Maria Grazia Tundo, 1999

22 Ottobre 2026

Le amiche di Carla di Anna Santoro

 

Come rispondere al dolore del mondo, come vivere nella sua insensatezza senza accettarne le regole spietate? Questa sembra essere la domanda che in filigrana percorre il bel libro di Anna Santoro, Le amiche di Carla. Domanda comune a chi non soffocato del tutto la propria sensibilità, la capacità di apertura all'esistenza. A quelle donne che vogliono vivere da protagoniste nel mondo, incidendo sulla sua rude superficie, senza tuttavia farsene catturare o snaturare.

E’ la storia di un gruppo di donne legate da una profonda amicizia, affetto, complicità, che attraversano le varie tappe di sviluppo e maturazione delle proprie esistenze alla luce di questi intensi legami. Le loro vite si intrecciano agli eventi storici e politici degli anni 60 e 70 in Italia, le loro giovinezze si snodano tra cortei, manifestazioni, l'impegno politico, il femminismo, le occupazioni, fino a che la tragica pesantezza degli Anni di Piombo non getterà fosche ombre sulle loro vite.

Il romanzo si costruisce per capitoli i cui titoli coincidono con nomi di donna: Rossana, Renata, Nina, Chiara, Carla, che si ritrovano alla fine in un dubbioso "ultimo atto", l'incontro conclusivo o piuttosto di rilancio delle loro esistenze, momento di bilancio, chiarificazione e scoperta della persistenza degli affetti che il tempo può modificare, ma non distruggere, se costruiti non solo sull'emozione, ma anche sulla consapevolezza, sulla ricerca, sulla capacità di interrogarsi.

Inoltre c'è una figura di riferimento che permettere l'intrecciarsi di queste relazioni femminili, sottratte alla contingenza e alla precarietà: Carla, una deliziosa figura di giovane insegnante supplente di Storia e Filosofia in un liceo, con il suo un maglione, i pantaloni, la sciarpa rossa al collo ed i capelli sciolti, abbigliamento che non si adattava al "decoro del ruolo". Cosa crea immediatamente l'intenso legame tra Carla e le sue studentesse, in particolare quel gruppo di amiche che poi resteranno tali grazie anche alla sua presenza-assenza? I suoi occhi animati, pieni di entusiasmo nel trasmettere non un sapere neutro o delle informazioni, così tipico della scuola di quell'epoca, ma un pensiero non scisso dal corpo, che si muove ricercando, mai soddisfatto delle risposte, sempre pronto al rilancio e che soprattutto si costruisce a partire da sé. La frase di Carla spesso citata, "l'impegno a realizzare se stesse" come progetto di vita, in Carla non si riduceva infatti ad un banale slogan, perché si legava ad una serie di domande e avvertenze su ciò che significasse essere "se stessa" (cfr. p. 118), dunque la costruzione di una soggettività femminile come pratica e impegno, capace sempre di "figurasi un altrove" collocato nel futuro (cfr. p.119), non schiacciata sulle miserie del presente.

Benché ruotino intorno a Carla, le donne del romanzo hanno comunque delle identità ben delineate, ogni capitolo assume il loro differente punto di vista e la scrittura si modifica in accordo alle loro diverse soggettività. Le loro voci, la cui tessitura polifonica offrirà il ritratto di una generazione, di un'epoca, raccolgono anche frammenti delle proprie memorie di infanzia per ricostruire il senso delle proprie esistenze, per provare a superare l'evento tremendo della incomprensibile morte di Carla, che rischia di lacerare il legame tra di loro e con il loro passato.

Rossana è la prima a raccontarsi e raccontare del valore di queste figure di donna che hanno determinato così profondamente la sua costruzione di sé e la direzione delle sue scelte: il percorso narrativo va dall'infanzia caratterizzata dal suo sentirsi diversa dalle bambine linde e pinte simili a bambole di porcellana, da una fantasia  ricca e vivace, dall'adorazione per una madre tenera, grande, allegra, morbida e dura, definita "la presenza", fino alla spropositata voglia di vivere adolescenziale, alla dolcezza  dei primi amori, alle ansie e malinconie che l'afferravano improvvise, e poi svanivano soppiantate da una più prepotente allegria di vivere. E l’esaltante scoperta delle minigonne, che permettevano di svestire il corpo dai mortificanti abiti sotto il ginocchio per restituirgli la gioia della propria presenza nel mondo, indossate anche come sfida ad una bocciatura che non va ad intaccare un prezioso e gioioso senso di sé. Poi la scuola, e Carla, e le amiche e l'impegno politico: risate, bandiere, cartelli, striscioni... fino alla violenta fine di tutto questo, una manifestazione che finisce in tragedia, botte, fumo, violenza, il corpo aggredito. Conclusione simbolica che sembra aver cancellato per Rossana tutta l'allegria, lasciato inciso nel corpo una nuova amara consapevolezza ed un cupo senso del dolore. Seguendo questa lacerazione, anche il linguaggio narrativo si fa franto, spezzato, quasi flusso di coscienza, con immagini che non riescono più a raccogliersi in una visione coerente ed armonica: un mondo che ha improvvisamente rivelato la sua insensatezza crudele appare ormai caotico, puro agglomerato di immagini sparse. (cfr. pp.52-57)

Poi c'è Renata; così diversa dalle altre due amiche. Lei che diventerà una buona moglie, madre, insegnante, lei che sceglie la strada dell'apparente "normalità", lei che era stata la bambina perfetta, adatta; niente a che vedere con i disordini, le inquietudini, gli eccessi delle amiche… Anche nella sua vita Carla lascia una profonda traccia: le restituisce il senso della curiosità per un mondo che si fa testo davanti ai loro occhi e chiede di essere letto, decifrato, interpretato. Le regala quell'amore per la vita che era rimasto intrappolato nelle spire di un'infanzia borghese e perbenista. Renata non prende parte alla politica attiva, che in qualche modo la spaventa, che sente estranea con il suo corollario di violenza e odio. Tuttavia Carla valorizza anche lei, accetta la sua "differenza", sa leggere il profondo desiderio di della vita che si cela dietro la sua apparente marginalità ed invisibilità, le sue scelte non dirompenti, il suo lottare per una felicità che viene a coincidere con la stabilità degli affetti, la "cura per le cose" ed i rapporti, che non accetta di farsi schiacciare dal peso del dolore del mondo o da un "dover essere" a lei estraneo.

Infine Nina: la sua identità di delinea a partire dalla morte di Carla, che non riesce ad accettare, di cui non vuole fare il lutto, e nello spostamento che opera dedicandosi anima e corpo al ripercorrere le tracce di una misteriosa figura del primo novecento, Maria di Castelvelino, compilatrice attenta e minuziosa dei cataloghi della ricca biblioteca di famiglia. Ripercorrerne la storia, scoprire la sua identità più vera e segreta significa anche ricucire un paradossale legame con la sua Carla perduta, sulla cui morte sono cadute ombre oscure a causa dell'ipotesi gridata dai mass-media di una sua partecipazione diretta alla lotta armata, in quanto è rimasta uccisa in uno scontro a fuoco con la polizia.. Nina, nella sua affannosa ricerca della verità di Maria, cerca di stabilire un legame femminile, sottratto ai vincoli del tempo e dello spazio, che possa risarcirla in parte per la perdita di Carla. Dare un vero volto, una vera identità  a questa donna, di cui rimane solo la calligrafia precisa e regolare con cui ha ricopiato titoli di libri e date, significa forzarla ad uscire da quell'invisibilità e marginalità a cui la storia ufficiale l'ha relegata che è stato il destino di tante, troppe donne. Nina si muove, studia, ricerca, sempre sospinta da un'insoddisfazione profonda, la "sensazione di un'assenza" (p.122) che la porta a raccogliere i segni lasciati da questa donna sconosciuta per ricomporre appunto "le assenze che sfuggono" (p. 133), per scoprire forse tramite la verità della sua vita la verità su Carla. Così anche la baronessina Maria diventa parte di quella fitta trama di relazioni e legami femminili che costituiscono il senso profondo del romanzo.

E tuttavia l'esplicita domanda che Nina si pone, la più profonda, la più vera, al di là dell'attivismo, del fare che la trascina in un vortice di energia è "come fare a superare i 45 anni?", l'età - divenuta simbolica - che né Maria né di Castelvelino né Carla erano riuscite ad oltrepassare. La domanda, che emerge alla fine di un lungo e concitato monologo interiore, è come non implodere per quell'eccesso di desiderio di vita che si infrange contro il degrado del mondo voluto dall'uomo che distrugge e violenta e impazzisce inseguendo sogni di onnipotenza tecnologica e scientifica, incurante del dolore che infligge, della morte che sparge a piene mani.

Il superamento del lutto, del vuoto che la morte di Carla ha portato con sé sarà però possibile grazie alle tracce che la donna ha lasciato, ad una presenza simbolica che ha il suo momento di continuità materiale proprio nella giovane figlia Chiara, che si fa latrice di una lunga lettera della madre, indirizzata a lei, ma che desidera condividere con le altre donne che tanto peso hanno avuto nella vita di Carla stessa.

E Carla torna ad esserci, permettendo il recupero di quei rapporti di affetto e amicizia che la sua morte sembrerebbe aver reso più difficili da mantenere. Tramite le sue parole, affidate alla scrittura, Carla ritorna presente e vera, oltre ogni manipolazione dell'informazione o dell'opinione pubblica, torna presente con la sua ricerca continua di senso, di creatività, con il suo desiderio di costruire significative reti di relazione, per non accettare le ferree leggi del mondo, ma provare ad incidere sulla sua durezza per trasformare ciò che si chiama la "realtà". (cfr. p.157) Carla racconta anche della sua estraneità ad una politica fatta di violenza e lotta, di intransigenza e rigore che fa perdere di vista il quotidiano, lo spazio del corpo e dei sentimenti. Perché lei ha sempre dato valore anche alla leggerezza di una risata, di un gioco delicato e gioioso, e racconta di come ciò che ancora rischia di strangolare le donne è proprio il sentimento dell'onnipotenza del sacrificio di sé, del non permettersi spazi di vita più lievi, da viversi senza il soffocante giogo dei sensi di colpa.

Poi Carla sottolinea con amore anche quanto peso nell'evoluzione del suo pensiero abbiano avuto Nina, Rossana, Renata, le allieve, tramite cui ha colto un nuovo senso della centralità del concetto del "partire da sé", non chiusura in un universo solipsistico, ma puro punto di partenza provvisorio che potesse permettere il movimento, la trasformazione, un andare verso gli altri e le altre. Dunque, nessuna "differenza femminile" in senso ontologico, ma un'apertura a quell'infinito singolare (per citare il titolo di un libro di Patrizia Violi) che sono le donne in quanto individui reali, dotate di una precisa esistenza materiale. Quella singolarità specifica e indicibile di ogni esistenza che si colloca sempre un po' al di là delle rappresentazioni che i sistemi di senso e le tecnologie del genere compongono. Con Carla si fa visibile la possibilità di un sapere non astratto, ma legato alla soggettività e all'esperienza, che sole possono permettere la trasformazione di ogni rappresentazione sclerotizzata dell'identità di genere e aprire spazi possibili di libertà.

Essere donna, ci dice Carla, non è un destino già segnato, ma una scelta di posizione, che nessuno può fare al nostro posto, e che costruisce quella verità della nostra storia, rispetto a cui si è sempre un po' dentro e fuori.

Infine Carla, nella sua lunga lettera, rimarca con energia come tuttavia, vivere nel mondo senza violenza, non significhi abituarsi alla logica del più forte, anche se spacciato per senso della modernità e del reale, perché "abituarsi al dolore, alla povertà, alla violenza, alla disperazione, indurisce il cuore. E anche l'intelligenza" (p.163) E poi aggiunge "Di fronte allo spazio del tempo non siamo niente, è vero, ma siamo tanto ora, qui" (ibidem), sottolineando come ogni vita abbia una sua precisa collocazione nel mondo e lasci comunque delle tracce, che in ogni caso modificano la tessiture del mondo stesso. Non cancellare quella capacità di "dare importanza alla cose", quella capacità di attenzione che viene facilmente svenduta e derisa come "sentimentalismo, incapacità alla logica, umiltà rivoltante" (p.166), ma che - al contrario- costituisce l'unica risorsa possibile per non essere complici dell'orrore del mondo. Non lo stordimento della passione che può travolgere e distruggere nella sua ansia di palingenesi, ma l'attenzione, la cura, la presenza non invadente che sa ascoltare e rispettare la lentezza dei tempi necessari perché le trasformazioni si compiano.

Il romanzo si conclude con un epilogo, simmetrico al prologo con cui la narrazione aveva preso l'avvio. Nel prologo infatti la voce narrante, che poi si è cancellata per lasciare spazio ai punti di vista e alle voci degli altri personaggi, parlava di una scrittura che nasce dalla meraviglia di un tempo consegnato alla memoria (in cui sia la felicità che il dolore appaiono come assoluti), che tuttavia determina continuamente le forme del desiderio del presente. Il bisogno di dare corpo e parole a tale visione spinge appunto ad aprire la narrazione, che però, nell'evidente dimensione autobiografica a cui sembra consegnarsi, lascia un'incertezza sullo statuto di quella memoria che forse non può essere riprodotta che come favola. Nell'epilogo, ritorna la stessa voce narrante offrendoci le seguenti, enigmatiche frasi su cui riflettere: "Questa però, questa della buone fanciulle, è una favola. Cioè, come dicono ora, una menzogna" (p. 199).

E il romanzo ci lascia così, incerte sullo statuto di verità di una scrittura che proprio perché tale, non può che giocare ai confini tra invenzione e verità, tra rigorosa e attenta ricostruzione storica e continua apertura al divenire del gioco interpretativo.

 

Maria Grazia Tundo

 

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