di zone estese è di una povertà materiale e culturale, di una rozzezza e volgarità massima. Le persone che giungono da lontano sono tenute in condizione di isolamento o di abbandono totale, e addirittura di violenza, per cui è molto difficile che riescano a salvarsi in una società come la nostra. E anche il disagio intellettuale, psicologico, quotidiano, politico, di chi vorrebbe opporsi a questo stato di cose è in aumento.

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