ANNALI DELL’ISTITUTO ARMANDO CURCIO Roma 2025 Fascicolo primo A cura di Graziano Benelli
Anna Santoro, Echi di slittamento (forse) irreversibili (2017-2024), Prefazione di Ivan Fedeli, Pasturna (Al), puntoacapo, 2025, pp. 115, € 15.
Ecco un piccolo libro intenso e colmo di tanto movimento e calma come in uno spartito musicale (un andante con moto ad esempio) scandito da sbarre trasversali che sembrano messe lì per confermare l’idea dello spartito, se fossero dritte. Comunque sono sbarre che bloccano il verso ed anche il respiro, la lettura. Sono pause significative come in musica e si intromettono tra spazi bianchi e semantiche varie con campi lessicali dove le accezioni della violenza e/o della minaccia sono spesso presenti, almeno nelle prime due sezioni (Prima sono gli occhi e Mordo questa storia), le altre: vita che te scortichi è un po’ più intimistica; Non è pranzo di gala e Puntuale ti presenti (dove la malinconia la fa da regina con i ricordi che si addensano l’uno sopra altro) chiudono il volume, a cui segue un’appendice con alcuni landays (distici afgani spesso con una punta ironica) e con haiku. Insomma è una silloge che si divora con curiosità e molta emozione.
Già il titolo invade il lettore: lo scivolare dell’essere umano (slittamenti) si ripercuote solo come eco lontana e poi la loro irreversibilità non è nemmeno tanto sicura, segno che qualcosa può ancora cambiare, una qualche mutazione. Qualche amatore di dialetti chic le chiama slash, ma a dire il vero è una parola che non ha un bel suono per il ruolo che questo piccolo segno riveste, allora preferiamo le sbarre o le barre, anche i trattini obliqui, (talora prima di scorgerne una i versi scorrono veloci), che a volte sembrano rallentare la corsa, come se l’autrice volesse temporeggiare o forse soltanto tentennare un po’ come quei voli di gabbiani all’orizzonte sul mare spesso rappresentato, onnipresente e rassicurante.
Conosciamo poco dell’autrice (la quarta di copertina ci dà qualche informazione), ma sappiamo che si è occupata di scrittrici del passato e quando qualcuno, tra le nebbie di un tempo, riporta in auge le dimenticanze dei lettori e dei critici troppo distratti nonché del tempo ingrato, questa è una voce che va ascoltata con particolare attenzione così come lei ha avuto rispetto delle scrittrici dimenticate.
Il prefatore, Ivan Fedeli, scrive acutamente che «sull’asse espressivo la poesia di Anna Santoro è ricerca di una parola sciamanica»; cosa fa lo sciamano? Cerca altre voci, altre presenze per rinforzare e non contrariare gli spiriti; lo sciamano è veggente e guaritore, sta tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti: la sua parola è potenza. Qualcosa di plausibile sicuramente c’è, anche se il libro andrebbe riletto più volte ma di sicuro, l’insieme della silloge è magia “recommencée” e la parola ne è il perno. Quando la poeta ricerca il passato attraverso le parole allineate dalle sue emozioni e lo trova, trova anche la grande pace che proviene dalla nostalgia (testa e cuore). Allora vuol dire che le parole hanno raggiunto il loro scopo: «L’incanto dei momenti» (p. 22) passati:
(Dalla testa / un tempo / trascuravo l’importanza
forte della felicità che dalla pelle
rapida arrivava / attraverso
allenati ed esigenti pori / Nell’amarezza di
troppo disinganno / oggi è lei regina che
consola / esibendo tesori)
(p. 23)
Di sicuro la parola è al centro:
/ Parole liberate e
interrogate a lungo prima di lasciale andare /
(p. 20)
oppure:
Quando avrò sbrogliato
a una a una le parole
(p. 71)
Anna Santoro s’interroga tra parole e mondo reale, tra passato (immagini di cortei che sfilano, s’affollano gli anni passati e gli incontri amichevoli), presente e natura, scavando e scovando somiglianze:
quel ciuffo d’erba tra le pietre i
volti della gente /
(p. 79)
Gli interrogativi sono continui, assillanti, necessari:
E dove stiamo andando
in fila /
(p. 52)
Spesso si intersecano con soluzioni liberatorie: «e andrò per il mondo come una regina» (p. 71). La bellezza delle immagini è tale che a volte ci sorprende e ci obbliga a una seconda lettura. È un libro che richiede un’attenzione particolare che (e sicuramente maggiore spazio per citarne i vari componenti espressivi) forse oggi troppo spesso manca nei lettori e nella gente. D’altronde la poesia in sé richiede questo prezioso interesse, una curiosità che ti fa aprire la mente assopita e ti invita alla danza incantata del viaggiare.
René Corona