Annamaria Crispino, 1999

22 Ottobre 2026

Leggendaria, n. 18, 1999

 

Le stagioni dell’incanto

 

Ci sono romanzi che raccontano storie che ci assomigliano straordinariamente. Forse, che avremmo voluto scrivere noi se ne fossimo state/i capaci, e che dunque van­no ascoltate, lette e fatte leggere. Le amiche di Carla è così: Anna Santoro riesce a narrare con grazia venata di ironia e sofisticata levità una storia corale che è il ritratto di una generazio­ne, quella delle donne che furono le ragazze del '68. Le poche, numericamente, che vissero quella stagione eccezionale in cui coincisero   inquietudini soggettive e profondi sommovimenti politico-sociali che cambiarono le vite di moltissime. Santoro lo sa, e lo dice nella tersa paginetta che mette a Prologo della sua narra­zione: «C'è un momento, nella vita di tutte noi, nel quale si rimane incantate dalla lim­pidezza perfetta con cui il nostro sguardo in­contra lo sguardo del mondo». E aggiunge, con poche parole distillate: «La memoria di questo incanto... non è dolce da sopportare e per questo lentamente si perde».

Si avverte l'urgenza di non perdere questa memoria - «a volte ho l'impressio­ne che si sia fatto tardi» - e di trovare le parole necessarie per raccontare «una fe­licità, un dolore». Perché questo è Le amiche di Carla: la storia di una feli­cità e di un grande dolore che mol­te di noi, a tanto tempo di distanza, ancora si portano addosso come una ferita mai rimargi­nata perché, forse, non del tutto confessata e mai dav­vero curata. La felicità di una venuta al mondo come creature padrone del nostro destino e il dolore della per­dita, delle molte perdite su­bite lungo il percorso. Un percor­so che è stato ancora poco indagato nella saggistica su quel periodo "ad alta in­tensità" politica per molti/e e ancor meno narrato nel senso pieno del termine, cioè al di là del dato testimoniale. Per le don­ne, per alcune donne, si è trattato di vivere /scrivere una esperienza del tutto inedita, "senza rete" perché senza precedenti, di provare ad essere qualcosa d'altro senza avere dei modelli: ché ancora poco no­ta e comunque poco e mal assimilata era l’esperienza delle “grandi emancipate” della generazione nata durante la guerra e subito dopo la guerra e le madre –quelle in carne ed ossa- erano le ragazze cresciute durante il fascismo, rimaste impigliate in quella netta cesura della storia delle donne nel Novecento che in Italia tagliò quasi completamente i legami di continuità tra i movimenti di inizio secolo e la Resistenza. Tanto che, per molte, è stato necessario tornare più indietro, a una nonna, magari o a una zia “irregolare”, per trovare un aggancio possibile – poi l’avremmo chiamata una genealogia. Ma molto più spesso abbiamo attinto ai modelli letterari, da Jo March di Pic­cole donne alla "ragazza perbene" delle Memorie di Simone de Beauvoir. E, quando così spes­so si pensa alla difficoltà della trasmissione al­le generazioni del post-femminismo, un libro come questo di Anna Santoro può davvero co­stituire un tassello importante per la costruzio­ne di un patrimonio comune.

Le amiche del titolo sono Nina, la più bella della classe; Rossana, quella impetuosa; Rena­ta, la più posata e lenta. Carla è l'insegnante, un po' più grande d'età. Il luogo è una Napoli straordinariamente viva e pulsante negli sce­nari e nel ritmo interno della lingua di Santoro, pastosa, evocativa, densa di umori e di colori, ibridata di termini dialettali e di espressioni gergali, memore di un tempo ricco e curioso del nuovo, in cui l'orizzonte sembrava dilatato e la socialità larga, accogliente, ancora quasi indenne dai canoni dell'immaginario televisi­vo che avrebbe segnato gli anni Ottanta. Non c'è nostalgia della "giovinezza" ma una prosa che racconta qualcosa che non può e non de­ve essere dimenticato se si vuole dare senso ad una esperienza condivisa che ha fatto di un "noi" - le ragazze del '68 - le donne che siamo diventate. Una fiaba, suggerisce Santoro. Ma è un modo di dire dell'universalità di una scrittu­ra che trascende l'esperienza personale. Se­condo Gunther Grass, è questa l'ossessione dello scrittore. Si chiama, convenzionalmente, letteratura. E quando riesce ad avere una sua cifra alta, è emozionante.

La trama è complessa e policentrica. Le protagoniste si passano il testimone in una narrazione circolare in­torno ad un nucleo di eventi - la scuola prima del '68, poi la politica, gli scioperi, le manifesta­zioni, la felicità di essere insieme e i dolori, la droga, il terrorismo, gli amori e gli abbandoni -in una struttura che consente all'autrice di fare delle deviazioni che seguono il filo della co­scienza: bellissime le pagine sulla madre di Rossana, e quelle su Maria di Castevelino, la donna del passato scoperta in un archivio. La cifra corale del racconto non lascia in ombra i personaggi minori, le amiche e le cugine perse per strada mentre si cresce, i ragazzi conosciu­ti e quelli amati, i "compagni", già allora, a sa­perli vedere, un po' ridicoli e un po' tragici nel­la loro rigidezza ideologica. E la felice ambiva­lenza della passione politica e della frivolezza, la musica e le nottate di chiacchiere tra amiche che sono anche "compagne".

Il testo che Santoro ci offre e in cui ci tira dentro in modo irresistibile è fatto di una me­moria restituita ma anche di domande rifor­mulate, di questioni mai sopite: l'amore, la guerra, l'impegno, il senso delle nostre singole vite e della vicenda di cui siamo, a diverso tito­lo, ancora protagoniste. Con un debito aperto verso noi stesse e un credito, ancora in parte da spendere, con quelle e quelli che sono venute/i dopo di noi. È’ Carla, la figlia di Nina, ad entra­re in scena nell'ultima pagina del libro. Carla, l'amica, non c'è più, ma c'è sua figlia Chiara che se ne va per il mondo. E Rossana dice: «Brindo a noi, ai nostri occhi, brindo a ciò che faremo e a ciò che penseremo di fare...». (Filema edizioni, via Michelangelo Schipa, 61 80122 Napoli-tel/fax:081.661091)

Anna Maria Crispino

 

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