Ancora sulla Guerra, sulla Cultura della Guerra, e su noi.

16 Marzo 2022

Ho scritto già e più volte del dolore e dello sgomento nel vedere le immagini di questa ennesima maledetta guerra, i corpi, i visi di persone, le distruzioni, e ho scritto della amara consapevolezza di guardarle al riparo della mia casa, dei miei affetti, del mio cibo. Ho scritto di quanto disprezzi trasmissioni (quasi tutte) che si nutrono della guerra, come già della pandemia, dei femminicidi, delle violenze su bambine e bambini, degli scontri sanguinosi tra bande, di, di, di, senza neanche tentare, tranne che in pochi casi, di dare conto degli eventi con un minimo di equità. L’informazione parte da, risponde a, Poteri che la gestiscono o a cui aderisce spontaneamente. L’informazione oramai vive unicamente dei disastri, dell’angoscia, del Potere che possiede di creare e dirigere i sentimenti, le convinzioni, le letture del mondo. E mi chiedo, di sfuggita: quando, come speriamo, questa tragedia si concluderà, su quale altro orribile fenomeno si butterà la TV, quale altro “tema” verrà sfruttato?, magari ingigantendolo e rendendolo più terrificante del necessario?

Se viene nominata la guerra, mi si presentano due scenari: uno dei Potenti che la dichiarano, l’altro delle popolazioni che la subiscono e dei soldati mandati a morire.

Il Potere è potere, dovunque si trovi. Trova forme diverse, ma è in ogni caso rappresentativo di sé stesso. La guerra arricchisce qualcuno, aumenta il potere di qualcuno. Di coloro che la preparano, la innescano, la promuovono, sostengono la cultura che la nutre. Questi miserabili non scompaiono con la fine di una guerra, passano a un’altra, forti di un fatto: che continueranno a pensarla come prima, a comportarsi come prima. E andranno avanti così.

La guerra, guerreggiata o no, non porta soluzioni, e il futuro di quelli che sopravvivono è un futuro di rancore, di desiderio di rivalsa, di frustrazione, o all’opposto di aumentata forza e prepotenza. La guerra, il solo parlarne, trasforma: fa “perdere la verginità” si diceva un tempo, abitua alla sofferenza, al cinismo, rende sé stessa un’opzione possibile (anche quell’atomica!), promuove la corsa agli armamenti, fa prendere definitivamente atto del fatto che le persone, anche quelle come noi che cercano di farsi sentire, non hanno alcun peso nelle decisioni. Che invece avvengono in antri oscuri, attraverso connivenze e accordi tra Poteri che l’informazione (sic!) ci presenta come inconciliabili.

Ed è per questo che non riusciamo a fermare la Guerra, noi che ci interroghiamo sul come riuscirci, perché la sua sorte, gestita dai Potenti, non è alla nostra portata.

Io dunque so di non sapere come fermare questa guerra, come non ho saputo fermarne altre, sebbene abbia firmato appelli e organizzato e/o partecipato a manifestazioni (ricordo il cd Guerra e la Carovana di poesia e Musica contro la guerra del 2001, che percorse tutta l’Italia, alla quale aderirono migliaia di poete e poeti, musiciste e musicisti, attrici e attori). E non so fare il conto di quante guerre ci siano oggi nel mondo e del perché ci siano. So che sono molte (alcune violente, disastrose, altre striscianti che non appaiono tali), e che, sulle popolazioni, producono i medesimi effetti: distruzioni, lutti, sofferenze, fughe, impoverimento, assuefazione alla violenza e alla cattiveria, risentimento.

Sono per il rifiuto della prepotenza, della violenza, della vocazione al Potere, alla supremazia assoluta. Forse saprei anche motivare e spiegare perché rifiuto la guerra, saprei citare chi ne ha scritto, saprei riportare le motivazioni del rifiuto. Il punto doloroso è che non so come fermare questa guerra.

Però so che non è in mio nome, né in quello delle donne, delle bambine, dei bambini e neanche di tantissimi uomini. Allora so che è contro quei Potenti che la desiderano, la preparano, la innescano, la promuovono, creano e sostengono la cultura che la nutre, completamente disinteressati alla sorte dei popoli, che devono andare le mie azioni.

E allora, quando in qualche modo si chiuderà questo conflitto (non del tutto, ovviamente: ce ne sono che durano da decenni), ciò a cui tutte e tutti, se ancora non lo facciamo, dovremmo dedicarci, con impegno e senza deroghe, ed è improcrastinabile, è lavorare contro la Cultura della guerra, della violenza. Contro quella che ci propinano in tv tutte le sere attraverso film e telefilm ignobili, dibattiti pseudo politici, trasmissioni dove per contratto le persone devono urlare una contro l’altra, o sui giornali, in romanzi, alcuni anche belli, che rappresentano e dunque fissano il cambiamento antropologico che stiamo vivendo, ma soprattutto (poiché di ciò che possiamo noi, stiamo parlando) contro quella che ha radici profonde nelle nostre società, che diffonde la necessità di essere competitivi, riveriti, potenti, di essere gli eccellenti, i primi della classe, i più potenti, più belli, più corteggiati, i vincenti, e che è anche dentro di noi, e porta, magari in discussioni tra gente comune, al furore di affermare il proprio io, il proprio punto di vista, il proprio presunto diritto ad avere la meglio, e che usa iperboli ed estremizzazioni, bugie, per avere “ragione”, per uscire da ogni contrasto come vincitore. Quella che non insegna il rispetto, l’ascolto, la dignità. Quella che tortura gli animali per allenarsi alle torture sugli umani, come scrive il grande scrittore Coetzee, quella che è il prolungamento della Politica, come afferma Foucault. Quella che distrugge il pianeta, non lo rispetta, non lo ama, si limita a sfruttarlo per fare soldi. Che ignoranza, che improntitudine, che egoismo miope e distruttivo! Eppure, la guerra, tra i potenti che la promuovono, che fanno i calcoli tra costi e benefici (i propri), non genera sgomento, né impone loro di fermarsi a riflettere.

Noi sì ci fermiamo, noi amiamo la gioia, la bellezza, la gentilezza, noi siamo “cicale operose”, e dunque, contraddicendo apparentemente ciò che ho affermato sopra circa la nostra impossibilità a eliminare le guerre, c’è forza in noi, nelle persone comuni, che però devono (dobbiamo) crescere, capire che alla Guerra è collegato tutto il resto, e che devono (dobbiamo) imparare a scegliere. A cominciare da chi frequentiamo, da chi votiamo, e dai libri che leggiamo, dalla scuola che desideriamo, dalla sanità che ci serve, dal sistema ecologico che distruggiamo, dalla salvaguardia dei nostri corpi e della bellezza che esprimono, dalla cura delle parole.

 

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