In “Fare letteratura oggi”. Atti del Convegno, Università degli Studi di Trento, 2003.
Carla Locatelli:
ANNA SANTORO: DAR FORMA ALLO SGUARDO PERCHÉ 'DIPENDE, SE LA NOSTRA PASSIONE PRENDERÀ FORMA'.
Anna Santoro, critica, poetessa e scrittrice, presidente dell'associazione culturale L'Araba Felice, da lei fondata a Napoli nel 1985, socia fondatrice dell'Associazione nazionale delle Letterate Italiane (SIL), è attualmente Referente Provinciale del progetto Lettura del Provveditorato di Napoli.
La sua ricerca la vede impegnata da circa vent'anni sul tema della differenza di genere nelle scritture e nelle letture della produzione femminile italiana, e sulla necessità del recupero della memoria di tale produzione, anche ai fini di una lettura più articolata ed equa della realtà culturale e sociale del paese. Il suo contributo agli studi ed alla produzione letteraria si radica in una passione etica per la ricostruzione della storia (letteraria) ed il ripensamento della storiografia, chiamate a rispondere del silenzio che tradizionalmente avvolge la produzione letteraria delle donne. La sua competenza a ricostruire un 'canone' è dimostrata dalle debite integrazioni con cui ha reso visibili opere ormai cadute nell'oblio, rivalutandone anche la ricezione, tradizionalmente sbilanciata da un'ottica critica patriarcale.
Come studiosa di letteratura italiana, ha pubblicato saggi sul 700 napoletano (Signorelli, Serio, Galiani); sulla narrativa di fine Settecento (Pindemonte) e di fine Ottocento (Onufrio, Sacchetti); sul teatro (Signorelli, Jerocades). Dalla fine degli anni Settanta lavora alla ricerca (reperimento) e alla lettura (critica) delle scritture delle donne in Italia, e alla definizione della loro funzione intellettuale, con particolare attenzione al rapporto tra scrittrici - editoria - pubblico.
Come studiosa di letteratura italiana Santoro porta la finezza di uno sguardo insolito alla pratica storiografica che tradizionalmente ha marginalizzato, se non del tutto ignorato, il contributo delle scrittrici nell'articolazione della storia della letteratura italiana. I suoi saggi sul Settecento, sull'Ottocento, e sul Novecento forniscono importanti suggerimenti per operare debite integrazioni del canone tradizionale, che viene così profondamente trasformato. Riallacciandosi alle questioni poste dalle teoriche della soggettività femminile, Santoro definisce e descrive la capacità di camminare nei desideri delle autrici da lei reperite, studiate e presentate. Tramite il suo lavoro di studiosa, il Novecento si arricchisce così di presenze e di opere che non solo aiutano a ricostruire una storia di soggetti femminili, ma offrono alle giovani generazioni il senso della continuità con la tradizione storica.
Data, ma proprio non scontata, una possibile differenziazione sul piano epistemologico ed etico, le sue opere 'creative' -da ricordare comunque insieme a quelle critiche - includono raccolte di poesie e racconti. Al romanzo Le amiche di Carla (1999), seguirà tra poco Pausa per rincorsa.
Anna Santoro, dunque, non è 'solo' un'attenta ed erudita studiosa della letteratura italiana, ma anche una scrittrice di romanzi e di poesia, ed una testimone raffinata del rischio comunicativo e del sapere identitario insiti nella scrittura e nella letteratura.
Se dovessi attribuire un titolo all'intera opera di Anna Santoro, scomoderei, per allusione, Edmond Jabes (Le petit livre de la subversion hors de soupcon, 1982), e lo chiamerei «il libro della sovversione impercettibile>>.
In che senso il suo lavoro, polimorfico anche strutturalmente, e che passa dalla poesia, al romanzo, al saggio, è 'sovversivo’? Innanzi tutto, nel senso con cui lo implica Jabes: «La sovversione è il movimento stesso della scrittura: il movimento della morte».
Eppure, questo lavoro sovversivo lo è impercettibilmente, perché 'sa', ma si oppone, al movimento della morte. Sapere, ma opporsi all'inevitabilità della morte, significa riconoscere valore alla particolarità di ogni specifica esperienza di sé, dell'io e del noi.
Il lavoro di Santoro testimonia anche un'avvenuta rivoluzione culturale: quella per cui siamo giunti alla consapevolezza che è la costruzione stessa del soggetto a de-centrarlo rispetto all'io e alla coscienza. Qui si colloca, modernamente e radicalmente, il senso dell'«io nomadico», dell'io che si pensa in trasformazione e non definito da un ruolo 'forte', ossia garante dell'identità.
Va sottolineato che il continuo spostamento di «scenari di rappresentazione» del/dal sé all'io che ne consegue sul piano espressivo (inevitabile nella modernità), non diventa mai in Anna Santoro un alibi per una qualche evasione o per una non assunzione di responsabilità. Infatti, anche quando la materia fonica delle poesie impone una strategia ludica di lettura, anche quando l'ironia sembra fermarsi alla denuncia dell'immediato, anche quando la soggettività è illustrata come movimento inarrestabile che articola l'idiosincrasia soggettiva, l'attenzione e la tensione critica dell'opera obbligano sempre a mettere in causa le possibilità di trasformazione storico-sociali del concreto, delle condizioni materiali dell'esperire e della meraviglia.
Così, la posta in gioco è alta: in ultima analisi, essa tocca l'utopia, come visibilità del desiderio.
I romanzi e i racconti (o dovremmo chiamarli «petits poèmes en prose»?) di Anna Santoro sono raffinatamente sorprendenti: sono narrazioni di coscienza, e perfino di «flusso di coscienza», ma senza essere narrazioni 'psicologiche', ossia: non possiedono quelle caratteristiche di individualismo e quei tratti borghesi che la tradizione letteraria occidentale associa a questa definizione soggettiva.
Le sue sono «narrazioni di coscienza», nel senso per cui un'epoca storica ha una coscienza, ossia ha un modo di forgiare gli sguardi e di incontrare il mondo. Michel Foucault parla di «episteme» epocale (Les mots et les choses, 1973), ed in effetti, pur con la distanza del suo sguardo concettuale rispetto al dire di Anna Santoro, egli rende visibile lo spazio di una possibile trasformazione dello sguardo, sguardo etico, concettuale, affettivo che sia, o che siano — perché anche trasformazione degli sguardi presi insieme— in combinazioni inusitate, quelle che altrimenti sarebbero condannate all'invisibilità.
In effetti, l'innovazione narrativa nell'opera di Santoro (sia 'poetica' che 'in prosa', perché in ultima analisi questa stessa distinzione non ha senso in un'ottica etico-cognitiva), sta nella prospettiva che stabilisce, una prospettiva di sguardi difformi rispetto a scenari di visibilità e di consenso consolidati. Quella di Santoro è una prospettiva stabilita da un'affabulazione realistica, ma non prevedibile.
Infatti, la narrazione mette in causa la nozione stessa di personaggio, richiamando all'attenzione del/della lettore/lettrice la possibilità trasformativa di ciò che definisce un soggetto, e quindi - nel canone realistico - un personaggio. Anche a questo livello, ciò che la narrazione rappresenta, ciò a cui dà corpo, sono degli sguardi, più che dei personaggi, e sono sguardi-nella-vita-prodotti, ovvero prodotti senza mitologizzazione della vita. Per esempio, uno dei personaggi di Le amiche di Carla racconta: «Quella vita già segnata, immobile, mi sembrava così lontana dall'immagine che ne avevo io. Per me era una cosa semplice: ero io la vita" (p. 23. Corsivi miei).
La fedeltà a quel: «io-la-vita» diventa in Anna Santoro un'impegnata e lucida ricerca formale, che non accadrà mai come stabilizzazione del vissuto nella scrittura, né come mera 'descrizione' della psiche o del sentire, e non accadrà nemmeno come stabilizzazione della scrittura, ma come piena assunzione del rischio comunicativo cui la scrittura si affida.
Nello specifico, Le amiche di Carla, per esempio, è un romanzo senza un/a protagonista, o meglio con la designazione di una protagonista assente, perno del poter dire, e quindi segno della condizione di poter dire (come non pensare, a Percival ne Le onde di Virginia Woolf?). Il perno è un'assenza; il centro manca, così come manca una presenza al cuore del segno (post)modernamente inteso, proprio perché esso possa funzionare in quanto tale. Ovviamente, questa assenza non offre garanzie alla comunicazione. Per questo, bisogna ripetere l'espressione del desiderio, e bisogna innovarla continuamente, perché non si cristallizzi; bisogna saper perdere l'illusione dell'espressione piena, per dedicarsi alla perseguita continuità, non garantita, dell'esprimere, dell'oscillare tra tóttos e tropo.
Come ho detto, il personaggio in Anna Santoro è decisamente e anti-borghese (anche se realistico), e le protagoniste del suo dire assomigliano ai personaggi di The Waves di Virginia Woolf, nel loro essere anche paronomasie drammatiche o prosopopee, che incarnano interpretazioni e sguardi sulla vita, ma non ne documentano lo svolgersi, né ambiscono a farlo. (Non a caso, ogni nome-capitolo di Le amiche di Carla ha un sottotitolo che tematizza il portato di ciascuna di queste «dramatis personae» colte nel dramma degli «anni dell'allegria», che sono poi gli stessi degli «anni di piombo»).
Le amiche di Carla, in particolare, è una narrazione «impercettibilmente sovversiva» anche, e forse soprattutto, in quanto 'romanzo storico' che, affidandosi alla micro-storia, la interroga però, criticamente e meta-narrativamente: «Allora forse dire "questa storia" è troppo semplice. Ci sono tante realtà in ciascuna storia. Così, poi, viene fuori quella che chiamano Storia», (p. 163). Anche le «schermaglie amorose», gli inseguimenti, le prese di distanza non fanno che indicare le realtà di ogni storia, nel disegno della Storia. Tutto ciò è molto importante in questa articolazione forte, ma non dottrinaria, del tema sulla 'storia', un tema articolato con una preoccupazione etica postmoderna, ed etica anche perché percorsa dalla preoccupazione anti-definitoria: «Sì, bisogna conoscere la realtà, ma ricordare che noi ne facciamo parte. [...] I miei gesti mi appartengono, seppure ora appartengono a questa storia che non mi appartiene. [...] Bisogna saperla leggere. Bisogna, te lo dicevo tante volte, bisogna saper porre le giuste domande..." {Le amiche di Carla, p. 163).
Forse, la sorprendente radicalità di una «sovversione impercettibile» si può riassumere nel fatto che la lettura non comporta - in ultima analisi - un'agnizione rispetto alle componenti canoniche del romanzo e della narrazione tradizionalmente concepiti, ossia: personaggio e azione.
Infatti non importa de-finire il 'chi' delle protagoniste, perché sarebbe comunque un 'che', un oggetto, un predicalo 'oggettivo', e non importa circoscriverne l'azione (e anche qui, come non pensare all'irritazione di Virginia Woolf per il realismo 'materialista' dei suoi contemporanei?). Importa invece capire le condizioni di possibilità dell'azione, perché ciò significherebbe aver saputo e saper imparare dalla storia, anche da quella recente. Significa saper collegare la Storia all'evento, e l'evento alla Storia.
Anche il ludico gioco poetico è, in questo senso, giocarsi/giocare con il (proprio) posizionarsi: «Ora è polpa luminosa e / curva ogni mio gesto / Ora attesta la cittadinanza di / questo ballerino scompagnato che / ai balli di campagna / per me / si è presentato» (La ballata delle sette streghe, p. 58).
L'opera di Anna Santoro comporta dunque una presa di coscienza sui modelli del mondo costruiti culturalmente, e sulla loro già avvenuta, ma recente, metamorfosi: «Non accadrà mai più ciò che sta accadendo ora» (Le amiche di Carla, p. 18); «Basta guardare / e allora sei fuori /... ma non altrove» (ibidem, p. 111). La riarticolazione di modelli culturali di tipo cognitivo ed etico non viene fatta in senso didattico o scopertamente ideologico, ma appunto «impercettibilmente», con la pacata consapevolezza che - col Sessantotto ed il femminismo - la società è cambiata, e continua a cambiare in tempi e luoghi 'altri' rispetto alla tradizione culturale egemone, ed all'immagine che l'egemonia informazionale ci fornisce. Le donne sono 'fuori' ma non 'altrove' e l'impegno etico-politico, in generale, si gioca da 'fuori' ma non 'altrove'. La cultura e la società continueranno a cambiare, in base a matrici simboliche che non sono più facilmente prevedibili, ma questo è proprio il terreno del rischio etico e della sfida espressiva. Questo è il terreno dove si prende posizione anche senza una pre-costituita definizione identitaria.
Come ho detto, l'opera di Santoro indica - senza proclami -l'avvenuta trasformazione culturale della nozione di 'azione' e di agentività, che nella narrazione tradizionale definivano il personaggio e che nella poesia lirica rappresentavano l"io', ed indica l'impossibilità 'post-moderna' (ma non necessariamente immemore) di rappresentare il 'personaggio' secondo parametri tradizionali, ossia borghesi e tardoromantici. Chiamarsi 'fuori', ma non 'altrove', significa un posizionarsi etico, che parte dall'evento e si apre alla Storia.
A questa impossibilità di rappresentare a tutto tondo un personaggio 'verosimile' (ossia 'convincente'), si suggerisce la resistenza di un lirismo compreso (post)modernamente come antifona (come contralto) di voci contrastanti tra 'principio di realtà' ed 'empatia'.
Questo è il nuovo lirismo, quello 'postmoderno' dei soggetti nomadici, interetnici, interculturali. Questo è il lirismo che testimonia anche il mutare di certi interrogativi etici: «Possibile che 'buoni' siano sempre i perdenti? O sono - potenza di una parola anche piccina - solo perdenti? / E poi: rispetto a cosa? Aggrotterà la fronte: definiamo la categoria» (Album, p. 8).
Questa forma dell'elegia postmoderna si articola in un'epoca in cui l'elegia non si collega tanto al lavoro del lutto, ma là dove essa indica chiaramente che si collega al problema dell'esistere e del (poter) prendere posizione. A questo proposito, penso alla contemporanea poesia antiromantica, ma anche, ad esempio, all'impossibilità di riprodurre nella modernità la forma della narrazione di Rousseau e delle biografie vittoriane, che pure viene convocata dalle svariate possibilità del romanzo storico contemporaneo e da parte di numerosi esempi di voci sia maschili che femminili.
Le poesie e i romanzi di Anna Santoro sono 'storico-colloquiali', un connubio discorsivo difficilmente immaginabile prima: siamo in presenza di una narrazione che investiga oggi la possibilità trasformativa della storia e del sapere, e lo fa innestandovi un'opzione etica. Così, si comprende bene la dichiarazione di poetica che apre Le amiche di Carla, con un Prologo che sottolinea il differimento-rimando come struttura portante della scrittura, e come condizione di possibilità trasformativo-simbolica: «C'è un momento, nella vita di tutte noi, nel quale si rimane incantate dalla limpidezza perfetta con cui il nostro sguardo incontra lo sguardo del mondo. / La memoria di questo incanto [...] determina le forme del desiderio e -credo- perfino caratteri e comportamenti. / Questo per dire la necessità di raccontare […) In quanto al riuscirci, è un altro discorso. Dal quale dipende se la nostra passione prenderà forma» (p. 7).
Leggendo questa mappatura del 'venire alla scrittura' sento l'eco delle parole di Virginia Woolf che così la descrive: «Lo sento, il colpo, ma non è più, come credevo da bambina [...] È o diventerà una rivelazione di un altro ordine, è il corrispettivo di qualcosa di reale che si cela dietro le apparenze; e sono io che lo rendo reale mettendolo in parole>>. (A Sketch of the Fast. Corsivi aggiunti; traduz. mia).
Dal punto di vista semiotico, la peculiarità distintiva delle narrazioni di Santoro (romanzo e/o poesia) mi pare vada collocata nella 'voce', ossia nella valorizzazione dell'interno-esterno della struttura affabulatoria ed enunciativa. Questa irriducibile oscillazione della voce viene 'mappata' in rapporto alla struttura stessa della narrazione, una narrazione che continua a mettere in evidenza proprio l'affabulazione e l'enunciazione come condizioni di possibilità del narrare (identificatorio), e come luoghi di possibilità trasformativa simbolica ed etica (quindi luoghi potenzialmente 'impegnati' e femministi).
È noto che in ambito semiotico e narratologico la 'voce' è uno dei concetti più elusivi, più difficili da definire, e quindi meno teorizzati, proprio per la sua complessità, per la sua 'interlinguisticità', primariamente legata al fatto che la 'voce' è un concetto co(n)testuale, ossia semanticamente 'insaturabile'. Non a caso, il riferimento alla voce e/o la valorizzazione della voce è una caratteristica della narrazione femminile-femminista, che - in genere - si situa a partire da un detto, o da una nominazione patriarcale, da cui prende le distanze o rispetto ai quali sottolinea la propria differenza. Del resto, già Virginia Woolf nei suoi saggi (in particolare Women Novelists, 1918) ci ricorda che la differenza tra uno scrivere maschile ed uno femminile non è riconducibile a certe tematiche caratterizzanti, quali la guerra o la politica versus la nascita dei figli o la conduzione della famiglia, ma la differenza sta nel "Come ogni sesso descrive se stesso» (Ibidem, p. 13).
La resistenza alla nominazione e l'attenzione al cristallizzarsi della semiosi in significati fissi pervadono la narrazione di Santoro, a volte in maniera affatto sorprendente, dove sembra affidato ('ri-inviato') alla lettura il compito di cambiar voce nel leggere certe parole. Ecco un esempio tra i molti: «Ma questo accadde anni dopo. Quando ormai non c'era più memoria degli anni dell'allegria che erano diventati un ''ricordo di gioventù" un “periodo di cazzate" un “preludio alla violenza" una ''esperienza fondamentale": tutto fuorché ciò che erano stati sul serio» (Le amiche di Carla, p. 35). L'attenzione puntigliosa alla nominazione e all'apertura del segno a significazioni intentate rivela come la differenza femminile deve rappresentarsi in una materialità dell'esperienza, ma senza nulla concedere alle evasioni sublimanti dei clichés sui sentimenti e sulla percezione.
La materialità specifica dell'esperienza deve trovare una voce, ossia, come dice Virginia Woolf, deve articolarsi con «infinite differenze di selezione, metodo e stile» (Ibidem, p. 14). Ed Anna Santoro scrive: «E bisogna stare attenti a distinguere tra avere memoria e dire di ogni cosa "sì, questa già la so" / questa la chiamano assuefazione tutto un casino tra input e output / uno guarda la città e dice la città e non ricorda più che è fatta di case / uno dice la guerra e non ricorda che è fatta di persone ad una ad una» (Le amiche di Carla, p. 36). Quest'attenzione 'cognitiva' per la nominazione si traduce nella ricerca di una voce perché la 'voce' sgretola l'essenzialismo del soggetto ed anche l'essenzialismo di genere, restituendo alla singolarità il suo costitutivo ed elusivo rimando infinito.
L'etica del «non tradire se stesse» (Le amiche di Carla, p. 159), lo esprime in «caratteri e comportamenti», e fa corpo con la «necessità di raccontare». La scrittura stessa è così presa nel movimento etico-cognitivo, nel senso che la passione della scrittura è scrittura di passione, ed è senza tradimenti e senza garanzie: «...dipende se la nostra passione prenderà forma».
In sostanza, il fatto di comportare un'agnizione a livello di modelli percettivi e culturali, invece che a livello di contenuti tematici, rende 'd'avanguardia' la narrazione di Santoro, ma talmente inaspettatamente, da non farla sembrare 'sperimentale', ma piuttosto da renderla un indice già canonico della modernità, ossia della contemporaneità.
OPERE DI ANNA SANTORO
Raccolte di poesie e racconti
* Sestessenze, Tarn Tam, Torino 1985.
* Tra gangli, bulbi e vene, Periferia, Cosenza 1987.
* In altro modo?, Altri Termini, Napoli 1986
* Per corsi, Forum/Q.G, Forlì 1990.
* Album, L'Araba Felice, Napoli 1992.
* La ballata delle sette streghe e altri versi, Colonnese, Napoli, 1998.
* Le amiche di Carla, Filema, Napoli 1999.
Saggi
* Tra gioco e ragione: L'eroismo tra i nemici o sia. la Faustina. Commedia inedita, di Pietro Signorelli, SEN, Napoli 1982.
* Catalogo della scrittura femminile a stampa presente nei fondi librari della biblioteca Nazionale di Napoli (dalle origini della stampa al 1860), Comune di Napoli, Napoli 1984.
* Narratrici italiane dell'Ottocento, Federico, Napoli 1987.
* Catalogo...(dalle origini al 1900), Amministrazione provinciale di Napoli, Centro per i problemi dell'educazione, Napoli 1990.
* Guida al Catalogo..., Amministrazione provinciale di Napoli, Centro per i problemi dell'educazione, Napoli 1990.
* Il Novecento. Antologia di scrittrici italiane del primo ventennio, Bulzoni, Roma 1997.