La zona d’interesse: dal magnifico film di Glazer all’ipocrisia moderna e marcescente della politica nazionale e internazionale. Brevi cenni.

5 Settembre 2024

La zona d’interesse: dal magnifico film di Glazer all’ipocrisia moderna e marcescente della politica nazionale e internazionale. Brevi cenni.

Qualche sera fa, ho visto La zona d’interesse, di Jonathan Glazer, tratto dal bellissimo e discusso romanzo di Martin Amis (prima ed. 2014), autore che amo molto purtroppo morto lo scorso anno. Sapevo già, credevo di sapere già, più o meno, ciò che avrei visto, eppure l’impatto emotivo e anche intellettuale è stato molto forte. Sedevo muta e rattrappita mentre una sorta di disgusto, di nausea, mi invadeva. Avrei voluto scappare e nello stesso tempo che il racconto andasse avanti, scavasse nel profondo. Non farò una recensione, non m’interessa ora, ma vorrei annotare il punto centrale della lettura che ne ho fatto e le riflessioni che mi ha suscitato.

La zona d’interesse non è un’ennesima storia dell’Olocausto, in vari modi raccontata tante volte dal cinema, da Il diario di Anna Frank a Vincitori e vinti, dal Processo di Norimberga a Arrivederci ragazzi, da La tregua a Schindler’s list e altri ancora, anche se da lì prende il via. Non è una rappresentazione “raffinata” della violenza dei carnefici tedeschi (vista, come ho letto in qualche recensione, “dalla parte dei nazisti”), non addita come I Malvagi quei nazisti, quelli che rappresenta mentre ragionano con noncuranza su come eliminare centinaia di migliaia di persone come si trattasse di un problema agricolo, elettrico, di traffico. E non è (solo) una scelta estetica impegnata a rappresentare lo sterminio non nella sua esplicita violenza, ma soprattutto ricorrendo, per contrasto, a scene di ragazzini in festa, picnic, bagni, gestione di una grande casa, centro di riferimento per amici e ufficiali, dando forma a quella banalità del male che tanti citano ma non sanno vedere attorno. Lo sterminio è sottinteso, implicito, scontato, in divenire, è lo scenario (sonoro più che visivo) continuamente presente a sfondo degli avvenimenti raccontati.

La zona d’interesse è soprattutto un film sulla nostra epoca, su di noi, anche di chi, tra noi, soffre e odia gli assetti politico-economici-sociali del nostro mondo. E’ un film anche su di me. Dà forma alla perdita generalizzata di umanità e di pietà umana dei nostri tempi (ma anche prima…), dà forma alla scelta di non guardare, non vedere, non ascoltare, non sentire, per controllare la mente e il cuore, la pancia, per badare alle proprie cose.

E’ questo che ha spaventato pubblico, critici cinematografici, politici, quando hanno ascoltato, dopo la proiezione, il discorso di Glazer. E’ un discorso che non dà scampo a nessuno, implica tutti, ma, miracolo della poesia, proprio nel rappresentare quelle scene di banalità del male, il regista va oltre e mostra i segnali del malessere di una umanità disumanizzata ma, sottolineo, ancora sofferente: il vomito, il biglietto nella spazzatura, il lavaggio del pene dopo l’incontro con la ragazza ebrea. Tutti segni di non acquiescenza nei confronti di una realtà tanto ripugnante.

Ecco: mi viene da pensare che, oggi, circondate/i da guerre, morti, eccidi, stermini, violenze e crudeltà, i segni di atrocità quotidiane, all’interno delle nostre famiglie, delle nostre città, e scuole e piazze, con gente che spara all’impazzata, femminicidi senza tregua, famiglie sterminate da “bravi ragazzi”, anche e proprio questi sono il corrispettivo di quel vomito che abbiamo visto nel film.

Glazer, come altre e altri, (per lo più artiste/i, poete/i…) avvisa che siamo a un punto di quasi sconfinamento da dove forse ancora si può tentare un ritorno: va però cambiato tutto. Lo sfrenato desiderio di potenza, la corsa ai territori e alle ricchezze lì contenute, il valore simbolico di essere IL PADRONE, atteggiamenti propri di tutte le nazioni e paesi, si riflette e s’invera nella nostre quotidiane vicende, nelle sciagure che ci infliggiamo con gusto autodistruttivo.

Se nel film la zona d’interesse è l’ipocrita e smemorato luogo, rasente lo spazio della tortura, il programma di chi ha Potere sulla terra, e crea e dirige la “zona d’interesse” nella quale siamo, è perpetuare lo spazio della tortura e dettare le sue condizioni per la nostra sopravvivenza (diete, moda, trsmissioni ebeti, valori del cavolo inculcati, ampliamento di benessere materiale per i danarosi, impoverimento e avvio alla scomparsa dei più poveri). E assurdamente la prima scelta è perpetuare la Guerra, quella che ora prospera in tante parti del mondo, e quelle a cui si dà il benvenuto, tornando anche qui, in Europa e in Italia, all’epoca in cui si facevano le “corse agli armamenti”. E questo perché, per realizzare smodate e scellerate conquiste politiche, geografiche, economiche, bisogna perpetuare e incrementare la disumanizzazione.

L’apocalisse moderna, secondo Glazer (e secondo me), è appunto la disumanizzazione che si manifesta sempre più chiaramente con guerre su guerre, assassini su assassini, violenze su violenze. L’unica via (sì, c’è una possibilità di scampo, una scommessa sul futuro) è attaccarla, sottrarle forza, prosciugare il famigerato “brodo” dove crescono malvagità e imbecillaggine.

 

Aggiungo a margine: è su questo che bisognerebbe agire e ragionare, è su questo che bisognerebbe pretendere politiche adeguate, e invece di tutt’altro si parla, si discute, si bisticcia, e ogni giorno nuove indegnità vengono svelate (basta aprire la tv o leggere un giornale), e ciascuna (benché, sì, certo, è una manifestazione importante e significativa del nostro malvivere) serve a distrarci, a scaraventare le nostre ire contro piccoli o grandi fenomeni squallidi e insopportabili. Ma bisogna, credo, resistere, e insistere a riportare il discorso lì dove a noi interessa.

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