La nave delle cicale operose, recensione di Michele Stanco, mentinfuga.it, 2014

8 Febbraio 2022

La nave di Anna Santoro: un viaggio corale nel nostro passato recente

di Michele Stanco

Se proprio dobbiamo catalogare l’ultima prova narrativa di Anna Santoro potremmo forse definirla un romanzo familiare, una narrazione transgenerazionale, o forse − nelle parole di Franco Moretti − un’ “opera mondo”. È, in ogni caso, una narrazione che attraversa gran parte del secolo scorso, aprendosi negli anni ’30 del Novecento per approdare alla storia più recente. Ed è un vero e proprio approdo quello che ci propone l’autrice, attraverso il simbolo centrale della nave. Una fantomatica nave rubata agli americani in quella che molti ancora si ostinano (nonostante tutto) a chiamare “ultima guerra” e che, nella simbologia narrativa dell’opera, funge da trait d’union tra passato e futuro: nave da guerra e nave di migranti, votata al naufragio ma carica di speranza, “risorsa della testa” e “dimora del cuore”. Una nave-mondo, insomma, “grande come un paese intero” e “come un pianeta nuovo” (p. 422). Una nave, anche e soprattutto, simbolo di quella tensione ideale che anima l’intera tessitura narrativa del romanzo e che, nelle sequenze finali, viene nondimeno sottoposta al vaglio della realtà e del disincanto.

Nonostante la dimensione di onirica leggerezza conferitagli, in fundo, dal simbolo della nave-mondo, il romanzo si snoda lungo una serie di microstorie fortemente radicate nella Storia e solidamente ancorate nella fattualità politica. La narrazione vede come principali protagonisti Rino e Mita, appartenenti, rispettivamente, alle classi povere (o meglio impoverite dalla speculazione postbellica) e alle classi medio-alte e nondimeno uniti da una passione civile condivisa − quasi a superare la pasoliniana contrapposizione tra figli di papà e poliziotti. Attorno ai due ruota un’umanità multiforme per età, interessi e condizione sociale, ma accomunata da un medesimo desiderio di lottare contro il privilegio e il malaffare, allo scopo di cambiare il mondo. Non a caso la narrazione, pur articolandosi lungo un asse temporale di circa ottant’anni, trova un suo centro di irradiazione ideale negli anni ’60: vale a dire, nelle lotte operaie e nella protesta femminista, nelle occupazioni studentesche, nelle comuni, nell’ideale pacifista. Ma soprattutto nelle battaglie di quella intellighenzia napoletana (una Napoli buona, piuttosto che una Napoli bene) che, provando faticosamente a riemergere dalle devastazioni della seconda guerra mondiale, si trovava a confrontarsi con le ulteriori, non meno gravi devastazioni prodotte dalla speculazione post-bellica e dall’antica collusione tra poteri dello stato e potentati economico-criminali.

Un romanzo, dunque, attraversato da profonde tensioni ideali ma anche intessuto di piccole storie di grande umanità. Perché la vis politica che trasuda nelle sue pagine non è mai disgiunta da un’empatia altrettanto vigorosa per i destini delle singole creature che lo popolano e che vanno a creare una sorta di diario collettivo. Non a caso, la pur intellettualmente agguerrita Mita arriverà poi a comprendere che le attività benefiche della madre, anziché essere “controrivoluzionarie”, erano in realtà “segno di autentica attenzione nei confronti delle persone” (p. 66).

In questa tensione umana e politica è l’arte stessa, ovvero la parola letteraria, a giocare un ruolo determinante. Il romanzo, cioè, nella sua stessa struttura compositiva (e, in particolare, nel suo intreccio polifonico di voci e di stili), manifesta una precisa intenzione civile: intenzione, peraltro, espressamente dichiarata dalla stessa Mita allorché osserva che “a contribuire in modo decisivo alla trasformazione del mondo” sono “la poesia la scrittura la musica i linguaggi creativi” (p. 155).

In sintesi, un romanzo animato dalla consapevolezza del potenziale politico e della capacità trasformativa dell’arte. Di certo, si può scrivere un romanzo politicamente “impegnato” ma letterariamente brutto. Forse, però, non si può scrivere un romanzo bello in assenza di un autentico sentire civile. Nel suo gioco speculare tra parola e memoria, il romanzo di Anna Santoro coniuga, al meglio, impegno politico e destrezza verbale.

giovedì, 6 febbraio 2014                                                Michele Stanco

Anna Santoro, La nave delle cicale operose, Robin Edizioni, 2012

www.mentinfuga.it  Categoria: SCRITTURE

 

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