Anna Santoro, Echi di slittamenti (forse) irreversibili (2017-2024)
Prefazione di Ivan Fedeli, puntoacapo, Pasturana (AL), 2025
ISBN 978-88-6679-498-1
Carla Locatelli
Interno/esterno esterno/interno: un costante chiasmo esistenziale.
L'ultima raccolta poetica di Anna Santoro mostra, ancora una volta, mondo e coscienza come vasi comunicanti, così come lo sono etica ed emozione nel suo sguardo sulla realtà contemporanea. La datazione della stesura della raccolta: 2017-2024 (indicata in parentesi nello stesso titolo), sembra suggerire una specifica linea di continuità con la raccolta precedente: La Quinta Stagione e antefatti indizi - avvisaglie e no (Kairós edizioni, Napoli, 2017); quegli "indizi, antefatti e avvisaglie" sono diventati ora "slittamenti (forse) irreversibili" dentro a un mondo progressivamente cambiato e un modo di viverlo rimasto fedele a se stesso, quando "prima era la pelle / era //toccare altra pelle /erano // occhi immersi in altri occhi" (p. 18) ed ora, "Nell'amarezza di / troppo disinganno" (p. 23) si soffre "per la spietatezza di questo mondo / ingiusto e per la malvagità che lo comanda" (p.53). In quest'ultima silloge, cambia il tono ma non lo sguardo, cambia "Il peso che preme sulle spalle e // sul mio cuore / sulle gambe // sulle braccia e nella mente" (p.102). Cambia lievemente il tono del dire, venato da una lucida nostalgia paradossalmente non nostalgica, e consapevole dell'irreversibilità dell'accadere, ma carica di ricordi che portano con sé passato e futuro, perché si rinnova, instancabile, il desiderio critico di un mondo migliore. L'aggiunta affettiva di questa collana che addensa decenni di pensieri e sentire, di indignazione e incanto ancora eticamente coerenti col passato, è la consapevolezza del "peso che questo vivere mi assegna e che / nel tempo ho accumulato per il / dolore che questa epoca ci impone" (Ibid.).
I.
"Prima sono gli occhi": esordisce così la raccolta, confermando una poetica fenomenologica dell'incanto che caratterizza da decenni il lavoro poetico e narrativo di Santoro. La voce narrante di questa poesia enunciativa e dialogica resta costante nei decenni, ma con modulazioni diverse, perché cambia il mondo a cui rispondere con lo stesso impegno retto ed appassionato: "Prima sono gli occhi / o forse è la fragranza delle cose che li apre / [...] Prima la percezione /che intenerisce o / fa duro il cuore / Poi prende forma il / pensiero..." (p.15). La percezione è la base comune di un sentire umano che può esprimersi con ambivalenti e contradittorie modalità. Il percepire non garantisce un sentire virtuoso, né l'incanto delle sensazioni, spesso la forza deformate nel pensiero astratto le trasforma in sentimenti pre-definiti.
Segue immediatamente "Mordo questa storia", una sezione incentrata su denunce di indifferenza, violenza, "tracotanza" modulate da chiasmi affettivi che "/ nella compattezza di questo maleficio" (p.31) e contro "rituali di malvagità e // violenza /" esprimono comunque "... lo struggente desiderio che / basti l'immaginazione" (p. 30) a "cambiare il mondo" (p. 35).
Comincia qui una tematica di denuncia della lingua dei media, degli influencers, dei " Prepotenti imbonitori di menzogne / bevute da servi senza residui di pietà / [che] brindano alla morte". (p. 41). Le parole di una poesia civile denunciano qui durezza, abusi e servilismi, in contrasto alla "luminanza dei mattini di aprile" (p.76) che esprimono e suscitano un poetico incanto. Silenziare il fragore della violenta tracotanza dei media è la condizione per non soccombere alla negazione della speranza che sostiene l'amore alla vita: "Esiste certo un piccolo pertugio // una dimenticanza / un // imprevisto / nella compattezza di // questo maleficio" (p. 31). La raccolta, nel suo insieme ci chiarisce che questo "pertugio" è opera dell'immaginazione, della poesia che cattura l'incanto.
La terza sezione "Vita che scortichi", articola in modo ancor più forte una poesia civile di denuncia contro il prevalere di violenza e soprusi che infliggono un'umana "fiacchezza terminale" perché sembra ormai "chiuso ogni percorso" (p.50). Eppure, ancora una volta, la poesia va oltre la critica di menzogne e corruzione (p. 55) e, contro ogni evidenza disperante, lotta per mantenere l'incanto della "fragranza" del mondo" e "i sapori / gli odori e le percezioni" di un io poeta che si pensa al femminile in un suo complesso teatro dell'io: "Fuori scena // osservo / sopracciglio // alzato / segno di meraviglia //...quest'ia prepotente // insicura e canterina / che vive e parla / come fosse me // E mi confonde l'anima/" (corsivi aggiunti, p. 57). L'io declinato al femminile sorprende ed è una sfida all'uso pronominale per immaginare diversamente, ossia al femminile. Il corpo, metonimicamente indicato nel "sopracciglio alzato" incarna la sorpresa, una meraviglia spiazzante (quest'ia come fosse me). Il percorso identificativo al femminile coinvolge incertezza e allegria, vitalità e parola. In un altro componimento, i cinque sensi (ma sono davvero solo cinque?) trasformano la percezione in desiderio: "Come posso trovarti // .../ Come posso arrivare a //.../richiamare il tuo sguardo, e / farmi complice del tuo dolore / dello sfinimento /e magari //raccontarti storie di // imprevedibile felicità" (p. 63). L'immaginazione è un sesto senso e la poesia resiste, malgrado i violenti "senza cervello e senza prospettiva / [...] // destinati alla scomparsa e // all'insignificanza. (p.59)
La quarta sezione, "Non è pranzo di gala" esprime il desiderio rinnovato di vivere il mondo con un pensare poetico che ascolta "il silenzio della / vita che insiste a / farmi innamorata..." (corsivi aggiunti p. 74). Questa straordinaria percezione del "silenzio della / vita" consente di continuare a vivere e a poetare, e si esprime in parole "stanate" o inventate, spinte all'immaginazione "quella onnipotenza // creativa che a volte ti sei rimproverata // e scopri che era giusta" (p. 78). Quando pensare sta ai confini del dire-sentire, "sulla soglia // del pensiero che non puoi // pensare / Non indugiare su // nodi dolorosi / sempre quelli // evidentemente irrisolvibili (p.72). Il pensiero che "non puoi pensare" si collega al silenzio della vita, sia come desiderio utopico di un non-detto che possa sciogliere i nodi irrisolvibili, sia come soglia di possibilità del dire poetico. Il non ancora visto e il non ancora detto travalicano i confini degli irrisolvibili nodi esistenziali, e li sospendono. Questa sezione raggiunge uno splendido equilibrio armonico tra desolazione e speranza, tra indignazione e coraggio. Qui la riconciliazione degli opposti rende speculare il chiasmo di questo buio pensare contrapposto alla poesia, il pertugio in cui filtra una tenace luce.
L'ultima sezione della raccolta, "Puntuale ti presenti" è elegiaca, ma non sentimentale. In un certo senso presenta il raccolto affettivo e critico di molti anni di esperienza e poesia. Non racconta ricordi ma, performativamente, ricorda. Il processo del pensare è chiamato in causa e giocato contro la cristallizzazione del pensiero-oggetto. In questa dinamica discorsiva sempre più evidente risulta la dimensione dialogica, con l'uso del "tu", implicito interlocutore nella maggior parte dei componimenti, anche quando il "tu" sta dentro a un io lirico che si parla: "Tempo lungo /amore mio // tempo affollato / tutta la vita //.../Non me ne voglio andare" (p101). Il "tu" implicito in "amore mio", diventa un "io" alla fine del componimento: io "non me ne voglio andare". E' al lavoro qui, come in molti altri momenti della raccolta un'empatia così forte da cancellare la dualità tra l'io e l'altro e i confini tra soggetti reciprocamente coinvolti. La pietas è rivolta a tutti gli umani, quelli e quelle cui ci lega un affetto o un amore e quelli /e duramente provati dalla vita, vittime di abusi e indifferenza.
L'"Appendice" comprende "Landays" e "Haiku". Decisamente si percepisce un notevole cambio di passo stilistico rispetto al resto della raccolta. In "Landays" i componimenti sono molto brevi, a volte lapidari: "alleva la guerra bambini / rendendoli spietati insensati guerrieri" (p.108); alcuni smentiscono la speranza, comunque esito della critica allo status quo nell'intera raccolta: "Disperata cerchi il mio seno / ma ho solo veleno nel mio corpo spossato" (Ibid.); altri riportano l'immaginazione al suo ruolo di positiva possibilità: "non i sogni sono reali / è reale la nostra forza di sognare" (p.107). "Haiku", titolo allusivo più che descrittivo contiene frammenti poeticamente suadenti, quasi un balsamo a sugellare la raccolta: "Farfalla rosa / le mani dell'amore / danno calore", o ancora: "Più di un sogno / rapida e rapita / la mia vita"(p109).
II.
La figura di pensiero che domina quattro su cinque sezioni di questa raccolta è il chiasmo, che allinea ed alterna interno ed esterno ed interno ed esterno; il mondo e la coscienza, e la coscienza e il mondo sono catturati in "echi" continui, instancabili. Il chiasmo qui non è una geometrica figura che s/figura o riconcilia opposti sentimentali e concettuali, ma è un allineamento speculare che collega percezione e sentimento alla critica del mondo, tramite il dire poetico, che è un'essenziale forma di resistenza contro la feroce banalità dei media che toglie meraviglia e spessore al dire.
La poesia è lo specchio che collega il mondo con un intenso stare al mondo: il mondo e la coscienza insieme fanno il mondo e la coscienza, diceva un filosofo interessato a descrivere come gli umani costruiscano il mondo (Nelson Goodman, Vedere e costruire il mondo, Laterza, 1988). Questa è l'angolazione del poetare di Anna Santoro, dei suoi "pensierisguardi'" (p.76). In questo senso è imperativo per il poeta trovare-creare parole, trovare "segnisuoni nuovi che // al nuovo (se c'è) diano forma" (p.16). Nuove parole (segni e suoni) possono immaginare un mondo impensato e costruirlo, per rispondere "al desiderio di / stare al mondo in altro modo" (p.58). L'imperativo del poetare sta nel "nobile proposito di / rendere reale il / desiderio / " (p.84) con "segnisuoni" nuovi che diano alle parole il loro peso, contro "gli / sconci abusi della televisione" (p.16) e dei media che dematerializzano il mondo e lo spessore del sentire. Santoro indica con precisione l'amnesia socioculturale che forclude la significativa origine delle parole: "parole oggi di moda / si accampano sfrontate e // .../ consegnano alla dimenticanza il // motivo (e il significato) per il quale // sono nate" (p.38). Fare poesia significa invece impegnarsi in un lavoro che sbroglia le parole e riporta al senso concreto dell'articolazione verbale, contro legami e pregiudizi delle "parole / accavallate tra lingua e / palato" (p. 71). Anche le astrazioni fine a se stesse vanno depurate, imbiancando "pensieri con calce per / farli concreti" e per imparare "la / coltivazione del coraggio" (Ibid.). Solo così "Restano materiali quei ricordi / hanno odore peso colore e / la lingua ne gusta il sapore" (p. 18).
La figura della prosopopea domina l'ultima sezione della raccolta; spesso è incarnata in figure al contempo concrete e misteriose che personificano il mondo e le cose: la malinconia (p.100), il dolore (p. 95), e anche alludono alla morte: "Puntuale ti presenti al / consueto appuntamento / amica mia // ... // Sai che è sospeso il definitivo // incontro / pure ti piace segnalare che // ci sei/ ammonire che niente è mai risolto" (p.93). La morte sta "ferma alle mie spalle", ma non ha (ancora) il potere del "definitivo". In realtà, il pensiero della caducità attiva vivissimi ricordi di chi è scomparso in chi ancora vive con meraviglia, con poetico incanto, malgrado la consapevolezza della crudeltà del mondo che "con un sospiro di / sollievo / scrolla via // vite ormai usurate / spolpate fino a // renderle eccedenti in // logiche di utilità (p. 94). La logica del consumismo mercifica la vita; l'avidità silenzia il sacro che la percorre. Una meta-fisica letteralmente materiale ed immateriale parla dell'"Anima del corpo delle genti" e dell'"Anima del mio corpo" (p.17), abolendo la distanza tra io e loro con un'empatia che si estende al mondo intero degli umani e delle cose.
Imperativa e urgente diventa la necessità del dialogo tra l'io-altri e altri-io: " è sempre io // questi cadaveri / sacrificati nelle stragi // sono io / e quelle lacrime // quel dolore / ancora io" (p.21); è ricorrente l'accenno al dialogo tra vivi e morti: " i visi // sono tanti e tanti andati via / eppure // ciascuno è qui adesso / accanto / intatto e //vivo" (p. 104). Inoltre, la necessità del dialogo si estende fino a includere un io che parla alle cose, in una strana ed affascinante forma di apertura cognitiva ed affettiva che assottiglia il confine tra il vivente e l'inanimato quasi a custodire la "verginità" della natura e la dignità degli umani (p. 42): " E /puoi anche salutare quel / cassonetto spazzatura / quel // tronco spaccato dall'incuria o dal / vento" (p.103).
Sul piano formale, l'ineliminabile bisogno umano del dialogo che percorre tutta la raccolta, si esprime con un ventaglio di soluzioni discorsive e retoriche che valorizzano la sospensione e/o la rottura. Questi due diversi effetti testuali convocano il lettore con l'apertura sistematica dei testi, espressa sia a livello frastico che retorico e prosodico. Sul piano stilistico e discorsivo, queste caratteristiche dominanti in quasi tutti i componimenti invitano a immaginare e a rispondere. Sta qui la performatività interlocutoria del testo: "ogni parola detta è qui / sospesa" (p. 77) e, nell'attento presente è sospeso anche il passato, anch'esso aperto, inconcluso: ""cose andate via ma / non dalla testa né dal cuore / o chi // se ne stava..." ad abitare il mondo, col proprio lavoro, con il proprio amare, con una " ... non ancora nominata / stupenda per // forza e dolcezza / lei / la nuova nata" (p.90). L'apertura dei testi invita ad una comprensione empatica del dolore o dell'indignazione, espresso in una sospensione o in uno strappo di senso. L'intonazione poetica è dialogica e Il lettore deve partecipare; a volte le rotture tra versi sono sorprendentemente brusche, discorsivamente dissonanti: "Chiuso ogni percorso / c'è oscuro il // divieto di fermarsi guardare e interrogare / la // gutturale desolazione frana in // fiacchezza terminale" (p.50). Basterebbe un punto fermo a dar ordine alle frasi che si susseguono, ma il punto non c'è: bloccherebbe il fluire aperto del detto, che resta, differito. Le sospensioni sono molto frequenti; il rifiuto dell'enjambement, ri-iscritto in una continuità di senso indica il flusso ininterrotto del dire e del pensare: "Mi sono persa e dispersa nel mio dire e // nel mio fare/ Parole liberate e // interrogate a lungo prima di // lasciarle andare " (p.20).
Uno speciale uso dei segni di interpunzione rende diverso il loro significato canonico; non c'è mai un punto fermo in tutta la raccolta; i due punti indicano un esplicitare che non è spiegare, nel senso che la spiegazione non è mai chiusa ma indica un suo oltre (p. 70), come l'assenza del punto interrogativo o esclamativo che rende insoluto il tono stabilito dalla frase. Il flusso discorsivo richiede empatia per partecipare al senso dischiuso dal testo. Un'altra apertura di questo macrotesto poetico si ravvisa nella mancanza di titoli per i singoli componimenti, mancanza che a volte sembra suggerire a chi legge la necessità di rispondere a una poesia-indovinello: quale è il tema del componimento? Ad esempio, potrebbe essere: "Invecchiare", nella poesia a pagina 102; "All'amata" (chiunque essa sia) a pagina 83; "A una nipotina" a pagina 73.
Un'ultima caratteristica formale della raccolta risiede nella sua valorizzazione dell'oralità nella visualità. Chi conosce il lavoro di Anna Santoro sa bene come la poesia visiva sia stata, fin dai suoi esordi, una componente essenziale della sua performance. Qui la visualità sembra un'aggiunta di apertura alla restrizione tipografica delle forme poetiche più abituali. Per esempio, una "striscia" grafica eccede e corrobora la menzione di una "striscia di luce" (p.79); una freccia grafica di direzione sembra rispondere all'interrogativo (senza punto interrogativo): "E dove stiamo andando" del primo verso della poesia a p.52; così come "L'incanto dei momenti" diventa direzione dei ricordi nella composizione a p. 22.
Concludo con una citazione dell'ultima poesia della raccolta (prima di frammenti e "haiku") che conclude, senza chiuderlo, il cerchio meta-fisico iniziato nella sua prima parte (p.17) che associa "l'anima del corpo" collettiva a quello di un corpo individuale: "
...noi siamo
negli spazi nei corpi nelle città nelle
piazze e nei mari laghi deserti praterie / in
ciò che abbiamo guardato ascoltato sognato / in
chi ancora parla con noi
: per questo siamo immortali
Il vigore di questa visione è un dono, regalato generosamente ad ogni lettrice e ad ogni lettore.