Anna Santoro, La quinta stagione Kairos, Napoli 2017.
Recensione di Giulia Maria Ciarpaglini
Leggere Donna, n. 177, ottobre-novembre-dicembre 2017
I primi anni che frequentavo Duino e l’imperdibile esperienza delle “Residenze estive”, ascoltando le poete e i poeti alternarsi alla lettura, mi ritrovavo a chiedermi, dal muro del mio digiuno (più scritto una strofa dopo i tredici anni) se l’atto del poetare, così potente e incisivo, fosse finalizzato per chi lo compiva a colmare un vuoto, uno scollamento, una mancanza oppure, al contrario, non fosse l’esondare di un surplus sentimentale di qualunque specie, rabbia, amore, speranza. Il problema si risolse quando decisi di cambiare prospettiva. Non è possibile sapere se la poesia fluisce nel o esonda dall'animo di chi la concepisce a meno di chiederlo e non so bene se la domanda sia ricevibile, ma sono perfettamente in grado di percepire quanto, quella stessa poesia, riempia i miei vuoti e/o veicoli i miei sentimenti più pressanti. Ed è quanto mi è accaduto leggendo gli avvincenti brani di La quinta stagione di Anna Santoro, una mappatura, la definisce Carla Locatelli nella sua bella prefazione, dove l’oggi viene contemplato alla luce dell’ieri con una coscienza critica tutta politica che, come insegna La nave delle cicale operose, un romanzo di Anna Santoro che amo, una volta acquisita è irreversibile. Riferendosi a uno dei brani più significativi, “Resa dei conti non richiesta”, scrive ancora Locatelli: «Santoro sembra porre una questione cruciale: potrebbe mai una lenta evoluzione dar luogo ad un conscio conoscere su come cambia la natura umana?» e più oltre «E allora, come cambia e/o è cambiata la natura umana oggi? Questo mi pare l’interrogativo etico-filosofico più profondo che riscontro nel poetare recente di Anna Santoro». Mentre ne La nave delle cicale operose l’avvicendarsi delle generazioni veniva letto alla luce del comune denominatore rappresentato dalle relazioni tra donne e sulla barra di una politica saldamente, anche se, a volte contraddittoriamente, orientata, adesso la coralità è mortificata, le tante conquiste ottenute non ripagano la desolata contemplazione di un mondo perfido e spietato. Con i poveri, con i deboli, con le donne. La coralità del mondo de La nave delle cicale operose lascia il posto ad una riflessione soggettiva, un’analisi di cui Anna si assume tutta la responsabilità, nome cognome, e l’autorità che le deriva dall’impegno e la coerenza di tutta una vita. Impossibile non cogliere il mutamento di senso di alcune parole, il noi, per esempio Il noi del riconoscimento e dell’appartenenza è diventato quello dell’identificazione massiva e stigmatizzante. «E io ferma ogni mattina/ a fissare la stella che non c’è:/ quel noi superficiale certo/ anche grottesco e vano - aveva un senso/ ormai perduto. Un significato./ Che ti dava la forza e il motivo di sognare». Ma se «tutto è portato via da questi tempi di terrore», se «nelle città corrotte da deliri (…) si nega spazio nelle case a pellegrini già violati nei recessi di anime e di corpi» se «ferocia in ogni gesto/ tracotanza e sventolio di assegni/anime smarrite/ definitiva perdita di verginità» se tutto questo e tanto altro segna la Quinta stagione, come non cedere all’inganno dell’assuefazione? Mantenendo la propria capacità di scandalizzarsi, e così «aggomitoli il furore/ che non si perda/ in sdolcinate vaghe lamentele/ rimanga duro e compatto/ per scagliarlo contro/ in tempi più propizi». La poesia è una risorsa a tutto campo. Quando affila le armi e quando “invade” insieme all’amore «per il faticoso vivere di tant*” è forse un presagio della Sesta stagione?» «Ricominciarmi/ su altre spiagge/ bagnate da/ un cielo capovolto/ sabbia di nuovi corpi/ minuscole vite incontrerò/ sciogliendomi/ e finalmente/ svanirà questo stupido io/ oggi e qui ritenuto necessario.» Sic. Ma non è semplice.