Anna Santoro, Echi di slittamenti (forse) irreversibili, Puntoeacapo, 2025 Recensione di Monica Matticoli

22 Maggio 2026

Anna Santoro, Echi di slittamenti (forse) irreversibili, Puntoeacapo, 2025

Recensione di Monica Matticoli, in L'Immaginazione, Manni, maggio-giugno 2026 anno XLII

A un anno dalla pubblicazione del libro, lo scritto che segue più che una recensione vuole essere un omaggio ad Anna Santoro e un invito alla rilettura, come se il cerchio che il vecchio anno chiude potesse generare nuove forme di persistenza, facendosi eco, nell’anno che rinasce.

Quel che colpisce della raccolta, anche solo a sfogliarla, è la mancanza di titoli, sostituiti da asterischi, come se i testi stessero tutti nello stesso flusso, fossero frasi di un medesimo discorso. Insieme, colpisce la forma grafica, differente per ciascuna poesia, dove il respiro è segnato da una barra obliqua. Slittamenti, appunto, del verso sulla pagina, a comporre figure ordinate e geometriche e, come in un ossimoro, vivaci e creative, disegnate a mano libera. Come se l’arte performativa, con la sua dominante sonora e corporea, potesse essere tra-dotta, nel senso di “portata lì” e, ivi, “trasformata”, sulla pagina, unitamente al respiro, dando corpo, un corpo speciale, unico, a ciascun testo. Nella differenza fra i componimenti sta ogni specifica voce, e nelle voci sta il coro.

La poesia di Santoro allude a una partitura per corpo e voce e Anna ne segna, con la disposizione sullo spazio, la punteggiatura che, infatti, manca, perché essa è vocale, fisica: è il trascorrere, lo slittare, appunto, della parola nel corpo e da esso al mondo, una parola trasformata dal processo di appropriazione della lingua nella lingua che sempre lo scrivere delle donne, quando è autentico, è.

S’immagina l’autrice a dipingere con la voce, a cercare la disposizione delle lettere sul foglio, perché le immagini non sono solo versi ma suoni, e visioni. Le parole slittano sulla pagina durante la composizione e slittando generano suoni: ritmo, scansione metrica, prosodia. Da lì, le parole cadono, tornano su sé, si muovono, sconfinano, generando ancora suoni, certo, ma anche echi.

In questo farsi creativo cos’è (forse) irreversibile? Gli echi o, forse, gli slittamenti? Da cosa non si torna indietro, forse? Dalla caduta, dalla de-composizione, che è propria del reale, del mondo, del fuori, ma anche dell’io quando si riflette in tante immagini che sono i tu, i noi: Anna Santoro non è mai sola nella poesia, il suo io poetico è multiplo, autenticamente femminile, femminista.

Irreversibile è allora la scomposizione, poiché qui è della presenza dell’io nel mondo che si scrive, in questa fattispecie di mondo che ci è toccata in sorte e dove la politica ha perso il suo scopo nobile e aggregante: restano i frantumi, e se questo diventa il tema della poesia esso è irreversibile, e le parole scivolano sul foglio fino all’annullamento, come i morti del mare e delle guerre. Forse però un argine c’è: il corpo, il corpo che, mediante i sensi, contiene i franamenti poiché non subisce ma crea relazione e, se la relazione parte da sé, non può che essere trasformativa. E allora: i temi tremendi slittano ma le relazioni che creiamo, la memoria, il tempo, il futuro, che ha le sembianze dei nuovi nati, cui non a caso Anna dedica il lavoro, frenano, arginano, costruendo architetture evidenti dall’impaginazione della raccolta.

Con la funzione di bastione, l’Appendice chiude la dinamica aperta dalla Dedica: al franamento si oppone il bambino, e si oppone l’Appendice nella sua forma simmetrica, duplice, perché, per esserci relazione, si deve essere almeno in due: da un lato, l’incommensurabile mia gioia, dall’altro, i Landays e gli Haiku: i primi, come scrive Nadia Cavalera “epigrammi di resistenza”, i secondi, a fermare la “sospensione contemplativa (…) di chi ancora conosce l’incanto della vita”[1].

La raccolta è suddivisa in cinque sezioni, come i cinque sensi o le cinque dita di una mano.

Nella sezione Prima sono gli occhi, la scrittura si confronta con la memoria e con la percezione del tempo. I versi, brevi e spezzati, restituiscono immagini in cui si manifesta un presente assediato da frammenti del passato. La narrazione batte al ritmo di un tempo instabile che sembra fratturarsi mentre i versi cercano di trattenere e ricollocare quello che dalle maglie scivola via.

Senza parole / annego nelle immagini e // nelle intuizioni della pelle

Gli occhi, motore primo di tutto ciò che s’incarna (ti vedo, ti ri-conosco: il mio corpo, il tuo corpo: noi, nelle fratture del tempo), tema dominante della sezione, nell‘ultimo testo, La solitanza donata dalla / vita, si trasformano, e l’io prende la parola per chiudere la sezione con versi di passo decisamente diverso: Poi cocciuta mi armerò / come non ho fatto mai // con pugnali e bombe / con stiletti // mitra a raffica / scudisci / e // andrò allo scontro / minacciosa // // t r e m e n d a   n e l l a   c o l l e r a

Senza soluzione di continuità nelle immagini, si apre la sezione successiva, Mordo questa storia, in cui la storia è, anche, Storia: Ci trovammo in una Storia che // non ammetteva evoluzioni / e // non lo capimmo / adolescenti

Nella tensione fra i due poli si dipana la ricerca dell’io poetico, trascorrendo dal piano personale a quello politico senza sconti, senza veli, con la consapevolezza di chi ha attraversato il tempo e l’azione affinché lo sguardo per il futuro potesse essere disincantato, senza perdono, consapevole che la parola testimonia una verità che si vive, si sperimenta, e dal cui dolore non c’è scampo: Siamo noi ad aver perso // ogni residuo di verginità

Da qui, Santoro slitta nella sezione successiva, Vita che scortichi, dove riconosce con lucidità il fallimento delle aspettative che hanno segnato l’impegno politico di un’intera generazione. Disincantata, ripiega in una dimensione più intima: si riappropria dei temi del femminile e della cura, dell’accettazione, conscia di essere precipitati in un tempo in cui ormai conta solo il presente, con il suo carico di disgregazione:

quante rose // elenchiamo senza spine / e invece // pungevano fino a sanguinare

Questa postura non è, per Anna, un comodo arroccarsi ma energia e nutrimento per un rinnovato impegno: Alzati in piedi e urla che // non li perdoni più

E così l’autrice scivola, portando con sé gli echi delle immagini delle sezioni precedenti, nella quarta sezione, Non è pranzo di gala, in cui fin dal titolo, che riprende con ironia una celebre frase maoista, va diritta al punto: come nota Nadia Cavalera: “la poesia – come la rivoluzione – non può essere gentile, né elegante, né indolore. Deve sporcarsi, disobbedire, urtare[2]”:

Ti piace raccogliere // piccoli cocci / isole // misteriose di un mare // straniero

Poesie come All’aria che ti riempirà i polmoni, Siamo nel pieno di una tempesta, In quella folla di volti, confermano quest’approccio sia per le immagini trattate che per le scelte linguistiche e stilistiche, segnando una svolta più “narrativa”, nel senso di “raccontata”, della ricerca.

Se c’eri tu / amore mio perduto // perché non avrei dovuto // immaginare il mondo in altro modo da // quello che lo sguardo di altri // disegnava

L’ultima sezione, Puntuale ti presenti, è un corpo a corpo con la malinconia, una tensione serena e accogliente in cui l’io poetante sembra inscindibile da questo tu, la malinconia appunto, che pervade ogni verso di sé e che è il risultato degli scivolamenti esperiti nelle precedenti sezioni: slittamento essa stessa e, forse, eco, finale, di tutto, la sua essenza.

I // ricordi (…) // testimoniano che noi siamo // negli spazi nei corpi nelle città nelle // piazze e nei mari laghi deserti praterie / in // ciò che abbiamo guardato ascoltato sognato / in // chi ancora parla con noi // : per questo siamo immortali

I due punti, collocati a inizio verso, a evocare la ricerca di Amelia Rosselli, solo segno ortografico presente nella raccolta, introducono le ultime parole come fossero due mani (due, appunto), tese, diritte davanti a sé, sé che è noi: mani riprese nel gesto di fermare e, insieme, nella funzione sintattica di spiegare.

Fermare, spiegare, frenare gli slittamenti, arginare per proteggere quel noi dal cascame poiché ogni verso testimonia l’immortalità nella caducità, la speranza nel vuoto che ci stringe e in cui risuonano echi di resistenza, di sopravvivenza, di possibilità.

In un mondo dominato dall’incertezza, la poesia diventa un modo per abitare il cambiamento, per accettare lo slittamento come condizione inevitabile e, forse, necessaria.

La scrittura, una scrittura che non cerca di rassicurare ma interroga, che non dà risposte ma apre spazi di riflessione, diventa atto di resistenza contro l’irreversibilità del tempo.

Anna Santoro ci ha consegnato, nell’anno del suo ottantesimo compleanno, un’opera che chiede di essere letta più volte poiché si rivela progressivamente. Nel tempo. E che per questo assomiglia alla vita.

 

 

 

[1] Nadia Cavalera, La scrittura del femminile di Anna Santoro, Milanocosa, Scritture e Letture, 4 luglio 2025, https://www.milanocosa.it/scrittura-e-letture/la-scrittura-del-femminile-di-anna-santoro

 

[2] Nadia Cavalera, ibid.

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