La cultura della Guerra
Gaza come forma terminale, la più spregevole e imprevista (a questo livello) della cultura di guerra di una società patriarcale, classista e razzista.
Quando viene nominata la parola guerra, pare sia chiaro a cosa si accenna, ma a me immediatamente vengono in mente due scenari completamente diversi: uno composto dai Potenti che la dichiarano, assieme ai legami sotterranei e no, agli intrecci di potere, alle convenienze economiche, agli ambienti e agli sfondi fastosi dove vivono donne e uomini senza cuore e senza dignità, alla cultura che ne viene, e dunque la parola “guerra” richiama la visione del profitto di uomini (e donne), e nutre il mio disgusto per azioni vigliacche e prepotenti. L’altro scenario è quello di paesi e case distrutti, di città rase al suolo, di popolazioni travolte, sterminate, di infanzia massacrata, (la parte che sopravviverà porterà per sempre i segni dell’oltraggio) e le rovine ambientali di oggi daranno magari occasioni di ulteriori guadagni ai guerrafondai. In più uno scenario a parte: quello dei soldati mandati a morire, tra quali ci sono quelli convinti e desiderosi di gloria e benefici, quelli ignari, istupiditi dalle chiacchiere dei capi, quelli riluttanti e addirittura avversi, “pecore mandate al macello”, li definiva Caterina Percoto.
Bisogna riflettere su questo doppio. La guerra è avidità, egoismo, esercizio di potere, calcoli economici, circolazione di merci, di danaro. Distrugge intere città, territori, e intanto arricchisce qualcuno, quelli che la preparano, la innescano, la promuovono, uomini potenti in competizione per aumentare danaro, influenza, dominio, comando. Essi creano e sostengono la cultura che la nutre. Questi miserabili non scompaiono con la fine di una guerra, passano a un’altra. E andranno avanti così.
Per coloro che la soffrono, che sono obbligati a viverla, la guerra è una carneficina (cito ancora Caterina Percoto, scrittrice dell’800 che la chiamava così), un crimine. E’ morte, sofferenza, dolore, perdita di padri, madri, figli, figlie, parenti, amici e amiche, perdita di spazio, di consuetudini create attraverso generazioni
La guerra, anche il solo parlarne, trasforma: fa “perdere la verginità” si diceva un tempo, abitua al cinismo, rende sé stessa un’opzione possibile (anche quell’atomica!), promuove la corsa agli armamenti e da essa in parte dipende, fa prendere atto del fatto che le persone, anche quelle che cercano di farsi sentire, non hanno alcun peso nelle decisioni. Che avvengono in luoghi oscuri, attraverso connivenze e accordi tra Poteri.
A riflettere sulla Guerra, sulle tante guerre, guerreggiate o no, che si conducono sul nostro pianeta, so per certo che la guerra non porta soluzioni, e che il futuro di quelli che sopravvivono è segnato da problemi fisici e mentali, ferite mai rimarginate, rancore, frustrazione e desiderio di rivalsa.
Non riusciamo a fermare la Guerra, perché la sua sorte, gestita dai Potenti, non è alla nostra portata. Siamo contro ogni forma di guerra, ma noi, noi che qui, ora, ragioniamo, non riusciamo a far fare la Pace.
Non abbiamo questo potere.
In verità, già dire “sono contro la guerra” è attribuirle un significato, una concretezza di realtà, un’opzione possibile del vivere, mentre è essa stessa, la parola “guerra”, creatrice di sé stessa come evento. E già definire “guerra” l’insieme di eventi che si verificano in determinate circostanze (morti, distruzioni, fame, crudeltà, violenza), non è corretto, è sbagliato: guerra è uno dei vocaboli astratti e ambigui creati dai Potenti per distrarre dal nocciolo del problema.
La Guerra non è un’opzione su cui essere d’accordo o meno. Non è una possibilità, anzi: è la negazione di ogni possibilità, è parola da cancellare dal vocabolario, è pratica suicida in ogni caso. Non è un’opzione accettabile.
Perché slittamento dopo slittamento, massacro e orrore dopo massacro e orrore, genicidi e crimini, la cultura della guerra, l’abitudine alle guerre, arriva alla soppressione per fame e distruzione come soluzione finale per la popolazione di Gaza.
Non è guerra, è lo spazio aperto dalle guerre, è l’autorizzazione a fare ciò che si vuole perché tanto nessuno interviene, tutti i Poteri, gli Stati, trovano un vantaggio nella situazione, un passaggio da cui estrarre profitto. E questo insieme di fenomeni che chiamiamo guerra (per farla breve) si riproduce, dilaga, si articola, si divide, assume varie forme, striscia sottoterra, riemerge, si gonfia, esplode. E ha dei costruttori e dei fiancheggiatori, spesso promossi al ruolo di comprimari.
La guerra non scoppia per decisione di un pazzo o di un avido o di un imbecille. Il cammino che porta a ciascuna guerra è lungo, articolato, munito di sostegni, attrezzi. La guerra si costruisce.
C’è questo apparentemente invisibile Potere che arzigogola, inventa, si diverte, si accanisce, fatto di uomini, di relazioni tra loro di natura economica, finanziaria, politica, culturale, tecnologica e di genere. Relazione materiale, fisica, sessuale, che privilegia certi corpi (bianchi, giovani, sani), ne aggredisce altri meno dotati di queste caratteristiche, ne usa altri ancora.
Le popolazioni si ribellano. Si ribellano da sempre, tentano di arginare la violenza, l’invasione di campo, ma non possono farcela. Dovrebbero cambiare, diventare come i prepotenti, munirsi di violenza, ferocia, doppiezza, essere altro da sé. Chi tra loro lo fa automaticamente passa dall’altra parte.
E poi ci sono i fiancheggiatori. Ho scritto spesso di quanto io disprezzi trasmissioni (quasi tutte) che si nutrono della guerra, come della pandemia, dei femminicidi, delle violenze su bambine e bambini, degli scontri sanguinosi tra bande, di, di, di, senza neanche tentare, tranne che in rarissimi casi, di dare conto degli eventi con un minimo di equità e di riflessione.
L’informazione (quella che disprezzo), giornali, tv, social, vive dei disastri, dell’angoscia, del potere di creare e dirigere sentimenti, convinzioni, letture del mondo.
L’informazione parte da, risponde a, Poteri che la gestiscono o a cui aderisce per propria scelta in vista di ritorni materiali.
L’informazione è una grande potenza che genera e forma il più vasto e obbediente esercito della specie umana, quello degli ignoranti.
Io non so come fermare le guerre ora in corso, quelle conosciute e quelle più nascoste, né, ancora di meno, questo genicidio, come non ho saputo fermarne altre, sebbene abbia trattato spesso il tema, nei romanzi o nelle raccolte poetiche e perfino nella ricerca saggistica, e abbia firmato appelli e manifesti, organizzato e/o partecipato a marce e manifestazioni (ricordo il cd Guerra e la Carovana di poesia e Musica contro la guerra, del 2001, che percorse tutta l’Italia, alla quale aderirono migliaia di poete e poeti, musiciste e musicisti, attrici e attori). La guerra è perenne crimine in atto, è conseguenza di accordi e piani e mire e prospettive di quelli che, come scrivevo prima, la vogliono, la pianificano, e sono interconnessi tra loro, sono una forza.
Virginia Woolf, ne Le tre ghinee (1938), si pone la domanda che ci poniamo oggi: “Cosa si può fare per fermare la guerra?” e, come noi, risponde che non lo sa, ma sa che non avviene per caso, sa che c’è qualcuno che la pensa, la prepara, ne calcola costi (in danaro e vite umane) e guadagni e infine la dichiara perché sa di essere ascoltato e ubbidito. Qualcuno che ha il potere di formare la cultura della guerra.
Cioè: per fare la guerra bisogna allevare la gente alla cultura di guerra.
Alla Guerra, continua Virginia, le donne sono estranee (la “società delle estranee”). Non è in loro nome e non è per loro donne che si fa la guerra, non la si fa per migliorare la loro vita, o per corrispondere ai loro desideri. Dunque le donne sono estranee alla guerra, ma. Ma Virginia ha davanti fotografie di guerra, bambini straziati (se vedesse la documentazione di oggi, foto, film, riprese…, morti, città distrutte, torture) e così la guerra la invade, sebbene non sia “in suo nome”.
L’estraneità delle donne non è essere assenti. E’ essere estranee a quella cultura. Le donne sono estranee alla cultura della guerra, scrive, ma sono immerse nella guerra, ne vivono le conseguenze, ne leggono la crudeltà e la stupidità, la vanità. Dunque qualcosa va fatta. Dunque come opporsi?, si chiede. E risponde: semplicemente scrivendo. E cioè, esercitando la differenza profonda di sguardo, di visione, di prospettiva. Svelando le ipocrisie e la partigianeria non dichiarata della cultura omologata e subalterna a qualsiasi regime.
Bisogna lavorare sulla cultura, sull’istruzione. “I fatti riportati non dimostrano forse a sufficienza che l’istruzione, la migliore del mondo, non insegna a odiare la violenza, bensì a farne uso? Che, ben lungi dall’insegnare la generosità e la magnanimità, essa rende la gente così ansiosa di tenersi stretti i propri privilegi, la grandezza e il potere, da essere disposta a usare sistemi ben più subdoli della violenza quando le si chiede di farne partecipi altri? E non sono forse la violenza e il senso del possesso due sentimenti connessi molto da vicino con la guerra?”
E conclude: Pensare, pensare, dobbiamo. In ufficio, sull’autobus, mentre (…), mentre (…), mentre (…). Non dobbiamo mai smettere di pensare: che civiltà è questa in cui ci troviamo a vivere?“. Ed è contro questa civiltà (incivile), che bisogna costruire una Cultura della Pace, che non è debolezza, acquiescenza, indifferenza. Al contrario è il coraggio e la fermezza dell'onestà intellettuale, del rispetto e della volontà di progredire verso un mondo più giusto. Almeno un poco più giusto.
Ed è anche rintracciare per tempo e isolare le differenti forme che nel quotidiano prendono piede e si sviluppano i primi germi della cultura di guerra: dalla mancanza di empatia fino alla violenza, alla prepotenza, all’ipocrisia, all’egoismo, al narcisismo, alla sopraffazione, alla vanità, all’individualismo, allo sgarbo immotivato, all’indifferenza e al rifiuto verso ciò che si recepisce come diversità.
A questo punto amaramente devo avvertire la mia amatissima maestra Virginia che molte donne oggi sono entrate nel corteo dei fratelli, sono educate come loro, desiderano gli stessi privilegi, si dolgono di non averli, e chiamano questo “parità”.