Paola Meneganti, 2025

20 Ottobre 2026

Leggere Donna, Settembre 2025 (Recensioni, pag. 21)

 

Ha scritto in un saggio Anna Santoro che c’è un rapporto stretto tra identità, liberazione, cultura, memoria. E «l’identità … è il centro, il nucleo, del proprio io, dell’unità corpo/intelletto, è l’essere della coscienza di ciascuna e ciascuno di noi. Eppure la nozione di identità non va intesa in modo neutro … come vorrebbe la cultura patriarcale». E «per affrontare la questione dell’identità, le donne hanno dovuto innanzitutto riscoprire, reinventarsi, i propri desideri».

Anna Santoro, autrice di romanzi e poeta, nel suo ultimo lavoro in versi, “Echi di slittamenti (forse) irreversibili (2017-2024)” (ed. puntoacapo, Pasturana [AL], 2025), tocca al cuore una domanda di senso, della scrittura, del fare poesia, del mondo. E lo fa partendo da una postura ineludibile: il suo essere donna, «[…] grazie a parole che ho stanato o che ho inventato/questo struggente desiderio che torni la terra/argilla rossa morbida/da plasmare di nuovo». È una mente, una mano, un corpo di donna che scrive.

Il verso è costruito con maestria elegante, ma è al tempo stesso materico, corporeo: la terra da plasmare, il corpo, con la sua pelle che intuisce: un corpo che si fa tutt’uno con il dolore del mondo, e che “sa”, conosce, condivide; i ricordi, che «hanno odore peso colore e/la lingua ne gusta il sapore».

L’architettura poetica procede con intenzione precisa e con molta cura: emerge l’amore per la parola, e la necessità di nuove parole. O forse, o meglio, di parole che già conosciamo, che la poeta declina e mostra incastonata in frasi e orizzonti che spaziano, finché nuove lo diventano: «il sorriso di neonata», «l’incanto di momenti», «l’arditezza/simile alla tracotanza/ma diversa»; ma si dice anche «tremenda nella collera». La cura attenta della parola, delle parole che «a una a una tiri fuori dal sacchetto».

La stessa attenzione Anna Santoro dedica alla costruzione fisica del verso nella pagina: le composizioni spesso sono organizzate in figure di sapore geometrico, angoli acuti, rientri, quasi onde di scrittura.

Troviamo istanti di tenerezza, come li chiama; e le aspettative e le delusioni, le menzogne e le verità.

L’indignazione, parola che corre tra le pagine: perché Anna Santoro scrive a partire dalla propria soggettività, che è frammista al mondo, che sta nel mondo; quindi, scrive della guerra, dello «smarrimento coniugato alla fame di infinito». E «mordo questa storia», in cui il difficile presente procede con la memoria del passato, «il sogno di rivolta e d’immaginazione», dimenticato – e qui si rivolge ad un soggetto plurale femminile, perché è lì che la sua speranza, il suo desiderio per tanti anni si sono volti – da alcune? molte? «indaffarate sorridenti e/soddisfatte di quel poco/o tanto/che si sono procurate/pagando con la negazione il/rifiuto».

La sua «arditezza» le consente di individuare «apparenti tradimenti momentanei (che) nutrono rivoluzioni». E il bisogno di rivoluzione, di strade nuove, emerge come una necessità sentita col corpo forse prima che con la mente.

Leggiamo una costante, amorosa presenza della natura: il mare, il verde, laghi deserti, praterie. Una dimensione che ancora conduce al bisogno di cura del mondo, in una «sterminata percezione di desideri», ma il desiderio smisurato si espone insieme a quella esortazione, saggia e profonda: «Fermati sulla soglia del pensiero che non puoi pensare».

Resta «lo struggente desiderio che/basti l’immaginazione»: che non è uno sconto al confronto con la realtà del mondo, ma è stanchezza, che a volte – e non può essere che così – si manifesta, una esplicita stanchezza «della volgarità/sfacciatamente espressa».

Forse «siamo nel mezzo di una tempesta senza scampo», ma la poesia ci aiuta. La poesia ci è necessaria. La poesia di Anna Santoro è godimento di lettura e guida nell’oscuro presente.

 

Paola Meneganti

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