Leggendaria, n. 18, 1999
Le stagioni dell’incanto
Ci sono romanzi che raccontano storie che ci assomigliano straordinariamente. Forse, che avremmo voluto scrivere noi se ne fossimo state/i capaci, e che dunque vanno ascoltate, lette e fatte leggere. Le amiche di Carla è così: Anna Santoro riesce a narrare con grazia venata di ironia e sofisticata levità una storia corale che è il ritratto di una generazione, quella delle donne che furono le ragazze del '68. Le poche, numericamente, che vissero quella stagione eccezionale in cui coincisero inquietudini soggettive e profondi sommovimenti politico-sociali che cambiarono le vite di moltissime. Santoro lo sa, e lo dice nella tersa paginetta che mette a Prologo della sua narrazione: «C'è un momento, nella vita di tutte noi, nel quale si rimane incantate dalla limpidezza perfetta con cui il nostro sguardo incontra lo sguardo del mondo». E aggiunge, con poche parole distillate: «La memoria di questo incanto... non è dolce da sopportare e per questo lentamente si perde».
Si avverte l'urgenza di non perdere questa memoria - «a volte ho l'impressione che si sia fatto tardi» - e di trovare le parole necessarie per raccontare «una felicità, un dolore». Perché questo è Le amiche di Carla: la storia di una felicità e di un grande dolore che molte di noi, a tanto tempo di distanza, ancora si portano addosso come una ferita mai rimarginata perché, forse, non del tutto confessata e mai davvero curata. La felicità di una venuta al mondo come creature padrone del nostro destino e il dolore della perdita, delle molte perdite subite lungo il percorso. Un percorso che è stato ancora poco indagato nella saggistica su quel periodo "ad alta intensità" politica per molti/e e ancor meno narrato nel senso pieno del termine, cioè al di là del dato testimoniale. Per le donne, per alcune donne, si è trattato di vivere /scrivere una esperienza del tutto inedita, "senza rete" perché senza precedenti, di provare ad essere qualcosa d'altro senza avere dei modelli: ché ancora poco nota e comunque poco e mal assimilata era l’esperienza delle “grandi emancipate” della generazione nata durante la guerra e subito dopo la guerra e le madre –quelle in carne ed ossa- erano le ragazze cresciute durante il fascismo, rimaste impigliate in quella netta cesura della storia delle donne nel Novecento che in Italia tagliò quasi completamente i legami di continuità tra i movimenti di inizio secolo e la Resistenza. Tanto che, per molte, è stato necessario tornare più indietro, a una nonna, magari o a una zia “irregolare”, per trovare un aggancio possibile – poi l’avremmo chiamata una genealogia. Ma molto più spesso abbiamo attinto ai modelli letterari, da Jo March di Piccole donne alla "ragazza perbene" delle Memorie di Simone de Beauvoir. E, quando così spesso si pensa alla difficoltà della trasmissione alle generazioni del post-femminismo, un libro come questo di Anna Santoro può davvero costituire un tassello importante per la costruzione di un patrimonio comune.
Le amiche del titolo sono Nina, la più bella della classe; Rossana, quella impetuosa; Renata, la più posata e lenta. Carla è l'insegnante, un po' più grande d'età. Il luogo è una Napoli straordinariamente viva e pulsante negli scenari e nel ritmo interno della lingua di Santoro, pastosa, evocativa, densa di umori e di colori, ibridata di termini dialettali e di espressioni gergali, memore di un tempo ricco e curioso del nuovo, in cui l'orizzonte sembrava dilatato e la socialità larga, accogliente, ancora quasi indenne dai canoni dell'immaginario televisivo che avrebbe segnato gli anni Ottanta. Non c'è nostalgia della "giovinezza" ma una prosa che racconta qualcosa che non può e non deve essere dimenticato se si vuole dare senso ad una esperienza condivisa che ha fatto di un "noi" - le ragazze del '68 - le donne che siamo diventate. Una fiaba, suggerisce Santoro. Ma è un modo di dire dell'universalità di una scrittura che trascende l'esperienza personale. Secondo Gunther Grass, è questa l'ossessione dello scrittore. Si chiama, convenzionalmente, letteratura. E quando riesce ad avere una sua cifra alta, è emozionante.
La trama è complessa e policentrica. Le protagoniste si passano il testimone in una narrazione circolare intorno ad un nucleo di eventi - la scuola prima del '68, poi la politica, gli scioperi, le manifestazioni, la felicità di essere insieme e i dolori, la droga, il terrorismo, gli amori e gli abbandoni -in una struttura che consente all'autrice di fare delle deviazioni che seguono il filo della coscienza: bellissime le pagine sulla madre di Rossana, e quelle su Maria di Castevelino, la donna del passato scoperta in un archivio. La cifra corale del racconto non lascia in ombra i personaggi minori, le amiche e le cugine perse per strada mentre si cresce, i ragazzi conosciuti e quelli amati, i "compagni", già allora, a saperli vedere, un po' ridicoli e un po' tragici nella loro rigidezza ideologica. E la felice ambivalenza della passione politica e della frivolezza, la musica e le nottate di chiacchiere tra amiche che sono anche "compagne".
Il testo che Santoro ci offre e in cui ci tira dentro in modo irresistibile è fatto di una memoria restituita ma anche di domande riformulate, di questioni mai sopite: l'amore, la guerra, l'impegno, il senso delle nostre singole vite e della vicenda di cui siamo, a diverso titolo, ancora protagoniste. Con un debito aperto verso noi stesse e un credito, ancora in parte da spendere, con quelle e quelli che sono venute/i dopo di noi. È’ Carla, la figlia di Nina, ad entrare in scena nell'ultima pagina del libro. Carla, l'amica, non c'è più, ma c'è sua figlia Chiara che se ne va per il mondo. E Rossana dice: «Brindo a noi, ai nostri occhi, brindo a ciò che faremo e a ciò che penseremo di fare...». (Filema edizioni, via Michelangelo Schipa, 61 80122 Napoli-tel/fax:081.661091)
Anna Maria Crispino