Lina Pietravalle - Convegno Campobasso. 24-11-2006 (ora in Atti del Convegno)  Questa scrittura calda e pastosa e allo stesso tempo vigile e dura.

13 Aprile 2026

Lina Pietravalle - Convegno Campobasso. 24-11-2006 (ora in Atti del Convegno)

 Questa scrittura calda e pastosa e allo stesso tempo vigile e dura.

 

Ho incontrato Lina Pietravalle, la sua scrittura magnifica, tra la fine degli anni 70 e l'inizio degli 80 del secolo scorso!!!

A quei tempi non era conosciuta o riconosciuta l'intera produzione letteraria delle donne in Italia. Questa presunta assenza di scrittrici italiane, accettata e spiegata anche dalle prime studiose femministe con varie motivazioni (riconducibili tutte alle difficili condizioni delle donne in Italia), mi sembrava però conseguenza della mancanza di ricerca sistematica, di scarsa informazione, di sfiducia nei riguardi della creatività femminile perfino da parte delle donne. Perché a me, lavorando ad altro nella Biblioteca Nazionale di Napoli, capitava di continuo di trovare scritti di donne, mai citati. E fu questo, assieme ad una mia testarda predisposizione, a spingermi, dopo alcuni lavori su singoli testi e figure, ad un lavoro metodico di ricerca di dati (presenze, nomi, testi), e cioè alla compilazione del Catalogo della scrittura femminile italiana presente nei fondi librari della Biblioteca Nazionale di Napoli[1].

Grazie a questa ricerca, che poi ebbe tanti sviluppi, incontrai le opere di Lina Pietravalle[2] e di tante altre, il che mi diede non solo la gioia della scoperta ma la riprova dell'ipotesi di lavoro dal quale ero partita: quel vuoto apparente di scrittura femminile in Italia non era dovuto all'assenza di scrittrici ma alla cancellazione, dalla memoria e dall'immaginario collettivo, dovuta in gran parte al fatto che esse erano state portatrici e rappresentative di un altro sguardo, un altro modo di intendere la scrittura, un altro modo di leggere la Storia e le storie, insomma un altro modo dì essere.

Ho fatto questa brevissima premessa sia per ricordare il mio antico amore nei confronti di Lina Pietravalle sia per sottolineare quanto lavoro sia stato portato avanti in questi decenni.

Oggi infatti, ampiamente riconosciuta la differenza e la ricchezza delle scritture delle nostre madri e l'apporto insostituibile che esse portarono alla costruzione di una tradizione di scrittura interessante per se stessa e per un completo scenario letterario in Italia, sviluppata la capacità di lettura da parte delle studiose e moltiplicandosi le ricerche monografiche, è rimasto fermo un punto essenziale, e cioè che, per comprendere l'importanza di ciascuna scrittrice, è necessario accoglierla all'interno della intera tradizione di scrittura femminile italiana, ricollocandola in un contesto che aiuti a leggerla e a comprendere lo scarto operato dalla sua scrittura.

E' la relazione tra gli scritti delle donne a far sì che ciascuna illumini e valorizzi l'altra. Solo accolte tutte insieme, scrittrici come Lina Pietravalle, Eugenia Codronchi, Clelia Pellicano, Anna Franchi, Maria Messina, Paola Drigo, Carola Prosperi, Grazia Deledda, Ada Negri, Sibilla Aleramo, Amalia Guglielminetti, Annie Vivanti, Flavia Steno, per rimanere ai primi anni del 900, e già prima La Marchesa Colombi, Neera, Caterina Percoto, Maria Savi Lopez, Fanny Salazar, Aurelia Folliero, Grazia Pierantoni Mancini, e tante altre, hanno creato per noi un nuovo tessuto letterario, rompendo, chi più chi meno, i vecchi canoni dei generi letterari, gli schemi narrativi, le motivazioni stesse della scrittura, introducendo nuove tematiche, nuovi punti di vista e una nuova nozione di fare letteratura. E hanno saputo inventarsi una lingua, cioè una forma adatta al proprio sguardo, nata dal proprio sguardo, dalla propria percezione delle cose e del mondo.

Le donne che trovano il linguaggio necessario (per dire la propria voce e dare forma alla propria visione) ricreano lingua, linguaggi e strutture narrative, intaccando il canone tradizionale e creando nuovi esempi, cioè diventando scrittrici. Le quali, di ieri e di oggi, insistono a tenere presente la propria necessità di riuscire a dire sé e la propria visione. Così, nel fare il proprio linguaggio, grazie ai desideri formalizzati con/nelle parole, rivisitano la realtà. Si tratta dello "scarto e mutamento" di cui attualmente discutiamo[3].

Lina Pietravalle possiede sicurezza di scrittura e di sguardo segnatamente femminile. E una lingua straordinaria che sin dalla sua prima pubblicazione, appunto questi magnifici Racconti della terra (1924), irrompe nel panorama letterario, facendosi levatrice di una lingua letteraria nuova eppure antica, materica, complessa, dura, semplice. La lingua molisana con Lina diventa letteratura. La cultura contadina e popolare non solo è la materia di cui Lina scrive, ma si fa scrittura, è nella scrittura. E non nel senso che Lina Pietravalle inserirebbe nella scrittura, come alcuni ebbero a notare, vocaboli e figure proprie del dialetto molisano, ma per l'immaginazione creativa del suo sguardo.

Della biografia di Lina Pietravalle, altre e altri parleranno in questo Convegno, qui ricordo solo che, molisana, vive tra il Molise, Napoli, Roma, Torino. Inizia la sua attività di scrittrice con le maggiori case editrici nazionali, Mondadori e Bompiani. Donna bellissima, arguta, colta, collabora a vari giornali del Mezzogiorno, scrive romanzi, racconti e libri per ragazzi. Pubblica racconti, elzeviri, saggi, sui più importanti quotidiani soprattutto del centro-sud: Il Mattino, La Tribuna, La fiera letteraria, Nuova Antologia, L'Italia letteraria, Scena illustrata, La Nazione italiana, Il Tempo, Il Messaggero, Il Roma. Tra le sue opere: I racconti della terra, Mondadori, 1924, Il fatterello, 1928, Catene, 1929, Storie di paese, 1930. E poi Marcia nuziale, Bompiani, 1932. Vince il Premio Viareggio nel 1931 con la raccolta Storia di paese. Muore a Napoli nel 1956. Conosciuta e stimata ai suoi tempi (di lei scrivono Flora, Pellizzi, Pancrazi, Falqui), da molti viene accostata, un po' rozzamente, a Verga e a D'Annunzio.

"Dal Rizzoli-Larousse: "Scrisse (in un linguaggio aperto alle forme dialettali) novelle e romanzi che ritraggono figure e costumi del mondo contadino molisano e che rispondono a un certo gusto per le passioni primordiali". Dal Dizionario Enciclopedico della Letteratura Italiana: "Autrice di romanzi, racconti e libri per l'infanzia, ambientati in un Molise visto miticamente... La lingua corpulenta e visiva, impasto di elementi culti e dialettali, richiama alla lontana quella di G. D'Annunzio in Terra Vergine". Pellizzi la colloca tra i veristi ("verismo folklorico") e accenna a certo "pregiudizio rousseauiano della natura vergine". Flora sottolinea lo stile forte, la capacità di rappresentazione delle passioni, l'attenzione alla cultura calabrese (sic!), e, a proposito della lingua, scrive: "Del resto, alla tecnica della Pietravalle non mancano certi procedimenti che son di voga: e i giovani scrittori ne fanno il più comico abuso, con gli aggettivi a coppie dispaiate e angolose, per quella iunctura che lega un bianco e un negro, un cardinale e una balia, un elefante e una macchina da scrivere (procelloso e futile, inquieto e fertile, miticoloso e dorato, tumido e rarefatto etc..) ma nella Pietravalle questo modo, se pur inizialmente deriva dall'aria delle lettere circostanti, diventa spontaneo e schietto" (p.290). Flora, cioè, ponendola tra i giovani scrittori, la riconosce sperimentatrice e non tardiva seguace di D'Annunzio o di Verga; in più ci tiene a sottolineare come la ricerca linguistica le serva per riuscire a dire la sua verità. "Spontaneo e schietto", a mio avviso, stanno qui a significare l'intuizione del critico, espressa secondo modalità oggi superate, riguardo la capacità di scrittura di Lina che inventò per necessità poetica il suo linguaggio. Che dunque fu autentico e, in questo senso, "spontaneo e schietto".

Da parte mia dichiaro un'assoluta ammirazione per questa scrittrice, che, calata nella sua epoca dal punto di vista civile e culturale, fu una antesignana e una sperimentatrice di linguaggio e di scrittura straordinaria sia per la capacità, da altri già segnalata in modo però riduttivo, di impasto linguistico e di grande fisicità delle rappresentazioni, sia per la modernità, a tutti sfuggita, di una lingua ironica e svelta, disinvolta e agile di certa sua produzione"[4].

Insomma semplicemente Lina assume il proprio sguardo, districandosi dalla tradizione dominante, e sposta il primato dall'intellettualità, dal pensiero e dalla tradizione letteraria, al corpo, al vissuto.

Sempre, nella scrittura femminile, dietro lo sguardo, il desiderio, la visione, c'è il corpo che non cerca di nascondersi, anzi usa la propria percezione, si fida delle emozioni e della propria lettura. Ed è lui a guidare la ricerca della forma. Così, oltre a costituire un tema, un oggetto tematico, oltre ad essere rappresentato in modo diverso e per motivi diversi da quelli tradizionali, il corpo è nella stessa lingua, diviene tramite tra la percezione e la formalizzazione letteraria, modello comunicativo, creatore di segni, e per questa strada diviene appropriazione dello spazio, descrizione di scenari, di ambienti, del vivere femminile, e non solo. La fisicità, infatti, aiuta a relazionarsi con lo spazio (l'ora, il qui), che è tanto vasto quanto è grande la capacità di spaziare con i sensi, con la conoscenza, con l'immaginazione.

Per questo il senso dello spazio, nelle scritture delle donne, è più forte del senso del tempo: c'è orizzontalità, ampiezza, avvolgenza, fisicità, più che verticalità, unicità, direzionalità, (che sono proprie del linguaggio già chiuso, organizzato, funzionale). C'è la capacità di dare forma al corpo, cioè al tatto, allo sguardo, ai suoni, agli odori. Partire da sé, è anche questo.

La interità propria della scrittura femminile realizzata dipende dalla interità percettiva delle donne, non nel senso di una unicità pacificata, ma nel senso che essa mette in campo corpo, saperi, affettività, assieme al portato di ciascuno di questi elementi correlato agli altri.

Al centro di questo processo c'è la scrittrice (la lettrice).

Nella scrittura di Lina, sensuale, intelligente, appassionata e ironica, c'è una stretta relazione con l'oralità, col suono della parola. E del resto, sappiamo che il linguaggio della parola nasce dalla voce, dal corpo. Nasce dall'incontro sempre nuovo tra corpo che percepisce, desidera, ha delle sensazioni, e necessità di dare forma al desiderio, alla curiosità, alla immaginazione. Il senso del suono sta nei fonemi, nelle pause, e nella cadenza. La parola conserva la percezione fisica, a volte violandola, estremizzandola, svelandola.

Così, il linguaggio che Lina trova è quello in grado di dare vita alla voce, ai gesti, ai sapori, alle passioni, che sappia narrare la propria visione del reale. I suoi personaggi femminili (ma anche quelli maschili: è femminile lo sguardo che ri-legge la realtà) presentano tutti un'unità stretta tra testa e corpo, tra partecipazione e distacco. Lina, come altre scrittrici, si pensi a Grazia Deledda o a Matilde Serao per restare al passato, si dedica con particolare attenzione alla descrizione dei corpi, degli atteggiamenti, del modo di muoversi, di camminare, dei vestiti, alle descrizioni dei cibi, del gusto del mangiare, e tutto ciò non solo mette in primo piano il corpo, la fisicità dei caratteri, ma la obbliga ad usare (a creare) una lingua che di per sé sia materica. Questa nuova lingua, priva di sentimentalismo e di mitico folklore, è l'unica capace di restituire l'assenza di sentimentalismo e di astrattezza della cultura popolare e contadina.

Lina non usa un lessico sentimentale per nominare il sentire dei suoi personaggi (si pensi ai bellissimi racconti: Il padre, Le pecore, Il cipollaro tanto per citarne alcuni), perché nelle civiltà contadine non esiste. Nei Racconti della terra, l'amore, l'odio, la pietà, la rivalità non sono pensieri, non producono né nascono da idee astratte o da una sintesi intellettuale: sono gesti, comportamenti, fisicità e postura del corpo, spalle curve, rossori, balenii di occhi, baci, morsi, stornare di sguardi, sudore. Questa scrittura calda pastosa e complice e allo stesso tempo vigile e dura é interna all'ambiente, allo scenario e al modo di sentire dei personaggi: la crudezza espressiva appartiene alla filosofia materialistica e netta, di poche parole, senza astrattezze né astrazioni, del mondo e del sentire contadino. Accogliendo gesti e suoni, parole e strutture, costumi e comportamenti della cultura contadina, Lina riesce a dare loro forma, cioè a creare poesia, lingua, letteratura.

In quanto alle donne che Lina con tanta sapienza rappresenta, esse posseggono tutte fisionomie certe, forti, consistenti, quali la letteratura borghese e maschile del tempo (nevrotiche amanti, figurine isteriche stilizzate, madri votate al sacrificio, vittime predestinate) non aveva mai loro attribuito. Titella, Lupina, Rosannella (protagonista de La servetta) si muovono con la fisicità e la passione che posseggono, nutrono e rappresentano la percezione, il pensare senza parole.

E si badi: leggendo non si può fare a meno di cogliere la femminilità dello sguardo e della scrittura, ma non c'è una sola pagina dove l'essere donna (personaggio o autrice), venga considerata una sventura. Come altre scrittrici importanti dell'epoca, Lina rappresenta le donne come soggetti fortemente autonomi. Anche quando sono sconfitte dalla vita, anche quando lo sono in quanto donne, Lina non cerca la facile pietà, non ricorre al sentimentalismo, ma ne evoca e sottolinea la dignità, addirittura l'autonomia emotiva e psicologica. E questo, credo, perché, come molte scrittrici del tempo, Lina comprende come il suo sguardo, e la forma che sarà capace di dargli, si ponga come passaggio dall'immaginario che delle donne viene costruito dalla letteratura tradizionale (maschile), e immaginario, coscienza, visione di sé, che esse stesse, le donne, posseggono.

Ne La servetta, troviamo un esempio chiaro e compiuto dello svelamento nei confronti di una storia comunissima a quei tempi (e non solo): la storia di Rosannella, giovane contadina che, andata a servire in città, troverà, pur in una dimensione di dignità straordinaria, l'illusione dell'amore, la sofferenza e la morte. Eppure, nel racconto, la dignità di Rosannella non è mai messa in discussione, il sentimentalismo e la facile pietà non vengono sollecitati.

Lina riesce a leggere con partecipata amarezza e con sguardo riflessivo le vicende della ragazza. Così, chiunque legga questa storia, prova sdegno nei confronti della struttura sociale, del padroncino e dei padroni, motivo di riflessione, messa in discussione di comportamenti maschili e di classe. Va anche sottolineato che, pur essendo una storia drammatica, uno svelamento di violenze e ipocrisie, anche ne La servetta ritroviamo quella sfumatura di ironia che altrove[5] Lina gestirà da maestra.

Esemplare di quanto scrivevo prima, qui scrittura e personaggio sono incorporati l'uno nell'altra: lei è una creatura selvatica, appassionata, sensuale, la scrittura è materica, sonora, fortemente intrisa dal profumo, dall'odore, dal gusto, dall'udito, dalla voce. (L'Eco, il cibo, le carezze, la passione). E l'impasto linguistico che Lina ha la capacità di creare, davvero raggiunge un livello di poesia raro.

Perché c'è anche altro. Due voci, due sguardi corrono lungo la narrazione: quello di Lina e quello di Rosannella. Giocano tra loro, Lina crea relazione e complicità con l'altra donna, ragazzina tanto diversa da lei. Rappresenta il proprio sguardo, dando corpo, forma, al corpo e allo sguardo di Rosannella. Le ripetizioni, le assonanze sonore, l'alternanza tra pensiero interno, sorta di monologo interiore, e commento, esterno ma partecipe e premonitore, fanno una scrittura poetica che si stacca completamente dai "maestri" e anticipa soluzioni di una modernità straordinaria. Senza dire che questa bellissima scrittura corposa, ridondante, sinuosa, si fa leggere d'un fiato, tanto il ritmo, pur così articolato e ampio, scorre veloce, quasi "tammorriata" popolare che trascina nella danza (nella lettura) anche i più riottosi.

Anna Santoro

 

 

 

 

[1] Catalogo della scrittura femminile italiana presente nei fondi della Biblioteca Nazionale di Napoli (dalle origini della stampa a/ 1860), Napoli, 1984. Il Catalogo, realizzato con un piccolissimo contributo del CNR, fu consegnato all'Università di Napoli nel 1979, e pubblicato, in prima edizione, a cura dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli e dell'Associazione culturale L'Araba Felice, nel 1984. La successiva edizione (Napoli: Dick Peerson, 1990), promossa dall'Assessorato per le Pari opportunità della Provincia di Napoli, rivista e rielaborata, arriva al 1900 ed è accompagnata da una Guida al Catalogo, dove sono raccolti interventi di studiose di varie discipline.

[2] Ho incluso Lina Pietravalle (una presentazione di carattere biobibliografico, più la riedizione di due sue racconti: La servetta, tratta dai Racconti della terra, e La polenta, da Marcia nuziale), in Il Novecento, Scrittrici italiane del primo ventennio (Bulzoni 1987).

[3] Cfr. per es. l'ultimo numero di "DWF", Aggiunta e mutamento/2: linguaggi di artiste. Aprile-Giugno 2006.

[4] La lunga citazione, da "Dal Rizzoli-Larousse...” fino a “…sua produzione" è presa dal mio saggio su Lina Pietravalle, in Il Novecento, op.cit.

[5] Esemplare a questo proposito mi sembra il racconto La polenta, già citato in nota n. 2

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