Il pensare troncato

23 Febbraio 2025

Siamo tutte, e forse tutti, in apnea.  Io mi sento così, anche se, oltre a questo senso di sospensione, “passo la vita a vivere” (scrivevo in una poesia): vedo Tea, la mia piccolina, Emanuele, il mio ragazzetto, e Francesco, Valia, sento qualche amica, scrivo qualcosa, leggo. Eppure, come ci ha esortato Virginia, mentre esco, vado a fare la spesa, passeggio e annuso la primavera nell’aria, guardo minacciosa il PC perché a volte si ferma senza motivo e senza spiegazione, accendo e spengo la Tv, e anche prendo le medicine, vado dal medico (da uno o l’altro dei medici), mi sottopongo a qualche esame clinico, ascolto compunta i risultati, mentre faccio questo, io penso.

Il pensiero, il pensare, è pura libertà, è come volare, partire, sfiorare le cose, le case, la gente per strada, i rami degli alberi, e un poco alla volta le immagini, le parole si formano, si mettono i fila, l’una dopo l’altra, e apprendo cosa mi dà felicità, cosa preoccupazione, gioia, malinconia.

Ma a volte il pensiero rifiuta se stesso, si accoccola oltre il buio della profondità, si comporta come Greta, il mio cane più amato, che, quando ne aveva fatto una delle sue durante la mia assenza, appena mi sentiva entrare in casa, anzi molto prima perché molto prima avvertiva il mio arrivo, strisciava, coda tra le gambe, e un po’ mi guardava da sotto le lunghe ciglia, un po’ teneva ostinatamente basso lo sguardo. (Questo panico mi stupiva, data la mia tenerezza e l’assoluta mancanza di punizioni)

Perché? Che cosa c’è oltre il buio che mi autoimpongo?

C’è la conferma, ogni volta più chiara, netta, definitiva, che forse hanno ragione quelli/e che affermano che non si può sconfiggere la Guerra, che ci sarà sempre, come ci sarà sempre la violenza, la sopraffazione, e anche l’invidia, la piccineria.

La violenza e la crudeltà e la morte e le mutilazioni sono proprie della Guerra. Non ce n’è una buona o passabile o priva di atti brutali. E mi stupisco e mi infurio a vedere la partigianeria nei notiziari, nelle tv e sui giornali, nelle parole e nei gesti di politici/che, intellettuali, giornaliste/e, opinionisti/e. Avanti a ogni guerra, invasione, o cosa altro, c’è la deformazione della realtà che si attua con naturalezza, anche perché alla fine non si sa più cosa sia la realtà.

Ieri sera ho visto pezzi di un film che dimostrava con strazio, anche se in modo semplicistico e con un finale “rosa e fiori”, quanta violenza ci sia nei servizi segreti, nelle operazioni delle potenze, nei sistemi di “sicurezza”, in tutto il mondo, e come questo sia naturale, terribile ma scontato. Ho pensato alle torture a Guantamano, ora esemplare della crudezza e della mancanza di legalità da parte di istituzioni ma certamente non esempio isolato, ho pensato alle carceri, dove è talmente terribile vivere che tanti si tolgono la vita, ho pensato alle cattiverie di genitori, di maestri, di compagni di scuola, di amiche del cuore, tutte e tutti presi in una logica di sopraffazione e di egoismo, reputata “umana”, naturale. E per questo, quelle e quelli che operano per la cultura della Pace, e dunque non solo contro le guerre guerreggiate ma anche contro le infinitesimali guerriglie che creano la mentalità gregaria e opportunista che permette il diffondersi della cultura di guerra, per questo siamo accusate/i di essere “anime buone”, ipocriti, opportunisti, falsi.

Dunque non se ne esce? Eppure stamattina ho postato un messaggio di fiducia nel potere del Poiein, e ci credo davvero. E allora?

Scrive Carla Locatelli nella Prefazione al mio La Quinta Stagione (Kairòs, 2017): “Un lettore e una lettrice solidali vengono chiamati in causa da questa mappatura del presente, non solo come lettori impliciti, ma anche come lettori ideali. La convocazione alla lettura fatta con sguardo partecipe diventa sempre più forte nel tempo, quasi fosse una richiesta a fare “comunità”, oltre gli interessi e le differenze particolari (differenze che restano comunque da riconoscere, perché la comunità possa essere vitale). Si tratta di un’istanza a sentirsi umanità prima di sentirsi minoranza, un’istanza che parte dalla (auto)consapevolezza e dalla sofferenza di diventare marginali in un mondo in cui “l’oscuro avanza”. L’autore implicito chiede: c’è un lettore e/o una lettrice capace di leggere l’impotenza, ma al contempo tener viva la lucidità d’analisi?” E, aggiungo, la vocazione alla resistenza?

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